Politica

Unioni civili: ora è la volta del referendum

Il via libera al ddl Cirinnà non ha interrotto la battaglia fuori e dentro il Parlamento. E ora la destra chiede il consulto elettorale

unioni-civili

Il tabellone elettronico della Camera con risultato votazione finale della proposta di legge sulle unioni civili. Roma 26 Aprile 2016, – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Con il voto di fiducia che ieri ha decretato le unioni civili legge dello Stato, l'Italia colma un vuoto normativo per cui era stata condannata anche dall'Europa. Eppure la battaglia non si è affatto conclusa.

Il fronte di chi si è sempre schierato contro resiste. Non è affatto dissolto. Una parte delle opposizioni, guidate dalla Lega Nord, e quella più agguerrita del mondo cattolico, rappresentata dal promotore del Family Day Massimo Gandolfini, minacciano vendetta e annunciano un referendum abrogativo. I leghisti invitano i sindaci – che tuttavia hanno espresso un apprezzamento per la legge ampio e trasversale - a boicottare la legge e a non celebrare le unioni nei loro comuni. Gli ultra cattolici avvisano Renzi che lui e il Pd la pagheranno nelle urne. Poi ci sono quelli, alla Pippo Civati, che si lamentano perché avrebbero voluto di più e votano contro la fiducia.

LEGGI ANCHE: Tutte le tappe di un lungo cammino


La soddisfazione di Renzi

Insomma, il clima resta avvelenato. Nonostante ciò Matteo Renzi non può che essere soddisfatto e parlare di “giorno di festa”. Conta, con questa mossa, di aver recuperato una parte dell'elettorato dem più di sinistra (anche Sel ha votato a favore) senza, tuttavia, essersi alienato più di tanto quello dei cattolici moderati e, soprattutto, è convinto di aver assestato un duro colpo alla credibilità del Movimento 5 Stelle che, in questi mesi, tra mille giravolte, ha dimostrato essere più interessato a provare a mettere i bastoni tra le ruote all'avversario piddino che ad assumere una linea precisa e trasparente su una questione etica tanto importante.

L'astensione dei grillini

Al punto che, ancora ieri, diversi deputati grillini non sapevano ancora come dovevano votare. La partita sulle unioni civili è infatti servita a far emergere un atteggiamento schizofrenico da parte del M5S. Ieri il gruppo alla Camera si è astenuto, ma all'inizio (ci sono gli sms tra Airola e Cirinnà a dimostrarlo) pentastellati e Pd avevano dialogato a lungo per portare a casa una legge su cui la base si era espressa favorevolmente attraverso il voto on line. Poi il primo stop: senza la stepchild, niente appoggio. In seguito, sondaggi alla mano, la clamorosa giravolta ordinata da Casaleggio: libertà di coscienza proprio sulla stepchild adoption e sull'intero impianto della legge. Stralciata la stepchild, l'ennesimo colpo di scena: legge totalmente sbagliata frutto dell'accordo tra Renzi, Alfano e Verdini. Infine l'astensione in Aula perché, come ha sentenziato Di Battista in tv, “occasione persa, ma meglio che una legge ci sia”.

Unioni civili e amministrative

Che l'approvazione delle unioni civili entra a questo punto di diritto nell'agenda della campagna elettorale per le amministrative, motivo tra gli altri per cui Matteo Renzi ha deciso, a un certo punto, di metterci davvero la faccia, lo hanno compreso per primi molti dei candidati sindaci, soprattutto a Roma, dove si gioca la battaglia cruciale. Non a caso, proprio Virginia Raggi, la grillina in corsa a Roma, si è affrettata a chiarire la sua personale posizione a favore del provvedimento. Entusiasta Roberto Giachetti, mentre Alfio Marchini ha già dichiarato che, per quanto lo riguarda, non celebrerebbe mai i matrimoni gay in Comune. E Giorgia Meloni ha annunciato che, rispetterà la legge ma si impegnerà anche nella raccolta delle firme per il referendum abrogativo.

La resa del M5s

Non c'è dubbio, però, che a segnare un punto a suo favore sia stato il Pd di Renzi e a perderne diversi il Movimento 5 Stelle. C'è stata una strategia precisa dietro la scelta di cambiare continuamente posizione? Forse quella di non alienarsi i voti cattolici? O quella di voler risultare alternativi sia alla destra che alla sinistra? L'impressione è un'altra, ossia quella di una totale incapacità di assumersi responsabilità precise nei confronti del Paese. L'astensione di ieri non è stata altro che un'ammissione di resa, la dimostrazione plastica della reale cifra politica di una compagine che, almeno in questa fase, non riesce ad andare oltre il suo ruolo d'opposizione al sistema tout court piuttosto che sui contenuti concreti.

© Riproduzione Riservata

Commenti