Politica

Vento del Nord

I provvedimenti fiscali del Conte-bis allarmano gli imprenditori del settentrione. Ed i Governatori vanno all'attacco

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Antonio Rossitto

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chierato come un sol uomo, l’esercito del Nord attende al varco i giallorossi. Anzi, fiutando l’aria sul campo di battaglia, ha già passato il Rubicone. Da Ventimiglia a Gorizia, le truppe sono in allerta. Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia-Giulia, Liguria. Avanza l’armata dei governatori di centrodestra. Pronti a guidare truppe di autonomi,  imprenditori e commercianti. È la milizia del Pil. Quella che, calcola la Cgia di Mestre, produce quasi la metà della ricchezza italiana. Eppure è già costretta a far i conti con le prime, inquivocabili, mosse del nuovo governo. Centralismo, fisco, immigrazione, economia, infrastrutture. L’esecutivo riguidato da Giuseppe Conte s’annuncia come il più ostile degli ultimi lustri.

A trent’anni dai primi vagiti,  riscoppia la «questione settentrionale». Il redivivo premier, negli sterminati e soporiferi discorsi per la fiducia in parlamento, ha pronunciato solo una volta la parola Nord: «Dobbiamo abbattere il divario tra Nord e Sud». «Giuseppi», al culmine della retorica, ha spiegato pure in che modo. Con una pioggia di soldi lanciati da una banca pubblica. Vi ricorda qualcosa? Risposta esatta. L’ormai mitologica Cassa per il Mezzogiorno, fondata nel 1951 da Alcide De Gasperi. E diventata negli anni il più formidabile bacino clientelare della Dc. Anche l’odierna riedizione odora di autentico assistenzialismo. Alla Achille Lauro, per intendersi: ti dò una scarpa, mi voti, ecco l’altra scarpa. Strategia complementare al reddito di cittadinanza grillino.

Insomma: è giunto il momento di abbattere le differenze tra Enna e Bolzano. Facciamo correre il Meridione. E viceversa. Dove va tanto spedito il Settentrione? Che fretta avrà mai? Nessuna sopresa. Il governo nasce da un’inedita e improbabile alleanza tra Pd e Cinque stelle. È il più a sinistra dai tempi di Ferruccio Parri, sentenzia sul Corriere della Sera l’insospettabile Antonio Polito, già senatore dell’Ulivo. Era il 1945. Oltre settant’anni dopo, ecco i giallorossi. La stampa benevola li ribattezza giallorosè. Macché. Il Conte bis è più vermiglio del mantello usato dai toreri andalusi. Solo che a essere matato, stavolta, rischia di essere il Nord.

Inevitabile. La base del M5s sono disoccupati e ceti deboli. Mentre gli elettori dominanti nel Pd sono gli impiegati pubblici. Categorie che affollano Centro e Sud Italia. Mentre il Settentrione è quello degli schei e i danee. Dei soldi, innanzitutto. «Laurà, laurà, laurà» dicono i lombardi. Lavoro, lavoro e ancora lavoro. Cuore e portafoglio a destra. Alle ultime Europee qui la Lega ha fatto manbassa: più del 40 per cento dei voti.

Immediata conseguenza: la compagine di Palazzo Chigi nasce impari. Su 21 ministri, appena sette sono nati sopra il Po. Una coincidenza? Al contrario. Gli indizi sono già prove. Il primo l’ha seminato Francesco Boccia, neoministro pugliese agli Affari regionali. Su sua proposta, il primo atto del Consiglio dei ministri è stato impugnare una legge del Friuli-Venezia Giulia. Due norme, in particolare. La prima: un contributo per chi assume disoccupati, residenti da almeno cinque anni in regione. «E i migranti?» s’indigna il governo. Che conclude: provvedimento discriminatorio. La seconda norma contestata, invece, sposta sui rimpatri coatti i fondi per i corsi agli immigrati. Tra cui l’azzecatissimo insegnanento dei rudimenti dello sci alpino. Un rigurgito razzista di Massimiliano Fedriga, perfido governatore ipersalviniano? Non esattamente. Dalle frontiere friulane quest’anno sono già entrati più di 5 mila clandestini. Fedriga, ahilui, voleva metterci una pezza. Mal gliene incoglie. Ora medita vendetta. Annuncia ricorso alla Corte costituzionale. Intanto bombarda: «Vergogna assoluta: il Movimento 5 Stelle e il Pd hanno partorito il governo dell’immigrazione selvaggia. Questo è un segnale molto chiaro. Un attacco alle autonomie».

Sul tema, del resto, il governo ha già ingranato retromarcia. La disumanità leghista è una delle bandiere sventolate dal Pd. L’acclamatissimo ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, farà il resto. Archiviata la stagione dell’intransigenza, avanza la svolta progressista. Basta intollerabili prove di forza, blocchi navali e lotta alle Ong. Chi arriva sulle coste italiane sarà sbarcato, rifocillato e smistato nei centri d’accoglienza. Strutture a misura d’uomo, magari diffuse nei piccoli centri. Per favorire l’integrazione. Proprio come Lamorgese ha fatto da prefetto di Milano, tra le lodi democratiche. Con gli strabilianti risultati che qualsiasi malcapitato può apprezzare davanti alla stazione ferroviaria meneghina: eterni assembramenti di clandestini, risse da saloon, criminalità dilagante.

Già, ma che importa? È un problema del Nord. I polentoni senza cuore se ne facciano una ragione. E l’agognata autonomia? Boccia, pugliese doc, ha pensato pure a quella. Tutta da rifare. E gli oltre 2 milioni di veneti che, due anni fa, hanno votato per la devolution? Puah! Pericolosi adoratori del governatore, Luca Zaia. Piuttosto, meglio riesumare la bozza vergata dal compagno dem Stefano Bonaccini, stimatissimo presidente dell’Emilia Romagna. Incidentalmente in corsa per le imminenti elezioni regionali. Quella sì, ragiona Boccia, è una proposta come si deve: equilibrata, garbata e organica. All’acqua di rose, insomma. Di sinistrissima. Quei montanari dei nordisti si adeguino.

Giammai, schiuma Zaia. Delle rivendicazioni autonomiste ha fatto ragion politica. Già a fine agosto vaticinava scorato: «Scordiamoci flat tax, legittima difesa, inasprimento delle pene e porti chiusi...». Facile profeta. «Il 90 per cento dei veneti vuole tornare al voto» giurava. Ma i giallorossi l’hanno spuntata. E ora? Riesploderà la battaglia tra Nord e Sud, vaticina il presidente del Veneto. «Del resto, i Cinque stelle cono ossessionati da chi produce» lamenta. «Per loro gli imprenditori sono “prenditori”. Alimentano l’odio sociale contro tutti: il sindaco, il medico, il prete, il presidente. Come diceva Indro Montanelli: in America se il vicino ha l’auto più bella, fai ogni cosa per comprarne una simile. In Italia gli bucano le gomme». Morale: Zaia ha già imbracciato fucile ed elemetto. «Al governo daremo il tormento» giura.    

Minaccia battaglia anche l’altro leghista Attilio Fontana, alla guida della Lombardia: «Non accetto giochi al ribasso» ribolle. «Chi non è d’accordo con l’autonomia che proponiamo lo dica ai 5 milioni di persone che l’hanno chiesta». Il riferimento è appunto al referendum di due anni fa, celebrato in tandem con il Veneto. Pure Fontana inneggia alla rivolta. E promette di scendere in piazza: «Per dire ai cittadini che siamo stati presi in giro». L’omologo ligure, Giovanni Toti, s’è portato avanti. In piazza c’è già sceso: davanti a Montecitorio, insieme a Salvini e Giorgia Meloni. Abbondonata Forza Italia, ha lanciato Cambiamo. Ora, dalla sua Genova, veleggia spedito verso il polo sovranista. Resta invece tra le file azzurre Alberto Cirio, presidente del Piemonte. Toni più moderati, identica solfa: «La vita reale di tutti giorni è ben lontana dalla coreografia romana» assalta. «I governatori del Nord hanno dalla loro il partito della gente, di quelle persone che pagano da decenni vedendo poco in cambio».

Ma Palazzo Chigi ragiona alla dantesca: guarda e passa. Insomma: se ne impipa. Anzi, rilancia. A dar manforte a Boccia, accorre dall’entroterra siculo il collega e neoministro del Sud, Giuseppe Provenzano. Ci pensa lui a ridimensionare i riottosi Zaia e Fontana: «Il progetto e le richieste di Veneto e Lombardia spaccavano il Paese» spiega. «Adesso abbiamo il dovere di realizzare un’autonomia giusta che salvaguardi la coesione nazionale».

Nemmeno le indiscrezioni che trapelano dagli altri dicasteri rasserenano il fronte nordista. Come sarà la politica economica del Conte bis? E quella sul lavoro? La risposta è sempre la stessa: più a sinistra della sinistra. Tra Pd e Cinque stelle c’è ampia convergenza sul salario minimo. Gli imprenditori chiedono meno tasse. Otterrebbero invece un maggiore costo del lavoro. Un dito negli occhi. I giallorossi discettano pure di funesti aumenti dell’Iva. Audace l’ultima proposta dei pentastellati: aumentare l’imposta per chi paga in contanti alberghi e ristoranti. Consumi abituali a Nord, sporadici al Sud. Che giosce per la scontata riconferma del provvidenziale reddito di cittadinanza. Mentre la mannaia governativa è pronta a scendere sulla flat tax alle partite Iva, apprezzatissima al Nord. Ma sfortunatemente partorita dai leghisti. Gli autonomi vacillano. E gli imprenditori tremano. È vero: al recente meeting di Cernobbio, i manager di multinazionali e aziende di Stato si sono lanciati in sperticati osanna sul novello arcieuropeismo dell’esecutivo. Ma l’Italia è fatta di aziende familiari e piccole imprese. Sono loro a tirare la carretta. Soprattutto in Lombardia e in Veneto.

Persino nel centrosinistra, molti temono la «questione settentrionale». Vedi Carlo Calenda e Matteo Richetti. Che, in aperta polemica con i neopattisti, sono addirittura usciti dal Pd. I soliti bastiancontrari, derubricano i compagni. Così come l’ex premier, Matteo Renzi. Lui però è uno dei padri nobili dei giallorossi. Da rottamatore ad alfiere della Restaurazione, adesso avverte: «Il Nord produttivo si aspetta che questo sia un governo di opportunità, non di opportunisti». Renzi  indica pure la strada, o meglio l’autostrada, maestra: «Fare un grande sforzo per sbloccare i cantieri del Nord». Su cui però le due anime governative sono destinate a furiosi scontri. Il ministro dell’Infrastrutture è la piacentina Paola De Micheli, ex vicesegretario del Pd. Al contrario del suo predecessore, Danilo Toninelli, avverte: «Basta ostacoli politici ai cantieri». Via libera. Tav, ricostruzioni, grandi opere. Avanti tutta. Riuscirà a convincere i pentastellati, ancora affascinati dal «piccolo mondo antico»? Improbabile.

S’alza il vento del Nord. Dalle gelide raffiche di bora a Trieste alle folate di tramontana a Genova. Perturbazioni in corso. Avviso ai naviganti giallorossi: meglio cambiar rotta, prima che arrivi burrusca. 

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