Totoquirinale: chi dopo Napolitano?

Benché il presidente abbia sempre intimato di non esercitarsi nell'arte di prevedere la data delle sue dimissioni, i partiti discutono da mesi sul nome del successore. Ora un libro aiuta a capire i segreti del voto per l'elezione dell'inquilino del Colle

Napolitano: "Garantire la partecipazione politica del Cavaliere"

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – Credits: Getty Image

Sabino Labia

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In occasione dell’incontro con la stampa parlamentare, per la tradizionale Cerimonia del Ventaglio, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha invitato i giornalisti a non esercitarsi “in premature e poco fondate previsioni” legate alle sue dimissioni. Tuttavia, sin dal giorno della rielezione, la questione della durata del suo mandato ha tenuto banco nel dibattito parlamentare alla stregua della questione delle riforme costituzionali.

E che la questione della Presidenza della Repubblica sia strettamente legata alle riforme, lo si intuisce anche dall’indiscrezione che circola, oramai da qualche giorno, secondo la quale nel Patto del Nazareno siglato da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi il 18 gennaio scorso, ci sarebbe una clausola riguardante proprio l’elezione del prossimo inquilino del Quirinale. Secondo questa voce, pubblicata in prima battuta da Il Fatto, per la prima volta nella storia, si tratterebbe di un’inquilina dal momento che, entrambi i leader, sarebbero propensi a portare una donna al Colle. L’unica cosa che resta da decidere è il nome; le candidate al momento sono tre: Roberta Pinotti (ministro della Difesa e sostenuta da Renzi), Emma Bonino (ex ministro degli Esteri e sostenuta da Berlusconi) e Anna Finocchiaro (attuale presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato e terzo incomodo).

Per la maggior parte degli italiani l’elezione del Presidente della Repubblica, soprattutto negli anni della prima Repubblica, ha suscitato  uno scarso interesse non considerando, a torto, l’effettivo ruolo che il Capo dello Stato incarna nella politica italiana. Non vogliamo esagerare se affermassimo che i suoi poteri sono maggiori di quelli di un sovrano e questo è quanto emerge dando una rapida lettura alla Costituzione: “Può nominare cinque senatori a vita; cinque giudici della Corte Costituzionale (un terzo della Corte); presiede il Consiglio Superiore della Magistratura e il Consiglio Supremo della Difesa; può indire le elezioni delle nuove Camere; autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge; promulga le leggi, i decreti aventi valore di leggi e i regolamenti; può indire il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione; può nominare, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato; accredita e riceve i rappresentanti diplomatici; ratifica i trattati internazionali; in quanto comandante delle Forze Armate, ha il potere di dichiarare lo stato di guerra una volta deliberato dalle Camere; può concedere la grazia e commutare le pene; da ultimo, conferisce le onorificenze della Repubblica”.

Detto questo, essere eletto alla più alta carica, rappresenta una vera e propria impresa per chiunque riesca a entrare nella cosiddetta rosa di nomi. “La scelta del Presidente” (Sabino Labia; ed. Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 184 pag.), in questi giorni in libreria, racconta, attraverso cronache d’epoca e atti ufficiali, tutto quello che è avvenuto da Enrico De Nicola alla rielezione di Giorgio Napolitano.

Nella prima Repubblica si assisteva a lotte fratricide interne alla Democrazia cristiana, con l’aggiunta dei condizionamenti esterni dell’America, della Massoneria e della Chiesa; le pressioni e i veti provocavano, più che l’elezione di un candidato, la sconfitta del prescelto. Nella seconda Repubblica, con la fine dei partiti tradizionali, e fermo restando le influenze esterne, molto è dipeso dall’improvvisazione del momento delle nuove formazioni politiche.

Denominatore comune, nella prima come nella seconda Repubblica, è la variabile impazzita dei “franchi tiratori” che da sempre detiene un peso rilevante e in molti casi decisivo nell’elezione del Capo dello Stato. Fatta eccezione per De Nicola, da Einaudi a Napolitano bis, ogni bassezza è divenuta possibile: sotterfugi, tradimenti, imboscate e accordi sottobanco. Tutti i leader di partito e i candidati stessi sono dovuti venire a patti; nonostante ciò, i vincitori sono stati sempre loro che – come cecchini infallibili – prima concepivano l’imboscata e poi impallinavano il prescelto di turno senza pietà. “C’è il franco tiratore pragmatista, che ha una motivazione culturale o amicale, e dunque cambia la posizione a seconda del candidato, e c’è il franco tiratore fondamentalista, che punta solo a ostacolare un successo concordato tra i segretari di partito. Con i primi si può trattare, con gli altri no”.

Con Giuseppe Saragat si arrivò al ventunesimo scrutinio tra Natale e Capodanno del 1964 per raggiungere l’obiettivo; sette anni più tardi, per Giovanni Leone furono necessari 23 votazioni. Insieme ai “franchi tiratori” gli altri protagonisti sono stati gli sconfitti, dal principe Carlo Sforza (voluto da De Gasperi), allo sconfitto per antonomasia, Amintore Fanfani (che incarnò il ruolo di franco tiratore e sconfitto allo stesso tempo); da Arnaldo Forlani impallinato a un passo dall’elezione a Massimo D’Alema che non è mai riuscito a ottenere una candidatura ufficiale. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Romano Prodi. Per la prima volta vengono raccontati i drammatici momenti di quel 19 aprile 2013, giorno della mancata elezione; dalla riunione dei Grandi Elettori democratici al Teatro Capranica con la scelta “plebiscitaria” del professore, a Montecitorio dove, qualche ora dopo, si consumò la tragedia in un unico atto del Pd con i famosi 101 traditori, o meglio “franchi tiratori”, che fecero mancare il quorum necessario, portando così alla rielezione di Giorgio Napolitano. 

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