Tutte le promesse elettorali in attesa del voto

Reddito di inclusione, bonus, pensione minima ai giovani: in vista delle elezioni il governo dimentica ogni vincolo di bilancio e annuncia prebende per ogni categoria

Padoan - Gentiloni

Il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, 11 aprile 2017 – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Stefano Cingolani

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Di bonus in malus: la battuta circolava a Cernobbio durante l'annuale appuntamento dello studio Ambrosetti, mentre Pier Carlo Padoan metteva le mani avanti: "Il sentiero è stretto, le risorse sono limitate, la legge di bilancio non deve far danni".

Insomma, "meglio meno, ma meglio". Il ministro dell'Economia non intendeva certo ricordare il Lenin della Nuova politica economica. È che ha cominciato ad alzare il ponte levatoio davanti all'assalto clientelare. A forza di bonus, appunto, di incentivi, di mance a pioggia. Siamo solo ai primi di settembre e di qui al prossimo mese la cacofonia è destinata ad aumentare, ma già adesso è possibile mettere in fila un bell'elenco di elargizioni.

C'è il reddito d'inclusione, naturalmente, per tarpare le ali al Movimento 5 stelle; ci sono le pensioni per i giovani che non lavoreranno mai, tanto ci pensa lo Stato-mamma, mentre per quelli che non fanno nulla, ma vorrebbero un posto, ecco il super bonus sui contributi previdenziali (fino a 29 anni, ma forse slitterà a 32, in fondo la popolazione invecchia e anche i giovani non sono più quelli di una volta); è in arrivo anche la proroga del superammortamento che tanto bene fa alle imprese che vogliono investire in nuovi macchinari; non possono mancare i sostegni alle case da ricostruire e mettere in sicurezza, né i sacrosanti stanziamenti per i terremotati che saranno estesi anche alle seconde case e forse ancora più in là; è in vista una sanatoria sulle tasse comunali; infine spunta l'eterna questione romana.

È già cominciata una campagna sostenuta da giornali come il Corriere della Sera, secondo la quale il collasso finanziario della capitale deve diventare "una priorità nazionale". In altri termini, tutti i contribuenti italiani, compresi i più poveri o quelli delle città con i conti a posto, dovrebbero pagare per la cattiva amministrazione di una città il cui reddito medio per abitante è superiore alla media nazionale e i cui cittadini continuano a scegliere amministratori incompetenti.

C'è una logica in questa follia? C'è, ma inutile cercarla nella razionalità economica, nella giustizia distributiva, nei sacri principi della democrazia, perché è tutta e solo elettorale. Difficile capire quanto costerà questa pioggia di sostegni dalla chiara impronta assistenziale.

Ma in via XX Settembre, nei lunghi e silenti corridoi di palazzo Sella, si comincia a tirar giù qualche cifra. Gli incentivi ai giovani dovrebbero pesare per due miliardi di euro, quelli per l'industria un miliardo e mezzo, le misure contro la povertà circa un miliardo, ma poi c'è il rinnovo dei contratti pubblici (attorno a un miliardo e 200 milioni), mezzo miliardo andrà alle Province (che dovevano essere sciolte), e via di questo passo.

Vanno aggiunti almeno due miliardi per spese inevitabili (missioni militari all'estero, trasferimenti alle partecipazioni statali e via via spendendo) che si sommano alla ghigliottina fiscale non più rinviabile: cioè l'aumento dell'Iva e delle accise per le clausole di salvaguardia.

Se si vuole evitare che tagli la testa alla ripresa, bisogna trovare qualcosa più di 15 miliardi. La somma, approssimativa e provvisoria, porta la manovra, al minimo degli impegni già presi, attorno ai 23 miliardi di euro. Saranno coperti soprattutto in deficit, come negli anni scorsi: almeno 9 miliardi se il Tesoro terrà ferme le previsioni per il prossimo anno.

Tre miliardi entreranno automaticamente grazie alla maggiore crescita del Prodotto interno lordo, dalla cosiddetta spending review non verrà più di un miliardo. Naturalmente c'è sempre la lotta all'evasione che non manca mai a ogni Finanziaria.

Quanto mettere in preventivo? Si fanno stime ragionevoli per due miliardi, non molto e in ogni caso è poco più di una scommessa. Facendo il conto del dare e dell'avere, così, mancano tra gli otto e i dieci miliardi. Senza una stangata, esclusa per motivi politici, il deficit oggi previsto all'1,8 per cento è destinato a salire.

Paolo Gentiloni a Cernobbio ha detto che la legge di bilancio deve essere rigorosa, ma senza danneggiare la crescita, una formula magica alla quale si applicheranno gli stregoni della Ragioneria generale dello Stato. Ma attenzione, dalla lista in circolazione manca la promessa più volte ripetuta e mai realizzata: la riduzione dell'Irpef per i ceti medi e del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti.

Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia ha chiesto addirittura 10 miliardi. Le stime sparagnine di Padoan avevano messo in conto tra i due e i tre miliardi, però allo stato attuale non ci sono nemmeno quelli. Che dirà Matteo Renzi, segretario del Pd di lotta e di governo, il quale loda Gentiloni e Padoan mentre chiede loro sempre di più? E le opposizioni? E la premiata coppia Di Maio&Di Battista che nel tour estivo per spiagge e resort turistiche ha promesso, è il caso di dirlo, mari e monti?

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