Claudia Daconto

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Virginia Raggi è il primo sindaco donna di Roma. La giovane avvocata, mamma di un bambino di 6 anni, moglie separata di un tecnico radiofonico che ieri, sul suo blog, le ha dedicato una struggente lettera d'amore (la puoi leggere qui) residente a Ottavia, ex borgata romana oggi quartiere periferico a nord della Capitale, ha praticamente doppiato il suo avversario, il dem Roberto Giachetti, ottenendo il 67% dei voti dei romani.

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"Risultato storico"
Così
lo ha definito lei stessa ieri parlando, visibilmente emozionata, nella sua prima conferenza stampa (senza domande) da sindaco eletto della Capitale, che lei e il M5S devono, ha dichiarato Raggi, a Beppe Grillo, giunto ieri in città, e a Gianroberto Casaleggio. Un risultato atteso, anche nella portata, ormai da parecchio tempo e che nemmeno le polemiche delle ultime ore montate dal Pd sulle consulenze fornite dalla Raggi alla Asl di Civitavecchia, comune amministrato dai 5Stelle, e che non sarebbero state dichiarate a tempo debito dalla neosindaco, sono riuscite a mettere in discussione.


Le ragioni della vittoria
I romani hanno deciso comunque di cambiare pagina. Non c'era motivo perché, dopo gli scandali, gli arresti, il disastro dell'amministrazione Marino e della gestione delle sue dimissioni, l'insofferenza verso il premier, non dovessero volerla cambiare. Anche se il sindaco che hanno eletto si presentava con un oggettivo deficit di esperienza rispetto al suo avversario, anche se della sua squadra di governo non si conosce ancora il profilo, anche su di lei incombe il sospetto che a decidere il futuro di Roma sarà qualcun altro da uno studio milanese.

Il rifiuto di ciò che era il passato, percepito come qualcosa di corrotto e dannoso, è stato più forte di tutto. Anche e soprattutto da parte di una buona porzione di elettorato dem e di centrosinistra che, dopo lo schiaffo del primo turno, ha deciso di assestare al proprio partito il colpo finale.

Con il centrodestra che ha alla fine ha puntato su di lei per colpire Matteo Renzi a livello nazionale, depotenziarlo, dimostrarne la vulnerabilità, condannarlo alla sua prima pesantissima sconfitta da quando è diventato presidente del consiglio.

Le promesse da mantenere
Eleggendo così una donna di nemmeno 40 anni che da oggi dovrà comunque dimostrare, e nel minor tempo possibile, di avere le capacità di mantenere le tante promesse fatte ai romani. La trasparenza e l'onestà non potranno infatti bastare.

E se il bilancio previsionale che va licenziato entro dicembre è già stato approntato da Tronca durante la sua gestione commissariale, tra qualche mese la neo amministrazione a 5Stelle dovrà presentare quello consuntivo e non è escluso che sarà più semplice portare i libri in Tribunale e alzare bandiera bianca. Esattamente ciò che, a questo punto, si augurano il Pd e Matteo Renzi.

Roma non è una piccola città dove il disastro amministrativo di una giunta pentastellata possa passare quasi inosservato. Fallire a Roma significherebbe per i grillini fallire nelle proprie ambizioni di governo anche a livello nazionale. Proprio per questo, a un certo punto, negli ambienti dem della Capitale si è cominciato a mormorare che, tutto sommato, perdere oggi Roma, poteva essere addirittura conveniente.

Il fattore D
Anche a costo di subire lo smacco di lasciare ad altri l'orgoglio di aver eletto il primo sindaco donna della Capitale. Le annose battaglie per la doppia preferenza di genere, sulle quote rosa, per le consulte femminili ecc, non sono riuscite a produrre a Roma una classe dirigente in cui le donne ricoprano ruoli di potere. La prima sindaca donna l'ha eletta un partito che non ha mai fatto della questione di genere un proprio tratto distintivo. Nel Partito democratico romano non esistono donne capocorrente.

L'unica a occupare un posto ad alcuni dei tavoli che contano davvero è Lorenza Bonaccorsi che siede nella segreteria nazionale e nella commissione di Vigilanza Rai. E tuttavia, nonostante lo strapotere maschile, gli unici due municipi risparmiati dalla razzia grillina, sono stati vinti da due donne: Sabrina Alfonsi e Francesca Del Bello, entrambe candidate nelle zone centrali.

Un dato che rappresenta bene anche il livello di scollamento tra il partito e la cosiddetta città estesa. L'incapacità di parlare a quello che un tempo era stato il proprio elettorato di riferimento e che oggi è stato cannibalizzato dal M5S.

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