Presidente, sostituisca la finzione con la realtà
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Presidente, sostituisca la finzione con la realtà
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Presidente, sostituisca la finzione con la realtà

Otto mesi dopo la sua rielezione il bilancio dell'operato di Napolitano non è proprio esaltante

Nella fase straordinaria che l’Italia attraversa, anche il presidente della Repubblica ha assunto un ruolo straordinario. Inutile girarci intorno. L’interventismo di Giorgio Napolitano è diventato ancora più straordinario dopo la sua rielezione nell’aprile scorso e oggi, a otto mesi di distanza, è venuto forse il momento di tirare un primo bilancio. Un bilancio non proprio esaltante. Nel discorso dell’insediamento il capo dello Stato si era posto l’ambizioso obiettivo di diventare un «fattore di coagulazione» tra tutte le culture e le forze politiche della nazione. A giudicare però dalle ultime esternazioni, sembra che faccia di tutto per trasformare il suo ruolo in un drammatico fattore di divisione e di contrapposizione.

Rispetto a otto mesi fa sono tramontate le larghe intese e tutti i partiti di quella coalizione (Pd, Pdl e Scelta civica) hanno conosciuto una profonda trasformazione, che nel caso del centrodestra ha addirittura provocato la frattura tra Ncd e Forza Italia: da una parte l’ala minoritaria, rimasta tenacemente legata agli incarichi di governo, e dall’altra parte l’ala maggioritaria, fedele al Cavaliere, che di fronte all’inerzia dannosa di Enrico Letta e della sua compagine ministeriale ha preferito passare all’opposizione. E basta già questa separazione per parlare di vulnus alla volontà popolare: quali elettori rappresenta Angelino Alfano? Hanno raccolto voti propri o sono stati eletti in Parlamento grazie ai voti di Silvio Berlusconi?

Le larghe intese erano nate sull’onda di una grande speranza: che il capo dello Stato, oltre a varare il «suo» governo, avviasse finalmente, dopo vent’anni di contrapposizioni, un’importante opera di pacificazione. Ma tutti i buoni propositi sono morti nell’aula del Senato, dove Pd e grillini hanno avuto modo di accanirsi più e peggio della magistratura mi- litante contro Berlusconi, fino a decretarne la decadenza. Un accanimento forcaiolo contro il quale Napolitano non ha nemmeno provato ad alzare un dito. Anzi. Prima con la lettera capestro del 13 agosto (introdotta dal solito incipt: «Fatale sarebbe una crisi del governo...») che conteneva indicazioni tassative ad personam per la concessione della grazia, poi a meno di un mese dalla «sentenza», con la nomina di quattro senatori a vita dichiaratamente ostili al Cavaliere.

Acqua passata, si dirà. E invece no. Il Quirinale, spiace dirlo, si ostina a non guardare il mondo che gira attorno a quel Palazzo. Dopo il ciclone Renzi, il Partito democratico non somiglia neppure lontanamente a quello votato a febbraio con Pier Luigi Bersani candidato premier e che non uscì sconfitto dalle urne: le priorità e le modalità di attuazione dell'agenda del governo, dopo le primarie dell'8 dicembre che hanno incoronato il sindaco di Firenze, sono cambiate in profondità. E in questo quadro, dove non si distingue più alcun disegno immaginato pochi mesi fa dagli elettori, rimangono due soggetti: Napolitano e Letta. Il primo ora- mai rappresenta l’assicurazione e la garanzia della vita politica del secondo. Ed è Napolitano, infatti, che indica l’agenda a Letta (il quale diligentemente dà seguito ai precetti), che non deroga al concetto di stabilità anche se questa ha i connotati di una stabilità cimiteriale, che esclude categoricamente elezioni nell’anno che sta per cominciare, che duella a distanza col nuovo nocchiero del Pd (l’uno non nomina l’altro pur essendo diretto destinatario delle rispettive considerazioni).

E allora bisogna avere il coraggio di chiedersi serenamente se il presidente della Repubblica sia oggi diventato un soggetto politico e dunque non sia più «terzo», come impone la Costituzione. All’atto della sua rielezione, fortissimamente voluta da Berlusco- ni, Napolitano escluse una sua qualunque funzione «salvifica» e anzi ebbe a sottolineare come avrebbe esercitato il suo ruolo «con accresciuto senso del li- mite, oltre che con immutata imparzialità». Limite e imparzialità: nell’uno e nell’altro caso si fa fatica ad affermare che non sia stata superata la soglia, pur nel doveroso rispetto della funzione di stimolo e di moral suasion verso le forze politiche, propria dell’inquilino

del Quirinale. Quando, ripetutamente, Napolitano lega la propria permanenza sulla vetta del Colle al realizzarsi o meno di eventi squisitamente politici (la legge elettorale e le riforme), fa venir meno la sacralità della funzione così come ben de- scritta nel titolo II della Costituzione, là dove non a caso è sancita la sua «irresponsabilità» (articolo 89). Al punto in cui siamo converrà allora confezionare di buona lena una legge elettorale che superi gli scogli della Corte costituzionale. Subito dopo, il presidente sciolga le Camere e prenda definitivamente atto che in Parlamento (da destra a sinistra) non esiste più una classe politica in grado di rappresentare il Paese. Sostituire la finzione con la realtà: sarebbe questa, per Napolitano, la più nobile uscita di scena.

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