Zanonato, il ministro Zelig che fa opposizione a se stesso

Sindaco-sceriffo cresciuto alla scuola di Berlinguer. Oggi gaffeur che, con le sue esternazioni, è diventato una mina sul governo Letta

Il Ministro dello sviluppo economico Flavio Zanonato durante l'assemblea generale degli associati 2013 dell'Unione Industriale, Torino,8 luglio 2013 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Carmelo Caruso

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Fa l’opposizione al governo di Flavio Zanonato interpretando la parte del gaffeur Zanonato, il ministro e punitore di se stesso.

L’Iva «è difficile non aumentarla». Allora l’Imu. «Ah, se fosse per me bisognerebbe toglierla anche ai capannoni industriali che sono la prima casa…». La Fiat. «Rappresenta un grande patrimonio e asset del paese, però il sostanziale fermo dell’impianto di Mirafiori, la sua progressiva obsolescenza sono elemento di preoccupazione...».

 Lo sbranerebbe la destra bisognosa di prede, mentre a sinistra è già elevato a campione della doppiezza, l’uomo che sta al governo contro il governo, lo Zelig che dice la verità a metà tra un grande dissimulatore e un grande ingenuo.

A imporlo come ministro dello Sviluppo Economico è stato l’abdicato Pierluigi Bersani che lo ha preferito al gendarme meridionale e sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, entrambi dioscuri, l’alto e il basso, il meridionale e il settentrionale dell’ex segretario del Pd. Con le sue dichiarazioni su Imu ed Iva ha stordito in pochi mesi il governo di Enrico Letta al pari di quanto hanno fatto le frasi di Renato Schifani, di Daniela Santanché, di Denis Verdini sulla giustizia o sui processi di Silvio Berlusconi, la politicizzazione delle toghe etc… È finito per essere il controcanto di Fabrizio Saccomanni, costretto a ricercare nel bilancio le risorse per scongiurare l’aumento dell’Iva, quelle risorse che Zanonato sa non è possibile trovare.

A chi lo rimprovera risponde facendosi scudo con la concretezza («dico la verità). Eppure finora la garanzia sulla buonafede di Zanonato si deve a un giudice vicino al centrodestra, Carlo Nordio, che in occasione di un brutt’affare di turbativa d’asta da sindaco di Padova nel 1993 (si dimise immediatamente) lo scagionò con una motivazione che è calce bianca su qualsiasi mallevadoria politica: «Un crimine siffatto postulava un’intelligenza astuta di cui Zanonato era sprovvisto».

Sul suo candore le suore elisabbettine di Padova hanno votato assegnandogli il 60 per cento dei consensi nel loro piccolo seggio già nel 1995 quando divenne sindaco per la seconda volta. Sarebbe infatti il nonno dei mal definiti sindaci sceriffi e fece di più il quotidiano “Liberazione” del compianto direttore di Tele Kabul, Sandro Curzi, quando lo accostò al sindaco leghista Flavio Tosi con titolo eloquente: «Ds e Lega pari sono».

Per Zanonato si è scomodata la Bbc a causa di quel muro di via Anelli che scimmiottava, con intenzioni di ordine pubblico, il muro che separava Berlino Est da Berlino Ovest, gli arabi e gli israeliani a Gerusalemme. Lo eresse soltanto per reprimere il fenomeno del supermarket dello spaccio ha sempre detto, dopo pochi anni decise che non ce ne fosse più bisogno, «avevamo spostato le famiglie» e ordinò di abbatterlo.

Ma successivamente ha condotto la battaglia comunale che tanto piace alla destra e poco alla sinistra, la lotta a colpi di ordinanze legge e ordine. Prima contro le prostitute (multa fino a 500 euro) poi clochard. Arrivò a stabilire una sanzione di 500 euro, anche questa, per chi fosse sorpreso a fumare hashish o addirittura l’obbligo di cura al Sert e se non bastasse ha fatto pure la guerra ai manifesti definiti machisti su spinta di un comitato femminile.

Per lui il raffinato Alberto Statera ha coniato l’epiteto di «signori degli anelli», ma in realtà è stato il faro per i vari Sergio Cofferati, Achille Variati, Flavio Tosi che su Zanonato hanno modellato le proprie amministrazioni e l’idea di sindaco interventista.

Di più fece Paolo Manfrin che a Padova si era inventato i “Comitati città sicura”, delle ronde per la sicurezza, che decise di sostenerlo procacciandogli i voti che gli sono serviti per essere eletto: «La destra non potrebbe partorire un uomo più di destra di Zanonato». Peccato che Zanonato sia di sinistra.

E’ infatti con Zanonato che la destra e la sinistra diventano liquide, tutto ciò che di sinistra è solido si dissolve nell’aria di destra. E si comprende ancora di più oggi lo spirito con cui difese il magistrato Pietro Calogero, l’uomo del teorema Calogero, che portò in carcere gliintellòdella rivoluzione come Toni Negri, Oreste Scalzone, Franco Piperno, rei di infangare a sinistra la causa nobile del Pci dato che con Zanonato la militanza a sinistra torna a essere dogma come lo era per il Jaroslav che punisce Ludvik ne “Lo scherzo” di Milan Kundera.

Sarebbe più a sinistra di Bersani, ma tuttavia non ha imbarazzo ad accogliere a Padova Matteo Renzi, unica eccezione in nome dell’unità del partito. Ed era alla sinistra di Enrico Belringuer anche quando il leader si accasciò a piazza dei Frutti e subito dopo si spense, in pratica quello che ne raccolse il rantolo e il respiro. Del resto è grazie al “komunista”  Zanonato se Padova è stata liberata dopo 45 anni dalla cappa democristiana. Inevitabile che Zanonanto faccia parte del funzionariato Pci con tanto di soggiorno a Roma e incarico sull’immigrazione ed emigrazione, che ha fortificato la tempra di tanti comunisti, la nomenclatura che supplisce le competenze.

Nulla conosce di sviluppo economico senza che ciò gli impedisca di bacchettare Marchionne e lusingare Marchionne, di «non demonizzare ideologicamente l’energia nucleare», senza tuttavia sostenere «che in Italia il nucleare si possa fare se gestito bene».

Quando è stato chiamato a dimettersi da sindaco, evitando il doppio incarico, lo ha fatto usando con sottigliezza il web tanto da inserire la foto della sua stanza con scatoloni: «Me ne sto andando». Vedete? Come dire, se si discuteva d’incompatibilità sindaco ministro, oggi bisognerebbe discutere della sua incompatibilità da ministro con questo governo dove l’ideologia è stata smacchiata a favore della contingenza.

Zanonato non è più il trinariciuto comunista libertario dei primordi. Semmai è il difficile incrocio mai riuscito che aveva in mente Massimo Cacciari o Sergio Chimaparino fra sinistra e amministrazione, ordine e solidarietà, tra le tasse «sono bellissime» di Padoa Schioppa e il desiderio sempre cavalcato dalla destra di Brunetta e Tremonti di liberarci dalle tasse.

Zanonato come il censore che interrompe i sogni, l’uomo che ci riporta alla drammaticità del bilancio che non quadra e che non si può celare, al sacrificio non rinviabile. Forse il primo ministro di un’altra destra infiltrato a sinistra e quindi il primo ministro di un’altra sinistra infiltrato a destra.

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