Roma: Virginia Raggi e il sogno dei referendum online

Petizioni e voto dal web nello Statuto del comune della Capitale. Ecco perché l'iniziativa del sindaco sembra democratica, ma invece non lo è

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La sindaca di Roma Virginia Raggi, al mercato Metronio in via di Magnagrecia, in occasione della conferenza stampa Mercati rionali: dalla storia al futuro. Idee e proposte per un piano di rilancio, Roma, 16 marzo 2017. – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Maria Franco

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Petizioni on line, voto elettronico per i referendum senza quorum, bilancio partecipativo: ecco il nuovo “modello Roma” in salsa grillina proposto da Virginia Raggi in una delibera che si prefigge di introdurre nello statuto di Roma Capitale questi nuovi strumenti di democrazia diretta nonostante si sia deciso di rinunciare totalmente allo streaming delle riunioni che contano davvero. I sindaci di Torino, Chiara Appendino, e di Livorno, Filippo Nogarin, sarebbero già pronti a seguire l'esempio, mentre l'opposizione Pd protesta.

Il metodo Rousseau
Non è chiaro se la piattaforma che il sindaco intende utilizzare per coinvolgere i cittadini nelle scelte amministrative sia la stessa “donata” da Davide Casaleggio al M5S per permettere agli iscritti di votare le candidature, avanzare proposte di legge ed esprimere il proprio parere su temi specifici. I 5Stelle smentiscono categoricamente, ma che si tratti o meno di Rousseau, il nuovo sistema verrebbe comunque messo a disposizione da un'azienda privata che, in questo modo, questa è l'accusa dei dem, sarebbe in grado di ottenere dati sensibili dei cittadini romani dal momento che, come ha spiegato il presidente della commissione Roma Capitale Angelo Sturni, l'intenzione è quella di “avviare questo modello anche dentro il sito del Comune”.

In memoria di Gianroberto Casaleggio
In Campidoglio per presentare l'iniziativa il deputato Riccardo Fraccaro, che “assiste” la sindaca per conto dei vertici del M5S, ha salutato “la rivoluzione culturale” annunciata dalla Raggi come il “modo migliore per onorare la memoria di Gianroberto Casaleggiola cui scomparsa risale al 12 aprile di un anno fa. Ma oltre che sull'opportunità in sé di consultare i cittadini più o meno su tutto ricorrendo a uno strumento, come quello del referendum, il cui uso dovrebbe essere limitato a casi particolari, numerosi precedenti hanno contribuito a far sorgere parecchi dubbi sull'influenza che i cittadini possono davvero esercitare nel processo decisionale.


La volontà popolare negata

“Il sogno” di Casaleggio si è infatti già andato a scontrare contro la dura realtà dei fatti. Già in passato, in casa 5Stelle, la volontà popolare è stata manipolata, snobbata e ribaltata da interventi dall'alto. E' successo già sui temi dell'immigrazione, delle unioni civili, dell'Europa quando nel giro di poche ore il Movimento 5 Stelle passò dal celebrare il suo ingresso, votato on line dagli iscritti, nel gruppo più europeista presente al Parlamento di Strasburgo, l'Alde di Guy Verhofstadt, ad accasarsi con quello più antieuropeista, l'Ukip di Nigel Farage (LEGGI QUI: Caso Grillo-Alde-Farage: cosa pensa la base grillina).

E' successo quando a Genova, il risultato delle comunarie che aveva indicato in Marika Cassimatis la candidata sindaca del M5S per le prossime amministrative, è stato sconfessato da Grillo in persona in quanto non gradito. Mentre a Roma, nonostante gli annunci, su decisioni strategiche come le Olimpiadi e la costruzione dello Stadio della Roma, non si sono visti referendum popolari.

Proposta "strampalata"?

In un intervento sul Corriere della Sera, il presidente emerito della Consulta Sabino Cassese ha definito le proposte nel loro complesso “strampalate” e boccia in particolare la rinuncia al quorum: “si presta a manipolazioni della volontà popolare, perché così nessuno mai saprà quante persone sostengono una proposta e quante vi si oppongano, dov'è la maggioranza e dove la minoranza”. Senza contare, come ricorda ancora Cassese citando un saggio di Norberto Bobbio, che è “impossibile che tutti decidano su tutto in società complesse” e che “il cittadino totale, chiamato a partecipare dalla mattina alla sera alle decisioni della comunità è non meno minaccioso dello Stato totale”.

Il fattore digital divide

Un rischio da mettere in conto ma che comunque non sembra essere prossimo dal concretizzarsi dal momento che in Italia, e anche a Roma, pur ammettendo che tutti i cittadini cui si chiede un parere vincolante siano adeguatamente informati e preparati sulle questioni via via sottoposte, esiste ancora un profondo gap tra chi usa con disinvoltura gli strumenti del web e chi invece no. Cittadini, questi ultimi, che finirebbero per rimanere esclusi dall'opportunità di decidere dal basso offerta dai 5 Stelle. Ma d'altra parte è da tempo che nel partito di Grillo non funziona più che uno valo uno.


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