Virginia Raggi e i vertici del M5S sono ormai ai ferri corti. Non si fidano più l'una degli altri. Loro lanciano diktat, lei resiste. Lei fa una mossa, loro gliela bocciano. Loro hanno in mano il simbolo, lei l'appoggio dei consiglieri comunali quasi tutti dalla sua parte.

Da una parte i suoi fedelissimi (il vicesindaco e braccio destro, nonché amico e consigliere Daniele Frongia, il vicecapo di gabinetto Raffaele Marra, il capo segreteria Salvatore Romeo), dall'altra il direttorio che, tra le altre cose, pretende proprio il siluramento dei fedelissimi del sindaco.

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Una richiesta irricevibile per Raggi che, per evitare di finire commissariata, rischia però nel frattempo di essere abbondata al suo destino proprio da chi aveva puntato su di lei per accreditarsi a livello nazionale come forza di governo e scopre solo oggi che l'avvocatessa romana - cresciuta professionalmente allo studio Sammarco - mancherebbe della leadership e delle competenze amministrative necessarie a fare il sindaco della città più importante d'Italia. Senza rendersene conto.

A parole Raggi non fa che rivendicare forza e autonomia di scelta. Ma poi permette che le si imponga la recita quotidiana di una parte, sempre uguale a se stessa, che l'ha ormai trasformata nella caricatura di se stessa.

Un giorno le fanno dire di aver scelto come nuovo assessore al Bilancio un magistrato “simbolo della lotta contro il finanziamento ai partiti e la casta delle agenzie di rating". Il giorno dopo Raffaele De Dominicis – convintosi, per sua stessa ammissione, ad accettare l'incarico su richiesta del solito avvocato Sammarco (quello presso il quale lavorava Raggi) – viene scaricato perché presumibilmente indagato.


Fino a che l'ex magistrato della Corte dei Conti del Lazio non ha sbottato sui giornali in termini inequivocabili: “è un asilo infantile. Hanno perso un'occasione per dare una mano a Roma. Ha deciso il direttorio? Quattro che neanche hanno finito gli studi”. Una battuta, quella sugli studi, che non può non evocare la tragica gaffe di Luigi di Maio sulla mail riguardante l'iscrizione nel registro degli indagati dell'assessore all'Ambiente Paola Muraro (ma perché lei continua a rimanere al suo posto mentre De Dominicis è stato subito defenestrato senza troppi complimenti?)


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Di Maio, uno che, nonostante non si ancora riuscito a completare gli studi universitari, fino a giugno veniva accreditato in mezzo mondo come premier in pectore e che dopo sole poche settimane di governo Raggi rischia di dover dire addio ai suoi sogni di gloria, per colpa di tutti gli errori inanellati dal sindaco tanto venerato a giugno quanto guardato con diffidenza oggi.

Colpevole, agli occhi dei vertici del Movimento, di voler fare solo di testa sua compromettendo tutto, rischiando di mandare all'aria anni di duro lavoro, di macchiare per sempre l'immagine di incorruttibilità, trasparenza, legalità che i pentastellati si erano cuciti addosso con tanto impegno e devozione alla Casaleggio Associati.

Infine, di trasformare, ogni giorno che passa, tanti votanti del M5S perché fan di Virginia, in tanti ex votanti pentiti e ammiratori delusi. Al punto che non sono pochi quelli che ormai cominciano a pensare che l'unico modo per salvare il M5S è mollare lei prima che sia troppo tardi.

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