Unioni civili: cosa prevede e cosa no il ddl Cirinnà

Ecco quali sono tutte le strumentalizzazioni a cui ha fatto riferimento in queste settimane la relatrice della legge, Monica Cirinnà

monica-cirinnà

La senatrice Monica Cirinna' nell' aula del Senato durante la discussione sulle unioni civili, Roma, 2 febbraio 2016. – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Claudia Daconto

-

Ultraprostituzione”. È questa la durissima definizione usata contro il ddl Cirinnà dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin in una lettera inviata alle colleghe parlamentari. L'esponente di Ncd si è raccomandata di “non confondere le unioni civili con la stepchild adoption”. Ma di fatto è l'intero impianto della legge a essere finito nel suo mirino dal momento che il riconoscimento normativo delle unioni tra omosessuali non può prescindere dal riconoscere loro anche gli stessi diritti e doveri delle coppie etero. Compresa la possibilità di adottare il figlio biologico del partner.

LEGGI QUI: Bagnasco: "I figli non sono mai un diritto" LEGGI QUI: Perché la legge non è anticostituzionale


In queste settimane sia nelle aule di Camera e Senato che sui giornali e nelle piazze, gli avversari della legge hanno condotto una crociata senza esclusione di colpi. Arrivando a stabilire una sorta di automatismo tra il diritto/dovere di assumersi la responsabilità genitoriale del figlio del proprio convivente e, prendiamo ancora in prestito le parole della Lorenzin, “una compravendita vera e propria” di donne e bambini.

 

Al di là dei legittimi convincimenti etico-morali che ciascuno possiede e difende, così come sul concetto di genitorialità e di qualità di unione tra due persone, è utile fare, una volta di più, chiarezza su quanto il testo della legge in esame dispone effettivamente. Intanto una premessa. È ancora la Lorenzin ad avvisare che “in gioco ci sono i diritti dei bambini che ancora devono nascere ad avere una madre e un padre”. In nessuno dei 29 articoli che compongono il disegno di legge, tali diritti vengono però in alcun modo diminuiti o messi in discussione.


LEGGI QUI: Che cos'è la stepchild adoption LEGGI QUI: Le 10 cose da sapere del ddl


Quel che fa la Cirinnà è estendere il diritto ad avere due genitori anche ai figli di persone omosessuali. Come? Permettendone l'adozione da parte del partner della propria madre o del proprio padre biologico. Quindi di fatto estendendo a queste coppie la responsabilità genitoriale sul figlio minore del partner già prevista, per quelle eterosessuali, dall'articolo 44 della legge 184 del 1983. Mentre per quanto riguarda la pratica della maternità surrogata, la Cirinnà non ha nemmeno bisogno di vietarla esplicitamente perché essa è già definita illegale in un'altra legge del nostro ordinamento: la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita.

Dare tutela giuridica a questa coppie, come richiesto dalla Corte costituzionale nelle sentenze del 2010 e del 2014, non è nemmeno sinonimo, come sostengono i detrattori, di equiparazione tra unione civile e matrimonio tradizionale. Tecnicamente si tratta infatti di due istituti giuridici diversi anche se nella sostanza il ddl recepisce gli articoli del codice civile al fine di evitare alle coppie di conviventi, omosessuali o eterosessuali una discriminazione basata sul loro orientamento sessuale.

Come recita la premessa del disegno di legge “la disciplina della pluralità delle forme della convivenza rappresenta l'attuazione del dovere dello Stato di tutelare la libertà di realizzazione della persona nei suoi rapporti con gli altri (articolo 2 della Costituzione) non potendosi imporre la rigida alternativa tra il vincolo (sacramentale o legale) del matrimonio e l'assoluta irrilevanza giuridica delle forme di vita associata che da tale modello prescindano (soluzione obbligata, questa, per chi, come gli omosessuali, non possa sposarsi”.Tale estensione di diritti implica, di per sé, anche un'estensione dei doveri.

Ed è proprio all'interno di questa cornice che si iscrive la necessità di garantire ai figli la necessaria tutela spettante al nucleo familiare nei casi sanciti dalla legge, secondo criteri di parità di trattamento, in conformità con l'articolo 3 della Costituzione. Quello in cui si dice che “i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

© Riproduzione Riservata

Commenti