Tutti sotto le cinque stelle

Non vogliono sentir parlare di governissimo, chiedono riforme e rinnovamento ma su posizioni massimaliste. Ecco chi sono i dissidenti più intransigenti e sensibili al grillismo

Gennaio 2012. Il neo presidente del Consiglio Enrico Letta parla all'Assemblea Nazionale del Pd (Credits: Ansa/Samantha Zucchi)

Carlo Puca

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Scena numero uno. Martedì 23 aprile, Roma, ore 19.30, triangolo tra piazza delle Coppelle, Pantheon e via Sant’Andrea delle Fratte: capannelli di parlamentari circondano tavole imbandite con spritz e caipirinha. Stasera si beve forte e si parla molto. Due ore e mezzo prima, nella direzione nazionale del Partito democratico, si è consumata una seduta di psicoanalisi collettiva dall’esito scontato: affidare la sorte del Pd a Giorgio Napolitano. La sorte individuale è invece confusa.

La depressione ha portato i democratici ad armarsi, i coltelli sono affilati, fiumi di sangue politico zampillano dalle viscere del partito. Lo storico tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, lo riconosce indirettamente: «In questi giorni molti rapporti personali si sono incrinati». Dalemiani contro giovani turchi, veltroniani contro franceschiniani, lettiani contro bindiani...Soprattutto, i giovani contro la vecchia guardia, un conflitto emerso nelle votazioni presidenziali per Franco Marini e Romano Prodi.

Un fallimento così grande da superare ogni gioco di correnti: «È un’ipotes iplausibile» commenta l’ex ministro Cesare Damiano. E il bello (anzi il brutto) è che la rissa nazionale è persino più moderata rispetto a quella locale. Leggere per credere.Le sezioni occupate per protesta contro il gruppo dirigente nazionale sono decine. Vanno da Torino a Palermo, da Bari a Bologna, fino a Milano. A Napoli, poi, ci sono «compagni» che ipotizzano addirittura una class action per chiedere i danni a chi ha votato contro Franco Marini e Romano Prodi: «Hanno disatteso le indicazioni del partito,danneggiandolo».

Perché l’aspetto peggiore delle lagnanze è la loro eterogeneità. Non c’è solo chi urla in favore del candidato di Beppe Grillo alla presidenza della Repubblica, Stefano Rodotà, ma chi ancora tifa (appunto) per Marini e Prodi, chi azzannerebbe Matteo Renzi da un lato e Pier Luigi Bersani dall’altro. Oltre che per accreditarsi per il sottogoverno, è per questo che molti parlamentari scelgono di restare a Roma: per la paura di tornare a casa e fare una fine peggiore di quella di Dario Franceschini, preso a male parole al ristorante. D’altronde i social network, soprattutto Facebook e Twitter, minacciano chiaro (parolacce a parte): «È meglio che da queste parti non vi fate più vedere».

Dalle aggressioni delle minoranze rumorose non si salvano nemmeno gli avversari delle larghe intese con il Pdl e Silvio Berlusconi. A loro i messaggi arrivano di altro genere: «Fate questo cavolo di governo e fate a pezzi Beppe Grillo. Lui sì che è il diavolo». Il risultato della strategia attendista di Bersani è dunque la guerra di tutti contro tutti. Nemmeno la «soluzione Napolitano» è riuscita a unire le 22 correnti (pardon, componenti) del Pd.

La certificazione arriva all’ora dell’aperitivo: renziani al Pantheon, bersaniani in birreria a Sant’Andrea della Valle, barcaioli (da Fabrizio Barca) a Campo de’Fiori, più altri soliti noti nei soliti luoghi. Scartate le elezioni, al netto delle sfumature e dei battibecchi permanenti, la cronaca impone due opzioni, le solite: vendere l’anima al «diavolo» Grillo; fare un patto con il nemico di sempre: il Cavaliere. Cambia solo il set: da Montecitorio al triangolo d’oro della politica.

Scena numero due. Michele Emiliano beve il bitter, Nicola Latorre un Martini dry. Emiliano fa il sindaco di Bari, Latorre il vice capogruppo al Senato. Emiliano diffida della Tav, sostiene che «il governo con Berlusconi» è una iattura, propone al Pd di cercare un premier insieme ai cinquestelle (e perciò lo chiamano «Michele sesta stella»). Latorre vuole la Tav, sottolinea che «solo il governo Napolitano può salvare il Paese», spiega che «al Pd era mancata una linea chiara, ora ce l’ha». La tesi Emiliano è sostenuta anche dagli sconfitti (vedere la lista a pagina 70), i favorevoli al candidato Rodotà: società civile contigua al partito, alleati del Pd e la cosiddetta «generazione FT», che non significa Financial Times bensì Facebook-Twitter. Ovvero: i parlamentari democratici, soprattutto giovani e giovanissimi, impregnati di grillismo. Esattamente come i colleghi pentastellati, compulsano i social network e li assecondano, pensano che l’aggressività dei loro presunti seguaci (parolacce e minacce fisiche comprese) rappresenti il partito reale. Si riconoscono in taluni leader e leaderini, la cosiddetta colonna badogliana, capaci di tutto pur di smarcarsi dalla grande coalizione con Berlusconi. Anche di tradire Bersani. Come è accaduto su Marini e Prodi. Viceversa, la «tesi Latorre» è propria della vecchia guardia. Ma pure di democratici giovani e titolati. Tipo Enzo Amendola («Fa nulla se perdiamo qualcuno per strada») o Francesco Boccia, che dice amareggiato: «La politica non deve né subire né diffidare, la politica deve ascoltare per fare». Certo è che l’una tesi esclude l’altra e prepara il partito alla scissione dopo il voto di fiducia al «governo Napolitano». Non per caso entrambe le fazioni principali hanno già lanciato l’opa su un partito allo sbando, privo di segretario, segreteria e presidente. Chi vinceràdetterà la linea. L’altra prenderà un’altra strada. Indipendente.

Scena numero tre. Lunedì 22 aprile, via dei Giubbonari, Roma. Un pezzo importante di generazione FT si ritrova in una storica sezione del Pci-Pds-Ds-Pd. Parla il neoiscritto Fabrizio Barca. Iscritti d’ufficio ai «barcaioli» sono Maurizio Landini della Fiom, Laura Puppato, Marianna Madia, Miriam Cominelli, Corradino Mineo, Antonio Ingroia, un pezzo della Cgil attratta dai cinquestelle (incarnata nel Pd da Sergio Cofferati), alcuni «giovani turchi». Sono duri e arrabbiati, assecondano la piazza, denunciano il conflitto sociale. Replica al vino bianco di Beppe Fioroni: «Si arrendono a Grillo ma Grillo non se li piglia manco arresi». Giorni addietro Barca ha trovato «incomprensibile» il no del Pd a Rodotà. Il suo sì al candidato grillino diventa comprensibilissimo per un senatore amico di Napolitano: «Il padre Luciano, storico dirigente del Pci, fu aspramente schierato contro Giorgio».

Scena numero quattro. Flashback. Venerdì 19 aprile, ore 21 circa, Palazzo Vecchio, Firenze. Il sindaco Matteo Renzi riceve due distinte telefonate. La prima è del «diversamente alleato» Walter Veltroni, la seconda del «diversamente nemico» Massimo D’Alema. Sono conversazioni importanti. Prodi, candidato renziano al Quirinale, è stato appena impallinato nel segreto dell’urna. E il segretario del Pd, Pier LuigiBersani, ha preannunciato le sue dimissioni. Così, più o meno, Veltroni: «Matteo, intanto oggi ti hanno ammaccato. Ma così, a furia di rottamare, finisci rottamato pure tu». E D’Alema: «Ora mettiamo tutti in riga,domani eleggiamo Napolitano e poi lo sai che il partito diventa tuo. Ma smettila pure tu». Poi Renzi, dopo aver visto riservatamente (e parallelamente) D’Alema e Veltroni a Roma, lunedì 22 incontrerà Graziano Delrio per annunciargli: «Se nulla cambia, al congresso il nostro candidato alla segreteria sarai tu. Io mi tengo libero per la premiership». Prevalesse Barca, Delrio diventerebbe il segretario di un altro partito. Uno nuovo, moderato. A prescindere da D’Alema e Veltroni, di cui si fida fino a un certo punto. E pure loro di lui.

Scena numero cinque. Piazza di Pietra, 21 aprile, ore 23.30, Roma. Pippo Civati, in piedi, è circondato da una pattuglia di parlamentari grillini. Qualcuno tiene in mano rose e pupazzi spacciati dagli abusivi cingalesi. Parla solo Civati, sentenzia che i vecchi del partito, quelli che «faranno i ministri», sono «anche peggio di Berlusconi: almeno lui è chiaro nelle sue intenzioni. Questi pensano solo alle carriere. Perciò noi ci dobbiamo aiutare, fino a collaborare». Per la cronaca, Civati si candiderà alla segreteria del Pd. Conosce bene le intenzioni di Barca (che aborre) ma è ancora all’oscuro dell’accordo Renzi-Veltroni-D’Alema. Insomma, Pippo non lo sa. E non solo lui. (Ps. Magari, Barca, Renzi e gli altri troveranno un finto accordo. Non è esclusa l’ennesima replica dello stesso film horror. Scadente assai, peraltro).

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