Una crocetta sugli sprechi siciliani

Appena era stato eletto,  il governatore aveva detto: «Chiuderò tutti i carrozzoni mangiasoldi». Non solo sono ancora lì, ma li ha anche occupati con i suoi uomini. Perfino le società in liquidazione continuano a prendere finanziamenti. E la Corte dei conti strilla inascoltata

Rosario Crocetta

Antonio Rossitto

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 Novembre 1985: mentre a Ginevra s teneva l’incontro del disgelo tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov, a Palermo più modestamente si metteva in liquidazione la Società per l’industria agricola cartaria editoriale, meglio nota come Siace. Degenerata madre dei carrozzoni pubblici siciliani: utili scansati al pari della peste bubbonica, smisurati e inutili stabilimenti, piani industriali scritti sull’acqua. 29 anni più tardi, la Siace è ancora nelle salde mani del commissario liquidatore. Mentre, un esercizio finanziario via l’altro, ha accumulato altri 31 milioni di debiti.  

Carlo Cottarelli, commissario governativo per la spending review, aveva mirato proprio alle partecipate di regioni, province e comuni: 10 mila aziende che, solo nel 2012, hanno totalizzato 1,2 miliardi di perdite. «Procederemo al piano di razionalizzazione entro la fine di luglio» aveva promesso. Proprio in quei giorni è maturata la fragorosa rottura con il premier, Matteo Renzi: Cottarelli ha imputato al governo di impegnare ipotetici risparmi di tagli ancora sulla carta. Conclusione: il commissario in autunno dovrebbe tornare al Fondo monetario internazionale. E il riordino delle partecipate è rinviato sine die. Nel frattempo gli enti locali continueranno a investire nei settori più strabilianti: come stabilimenti balneari, alberghi, falegnamerie, distretti tecnologici.

Quei soliti dilettanti dei continentali. Vuoi mettere con i gioiellini dell’autonomissima Regione siciliana? Musei, cinematografia, convegnistica, trasporti, ricerca scientifica, mercati agroalimentari, sali alcalini, sviluppo software, turismo termale: non c’è settore produttivo sfuggito al rinomato fiuto imprenditoriale dei governi isolani. Le 34 società «made in Trinacria» danno lavoro a 7.325 persone: tutte assunte senza concorso. Poco meno, comunque, degli 8.603 dipendenti delle partecipate di tutte le altre regioni italiane. Risultato? «Un sistema evidentemente diseconomico e inefficiente» ha scritto la Corte dei conti siciliana a dicembre del 2013 «caratterizzato da elefantiaci costi di personale, incommensurabili rispetto al resto delle esperienze societarie regionali, e dall’assorbimento di un flusso cospicuo di risorse pubbliche che alimenta un’emorragia costante e durevole». A sostegno, i magistrati contabili forniscono, in un dossier di 264 pagine, cifre raggelanti. Come il miliardo di euro trasferito dalla regione alle sue partecipate dal 2009 al 2012. Oppure i 407 milioni all’anno spesi per gli stipendi. E i 28 milioni impiegati in vane consulenze.
Un libro mastro degli orrori della spesa pubblica, che non ha colto di sorpresa Rosario Crocetta. Già l’11 novembre 2012, appena eletto, il governatore proclama stentoreo: «Le società partecipate della regione, in liquidazione da anni, chiuderanno subito. Un provvedimento che consentirà di risparmiare 1 miliardo di euro». Il 23 febbraio 2013 definisce: «Chiuderemo le partecipate mangiasoldi. Ne rimarranno appena 3». Il 2 aprile 2013 riformula: «Cederemo un bel po’ di società. Ne resteranno solo 6». Il 4 giugno 2014 sentenzia: «Le partecipate devono sparire».Invece restano lì, intonse: sanguisughe delle esanimi casse regionali.
Gaetano Armao, assessore all’Economia della regione dal 2010 al 2012, la mette giù dura: «Con il governo precedente avevamo avviato le privatizzazioni. Crocetta ha bloccato tutto per chiari intenti clientelari. I controlli previsti sono stati elusi. Il motivo è chiaro: avrebbero ridotto spese e disfunzioni». Ingeneroso. Nell’attesa del proclamato repulisti, il governatore non si è rigirato i pollici. Uno dopo l’altro, Crocetta ha nominato nei cda delle vituperate società un nugolo di fedelissimi. La sua storica segretaria personale, Loredana Lauretta, è entrata nel cda di Sicilia patrimonio immobiliare. Gaetano Montalbano, dall’ufficio di gabinetto del presidente della regione è arrivato alla Seus, che gestisce il 118. Mentre l’ex responsabile della segreteria tecnica del governatore, Stefano Polizzotto, è diventato vice presidente dell’Ast, che gestisce le autolinee siciliane.

L’elenco è sostanzioso. Ma, fra i vertici, l’indiscussa punta di diamante è l’ex pm Antonio Ingroia, approdato al vertice del carrozzone tecnologico dell’isola, Sicilia e-Servizi, ramo software. Il magistrato è commissario liquidatore, ma il suo futuro da manager sembra più roseo. La fine di Sicilia e-Servizi non sarebbe più imminente. E il 24 giugno 2014, il governo regionale ha inserito nella finanziaria quella che l’opposizione ha definito «norma alzastipendi». Una deroga alla legge, del 2010, che impedisce ai membri dei cda di guadagnare più di 50 mila euro. La «alzastipendi» si applica ai vertici di 4 società. Tra cui Sicilia e-Servizi, guidata da Ingroia.
Gestione breve ma già tormentata, quella dell’ex pm. Ad aprile la Procura regionale della Corte dei conti ha contestato a Ingroia, Crocetta e a mezza giunta l’illegittima assunzione di 74 dipendenti, tra gennaio e febbraio: operazione che avrebbe causato un danno erariale di 2,2 milioni di euro. «Se non li avessimo regolarizzati» ha puntualizzato Ingroia «si sarebbe bloccato il sistema informatico della Regione». Azienda in liquidazione, ma nevralgica per la burocrazia isolana. Tanto che, dopo le cure manageriali dell’ex pm, Sicilia e-Servizi sarebbe pronta a rientrare sul mercato. A dileggio delle prescrizioni della Corte dei conti, che reitera nero su bianco: tagliare, sfoltire, accorpare. E invece le scorribande imprenditoriali della Regione proseguono imperterrite. Sono 11 le partecipate in liquidazione da anni. Società morenti, cui la Regione non nega il defibrillatore pubblico: 7,3 milioni l’anno, scrivono i pm contabili. Vedi le Terme di Sciacca, ricapitalizzate a giugno 2011 con 3,4 milioni di euro. O, sempre per restare nel ramo, le Terme di Acireale: in liquidazione da fine 2010, hanno ricevuto un anno più tardi 5,1 milioni. Di «organizzazione di fiere e convegni» si occupava invece il Centro di internazionalizzazione del Mediterraneo (Ciem): formalmente defunto nel 2009, dal giorno della sua liquidazione ha perso altri 4,2 milioni di euro.
Gli sperperi delle partecipate siciliane sono come il pozzo di San Patrizio di Orvieto, costruito su volere di papa Clemente VII per difendersi dai lanzichenecchi: senza fondo. La Seus gestisce il servizio di ambulanze: 256 mezzi di soccorso, operativi 24 ore al giorno. Viene costituita nel gennaio del 2010, qualche mese dopo, a luglio, arriva il via libera alla megaassunzione. Seguendo i rigidissimi criteri da sempre in vigore nel settore pubblico isolano: parenti, amici e amici degli amici. Tutti beneficiati da chiamata diretta. E nessuna lesina sugli organici.

L’esecuzione di queste norme non scritte fu magistrale. Servivano 2.400 autisti: ne furono assunti 3.350. L’eccesso di personale, quasi un migliaio, fu dunque costretto a incrociare le braccia. Posizione in cui si trova tuttora. Uno spreco valutato dalla Corte dei conti in quasi 30 milioni di euro all’anno. Elefantiasi che non ha falcidiato nemmeno le consulenze. Solo nel 2012 le società della Regione hanno speso 28 milioni. Su tutti, svetta il Distretto tecnologico Sicilia: quasi 20 milioni. Sono serviti a stipendiare ricercatori, cervelli in fuga, geni incompresi? Al contrario: il diagramma a torta della Corte dei conti siciliana lascia basiti. Il 74 per cento delle consulenze sono incarichi legali, fiscali e amministrativi. Mentre la spesa in ricerca e studi ammonta alla bellezza di 30 mila euro: lo 0,1 per cento del totale.
«Uno stato di approssimazione e disorganizzazione consolidato» insistono i magistrati contabili. E pensare che, al fine «di promuovere lo sviluppo e la competitività del sistema regione», nel 2008 venne acquistata Sviluppo Italia Sicilia. Prometteva bene: nelle casse c’erano riserve per 6 milioni di euro. Un’accurata palingenesi aziendale l’ha rapidamente  trasformata in un’altra ciofeca: dal 2008 ha accumulato 9 milioni di perdite. Il direttore generale, Vincenzo Paradiso, continua a guadagnare 183 mila euro l’anno. E tutti i 78 dipendenti hanno quattordicesima e contratti da bancari.

Più ridimensionato è l’organico di Mercati agroalimentari Sicilia, che negli ultimi 5 anni ha accumulato un passivo di 4,2 milioni di euro: occupa 11 persone. Guidate con mano ferma da 10 illustrissimi esperti: presidente, 4 consiglieri d’amministrazione e 5 membri del collegio sindacale. Costano 334 mila euro l’anno. Del resto, l’oggetto sociale è chiaro: evitare spreco di cibo, mica di soldi pubblici. (antonio.rossitto@mondadori.it)  
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