Unioni civili e adozioni gay: al via la battaglia in Senato

Il Pd cerca un accordo interno, il M5S voterà no se il ddl Cirinnà verrà stravolto mentre il centrodestra è pronto alla guerra degli emendamenti

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Un momento del sit in per il ddl Cirinnà in piazza del Pantheon a Roma, 23 gennaio 2016. – Credits: ANSA/CLAUDIO PERI

Claudia Daconto

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Il giorno clou arriverà giovedì quando in Senato inzierà la discussione vera e propria sul Ddl Cirinnà che in queste settimane ha generato un  dibattito infuocato su unioni civili e soprattutto adozioni gay. Se il Paese reale si è diviso tra chi sabato ha manifestato a favore del provvedimento e chi il 30 gennaio si ritroverà al Circo Massimo di Roma in difesa di quella che definisce "famiglia tradizionale", in Parlamento le forze politiche non sono meno agguerrite. Con l'incognita del voto segreto - che le opposizioni intendono chiedere per spaccare la maggioranza e stanare i malpancisti - a fare da sfondo e una valanga di emendamenti - che potrebbero modificare o stravolgere del tutto il testo della legge -  su cui dover ancora decidere.

 

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A svolgere il ruolo di ago della bilancia saranno i 35 senatori grillini che, rinunciando in questo caso a fare uno sgambetto a Matteo Renzi, previa consultazione informale degli iscritti, dovrebbero votare sì a patto che la nuova norma non venga completamente snaturata con lo stralcio dell'articolo 5 sulla stepchild adoption. In tal caso, infatti, potrebbero decidere o di votare contro oppure di uscire dall'Aula.

Il tentato accordo nel PD
Nel Pd ancora si cerca un accordo per portare da 28 a una decina al massimo gli esponenti di area cattolica che chiedono di trasformare l'adozione vera e propria in affido rafforzato. La proposta sarebbe quella di garantire loro, in cambio del via libera, la non equiparazione delle unioni civili al matrimonio tradizionale. Di fatto bisognerà comunque decidere se sacrificare la stepchild adoption per salvare le unioni civili anche a costo di menomarle oppure se cercare di portare a casa entrambi i provvedimenti. 

Il presidente Pd Matteo Orfini ha invocato il voto palese raccogliendo l'appello giunto dalle piazze arcobaleno.

 

Dopo una discussione condotta alla luce del sole, l'auspicio suo e di altri è che nessuno voglia nascondersi di fronte al Paese, all'unico scopo di favorire giochi politici. Molti, tra gli elettori dem, in realtà chiedono di più. E cioè che il loro partito assuma una posizione univoca senza che sia lasciata libertà di coscienza. Ma su questo aspetto la decisione è presa ed è stata ribadita anche venerdì scorso nel corso della riunione al Nazareno da Matteo Renzi che finora ha sempre evitato di dire cosa ne pensi lui delle adozioni gay e vuole tenere il governo fuori dalla disputa.

Chi invece ha deciso di prendere pubblicamente una posizione è stata Laura Boldrini. Dopo il presidente del Senato Piero Grasso, secondo il quale “prendersi cura del figlio del partner non è solo un diritto ma un dovere”, anche la presidente della Camera si è dichiarata favorevole alla stepchild definendola una scelta “doverosa”. L'uscita ha però scatenato reazioni indignate nel centrodestra con la Lega che ha accusato la terza carica dello Stato di aver derogato al suo ruolo di arbitro e i forzisti Paolo Romani e Renato Brunetta che l'hanno definita “inadeguata” e colpevole di essere entrata “a gamba tesa” nel dibattito.

Gli emendamenti di Forza Italia
Contro il provvedimento Forza Italia ha presentato 272 emendamenti, la Lega oltre 6mila. Per aggirare l'intralcio, la maggioranza ha già pronta l'arma ribattezzata “super canguro”: un emendamento a firma del dem Andrea Marcucci che contiene tutta la legge Cirinnà e che se approvato spazzerebbe via tutti gli altri in un colpo solo. Ncd ha reagito ventilando la “violazione dell'articolo 72 della Costituzione”. Gianmarco Centinaio, autore delle migliaia di modifiche presentate dalla Lega, è pronto a chiedere al presidente Grasso di subemendare l'emendamento Marcucci.

Da parte sua Marcucci si è detto disposto a ritirare il suo se anche gli altri rinunceranno a voler bloccare i lavori e si limiteranno a presentare un numero congruo di modifiche. Intanto già domani, quando con voto palese i senatori si esprimeranno sulle pregiudiziali di costituzionalità, sarà possibile farsi un'idea di come potrebbe andare a finire e quanto “variabile” sarà anche questa volta la maggioranza su cui Matteo Renzi avrà potuto contare per portare a casa un provvedimento per lui comunque non rinviabile.

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