Claudia Daconto

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Come previsto Virginia Raggi è il nuovo sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle. Ha stracciato il suo avversario, il dem Roberto Giachetti, doppiandolo 67 a 32. Ben 770.500 elettori romani hanno scelto lei, circa 300mila in più del primo turno. Nessun altro sindaco, nella storia di Roma, aveva ottenuto un consenso così ampio. Oggi, dopo circa 4 mesi di campagna elettorale, dovrà dimostrare di essere all'altezza del compito (guidare Roma è più prestigioso che guidare un ministero e per certi versi più difficile che guidare il governo) e convincere gli scettici di non essere affatto un sindaco improvvisato dopo essere stata una candidata improvvisata.

Avvocato civilista, 38 anni, esperta di diritto d'autore, proprietà intellettuale e nuove tecnologie, consigliere uscente della scorsa consiliatura, nel febbraio scorso, con 1.764 clic su circa 9mila aventi diritto, Virginia Raggi era risultata la più votata sul blog di Grillo tra i candidati alla corsa verso la poltrona più alta del Campidoglio. Se dopo l'elezione di ieri ha pronunciato a denti stretti e in blusa bianca le fatidiche parole: "sarò il sindaco di tutti, anche di chi non mi ha votato", allora, in giacca blu elettrico, la Raggi aveva ringraziato chi le aveva dato fiducia. “Sarà un compito difficile – dichiarò quattro mesi fa sentendosi già nella parte – ma io non ho paura”. "Sono pronta per governare" ha scandito ieri nel corso di un breve passaggio davanti ai circa 200 giornalisti di tutto il mondo accreditati presso il suo comitato allestito nel quartiere Ostiense. 

Un coraggio dichiarato a parole ma che ha sempre cozzato con l'impressione trasmessa da suo modo di fare e parlare, sempre eccessivamente controllato, misurato, come se la neo sindaco si fosse sentita, per tutto questo tempo, continuamente sotto esame e sotto controllo e quindi oltremodo timorosa di sbagliare qualcosa. Come per esempio durante l'ultimo confronto Sky quando non riuscì a indicare un personaggio al quale intitolare una via di Roma e si sottrasse alla domanda dicendo che, anche in questo caso, sarebbe opportuno consultare i cittadini. 

Negli ultimi mesi ha dovuto schivare numerosi colpi. All'inizio di gennaio il suo nome finì tra le carte della relazione prefettizia su Mafia Capitale. La bagarre durò solo qualche giorno, si trattava infatti di un errore materiale. Nonostante ciò fu costretta già allora a tirare fuori le unghie. Poi fu la volta del caso Previti, ossia del praticantato, omesso dal curriculum, presso lo studio legale Sammarco che tra i suoi clienti ha anche l'ex ministro di Silvio Berlusconi. In seguito, sempre in piena campagna elettorale, venne fuori che per un breve periodo, tra il 2007 e il 2008, Virginia Raggi era stata presidente di una società collegata a Franco Panzironi, ex uomo forte di Gianni Alemanno e oggi imputato nel processo a Mafia Capitale. Infine il caso della consulenza non dichiarata presso la Asl di Civitavecchia. Una "dimenticanza", l'ennesima, che ha innescato una rissa furiosa soprattutto sui social network e a sole poche ore dal voto.

Una consulenza da circa 5.000 euro in tutto, di cui Raggi ne ha finora incassati 1.800 e che i dem le hanno rinfacciato anche per via di quanto dichiarato mercoledì in tv quando disse che, lavorando 10 ore al giorno come consigliera, non le è mai rimasto il tempo di fare altro. Motivo per cui, negli ultimi anni, il suo stipendio netto mensile era stato di appena 1.100 euro al mese. (Fino al 2013, anno della sua prima elezione, dichiarava un reddito di soli 12mila euro). 

Figlia di genitori “illuminati” per averla iscritta a un'organizzazione internazionale che organizza viaggi per bambini finalizzati “a promuovere la pace nel mondo”, maturità scientifica all'"Isacco Newton" di Roma, laurea in giurisprudenza a Roma Tre, la “brunetta”, come la chiamavano gli uscieri di Palazzo Senatorio, il nuovo sindaco di Roma è stata in passato anche una baby sitter, cameriera e volontaria in alcuni canili.

Oggi ha un figlio di 7 anni, Matteo, e un marito, Andrea Severini, regista radiofonico. Fu lui, nel 2011, a introdurla nel meet up della zona in cui i due risiedono, a Ottavia, periferia nord della Capitale, dove da San Giovanni si è trasferita “per amore”. Oggi i due vivono da saperati. Di una loro crisi coniugale si era parlato molto nelle ultime settimane fino all'ammissione della stessa neo sindaco. Ma ieri, già pochi minuti dopo la certificazione di una vittoria strabordante, sul suo blog Severini pubblicava una "Lettera al sindaco di Roma, mia moglie" che si conclude con un "mi manchi da morire". 

Fino al momento dell'ingresso nei 5Stelle, Raggi aveva fatto parte del locale comitato di quartiere e aderito a un'associazione vicina alla sinistra movimentista, l'Ex Lavanderia, situata all'interno dell'ex manicomio provinciale di Santa Maria della Pietà. Sempre nel 2011 aveva fondato uno dei gruppi di acquisto equosolidale della zona, il G.A.S RivoluzioMario, nome da lei orgogliosamente definito “evocativo”. L'iniziativa portò un certo “scompiglio” nella sua famiglia d'origine: fu proprio allora che i parenti scoprirono di avere in casa una "persona non proprio allineata”.

Tuttavia, di sue battaglie particolarmente qualificanti per i cittadini del territorio, a parte l'allestimento di banchetti “ovunque vi fosse un marciapiede abbastanza largo”, non sembra ancora esservi è traccia. Tanto che all'epoca “Virginia non sapeva dove mettere le mani - racconta chi la incrociò a quei tempi - ma quando in un neonato meet up si sono ritrovate quelle sei, sette persone, le è bastato poco per emergere”. Pur rimanendo, aggiunge dietro promessa di anonimato chi l'ha conosciuta in tempi più recenti “politicamente molto ignorante, incapace anche di distinguere un direttore di giornale dall'altro. Molto diligente nello studio dei dossier ma priva di guizzo”. Il profilo perfetto per chi, a un certo punto, ha deciso di puntare su di lei, da sempre portatrice sana dell'ortodossia grillina.

Il fatto di essere diventata la prima sindaco donna della Capitale senza dubbio una rivoluzione culturale senza precedenti. Ma chi frequenta l'ambiente grillino ricorda sempre che a spingere la sua candidatura sono stati due uomini, Di Battista e Casaleggio, che l'hanno prescelta non in quanto donna o perché al guru milanese sia particolarmente piaciuta vedendola in tv, ma perché tra gli esponenti locali più affidabili e più disponibili a essere eterodiretti.

Ma anche a cambiare idea all'occorrenza. Tanto che se nei tre anni da consigliera comunale era soprannominata la “lady di ferro pentastellata” per le sue dure prese di posizioni per esempio contro i dipendenti capitolini, considerati "tutti dei fannulloni da mandare a casa", oggi una buona parte del suo consenso è derivato proprio da chi, in queste settimane di campagna elettorale, ha ricevuto rassciurazioni soprattutto in merito allo spinoso tema del salario accessorio. 

E che dire del fatto che se ieri Raggi ha sottolineato l'importanza della sua elezione anche come elemento di novità in un Paese in cui le pari opportunità "restano una chimera", solo un anno fa, nel maggio del 2015, fu proprio lei a chiedere, "per manifesta incapacità nella gestione dell'Aula", la retrocessione della collega dem Valeria Baglio, assurta al ruolo di numero uno dell'Assemblea capitolina dopo l'arresto di Mirko Coratti?

Insomma, prima che siano i romani a cambiare idea sul loro nuovo sindaco, Virginia Raggi farebbe bene a dimostrare di avere le idee più chiare di quanto le abbia avute fino ad oggi. 

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