Regionali: Liguria, Toti a Genova presenta candidatura
Politica

Toti: "Il centrodestra riparta dal modello Liguria"

Meno tasse e burocrazia, più commercio e concorrenza. Il governatore racconta come ha rivoluzionato la regione. E lancia la sua grande sfida

Mattina umida e afosa. Genova soffoca. Giovanni Toti, vestito grigio e cravatta rossa, esce dal palazzo della Regione, in piazza De Ferrrari: sorriso sgargiante al codazzo di giornalisti, videomaker e addetti stampa pronti a seguirlo come un pifferaio magico. Tutti in attesa di una roboante dichiarazione che faccia gola ai media nazionali. Toti è governatore della Liguria esattamente da un anno. Sembrava si fosse candidato per sfuggire alla noia del Parlamento europeo. Invece ha trasformato la regione nell’unico laboratorio azzurro d’Italia. Tutti lo cercano:  lui non si sottrae. Forza Italia torna alle origini con il «partito azienda»: lui non si scompone. Gli altri si affannano: lui è sicuro che la rinascita del centrodestra passerà da Giovanni Toti. Grazie al «modello Liguria».
Cos’è?
Un punto di riferimento indispensabile per tornare a vincere. Indica al centrodestra la strada giusta: una coalizione ampia, competitiva, unita. Il modello Liguria significa fare tesoro delle differenze, per poi convogliarle in una chiara azione di governo.
Con quale programma?
Siamo nel classico solco liberale. Meno tasse e burocrazia. Più semplificazione, più libertà d’impresa e più sostegno alla produzione.
Firmato Silvio Berlusconi: attenzione, però, correva l’anno 1994...
Il nostro modello ha infatti radici ben piantate nel passato, ma si adegua al mondo che evolve: smart city, mobilità sostenibile, ambiente come risorsa.
Tante belle parole.
Seguite dai fatti: abbiamo appena tolto il bollo alle auto «verdi» per cinque anni.
Cominciamo dall’inizio: la sua giunta si è insediata il 1° luglio 2015...
E fa un accordo strategico con le Regioni vicine, Piemonte e Lombardia, per armonizzare i trasporti e la logistica: dal terzo valico ai porti. Il decennio di governo del centrosinistra aveva inchiodato la Liguria. Ma il gap infrastrutturale va assolutamente colmato. Poi ci siamo concentrati sulla crescita. Il nostro «Growth act» prevede 272 milioni d’investimenti in quattro ambiti: turismo, manifatturiero, ricerca e alta tecnologia.
Più concretamente, che cosa vuol dire?
Le nuove imprese di questi settori non pagheranno l’Irap per cinque anni. Nell’entroterra investiremo sulla banda ultralarga per agevolare la nascita di aziende innovative. E poi stiamo semplificando: via la certificazione fiscale, sostituita da una carta esercizi più snella.
È passato un anno: quali promesse non avete mantenuto?
Tutti gli impegni presi sono stati rispettati. Abbiamo approvato ogni riforma secondo il cronoprogramma: formazione professionale, sanità, piano casa, commercio, rifiuti, protezione civile, digitalizzazione, «growth act», semplificazioni...
Il futuro della Liguria quindi prescinde dalla  nautica e dalle crociere?
Ma no, anzi. Abbiamo diminuito l’Iva dal 22 al 10 per cento su ogni ormeggio in Liguria e sui servizi accessori. I tre porti della regione sono in grande crescita. Solo nelle crociere prevediamo 40 mila posti di lavoro in più nei prossimi 10 anni. Per questo concentreremo in questo settore la formazione professionale.
E il turismo?
Le stime di crescita sono eccezionali, a partire dalle Cinque terre. Proprio lì, a breve, sceglieremo il nuovo masterplan dell’isola di Palmaria, che ci ha ceduto il Demanio militare. Nel 2018 dovrebbe ricominciare la riqualificazione. 
Lei ha promesso: «Palmaria diventerà la Capri ligure».
Da piccolo ci andavo in barca con i miei genitori. Palmaria è un luogo magico. Ma versava nel totale abbandono. Adesso diventarà un’isola-resort di lusso. Attenzione: senza costruire un centimetro di cemento in più.
Gli ambientalisti però sono in fermento. E hanno già demolito il vostro Piano casa: «Favorisce la cementificazione», dicono.
Sono in totale malafede. Il Piano casa riqualificherà il patrimonio edilizio, grazie a un criterio chiaro: la concessione di piccoli incentivi in cambio di comportamenti virtuosi. Esempio: se sposti la casa dall’alveo di un fiume, o di un rio, puoi ricostruirla altrove un po’ più grande. Un metodo premiale che abbiamo adottato anche per i rifiuti.
La quota della raccolta differenziata in Liguria resta però bassa: il 38,63 per cento.
Appunto. Entro la fine del 2017 i Comuni dovranno arrivare al 65. Poi scatteranno premi o sanzioni. È stato il primo provvedimento che abbiamo adottato, assieme agli investimenti per la messa in sicurezza del territorio e alla riorganizzazione della Protezione civile. 
L’ultima legge varata dalla sua giunta prevede invece la «revisione del commercio».
Limita il monopolio in Liguria delle cooperative e favorisce nuovi investimenti. A Genova la spesa costa il 15 per cento in più, però l’Esselunga non riesce ad aprire nemmeno un supermercato. Una follia.
Qualcuno vi accuserà di voler fare un favore a Esselunga.
Non si tratta di favori, ma solo di ripristinare la normale concorrenza.
Lo stesso provvedimento blocca i centri commerciali «fuori programmazione».
Come quello di Sanremo...
Costruito da Andrea Bacci, amico fraterno di Matteo Renzi. Anche il padre del premier, Tiziano, è nell’affare... 
Non è stata chiesta neppure l’autorizzazione. Ed è in un’area a rischio idrogeologico. Abbiamo bloccato tutto fino ad agosto.
Quindi l’outlet di papà Renzi non si farà?
La Lega è contrarissima. Io sarei più laico. Ma l’importante, anche qui, è ristabilire le regole: non possono fingere di aprire 60 negozietti e poi scoprire che è un outlet. Sono cose da pirati.
Il suo primo anno di governo s’è concluso con un inaspettato exploit elettorale: Savona al centrodestra. 
Ripresa dopo un ventennio di amministrazione di centrosinistra. È una delle poche città dove al ballottaggio i grillini si sono schierati dalla nostra parte. Nel programma abbiamo puntato anche su alcuni temi storici del Movimento: come l’ambiente e la trasparenza. I loro elettori hanno scelto il cambiamento.
Una delle sue parole preferite, declinata in inglese, è diventata pure il nome della fondazione totiana: «Change». Per molti l’ennesimo indizio di espansionismo politico. È così?
I partiti saranno sempre più simili a comitati elettorali. Bisogna creare forme alternative di finanziamento e di aggregazione. «Change» serve a dare le gambe al modello Liguria: per sostenerlo ed esportarlo. A Milano, per esempio, ha dato un contributo a Forza Italia. Per il resto, ci siamo concentrati sulla Liguria: a Savona, in particolare. Dove abbiamo vinto senza simboli di partito. L’intuizione ci ha premiato: le nostre due liste civiche, anche singolarmente, hanno superato la Lega. 
Dodici mesi fa dicevano: non possono farcela. In effetti avete appena 16 consiglieri regionali su 30.
Invece non siamo mai andati sotto. La nostra è una squadra ristretta, in un territorio che fino a ieri era molto ostile: questo ha creato un drappello coeso. E poi siamo galvanizzati. Abbiamo ricostruito la fiducia. C’è un orizzonte di aspettative. La gente percepisce il cambio culturale. E la classe dirigente torna a scommettere su un territorio uscito dall’isolazionismo. 
La Liguria è solo il suo trampolino di lancio verso la leadership della coalizione?
Questa regione, per colpa della sinistra, aveva perso ogni orizzonte e sistema di riferimento. Adesso li sta ritrovando. È chiaro che si tratta di una buona pubblicità. Ma non per Giovanni Toti. Per tutto il centrodestra.
Lei parla sempre di «centrodestra» e quasi mai di Forza Italia.
I singoli partiti della coalizione sono ormai sostanzialmente irrilevanti. In un modello tripolare, come quello che s’è definito, sotto il 30 per cento non si compete per nulla. Nessuno di noi può raggiungere questa soglia. Mentre il centrodestra unito può diventare il primo schieramento del Paese. 
Quindi il problema della leadership di Forza Italia è superato?
Non è mai esistito. È un partito fondato da una persona ancora in campo: Silvio Berlusconi. Il tema non è questo. Ma quello delle candidature e delle regole nella coalizione.
Tutti a Canossa da Toti, insomma?
Pena l’irrilevanza.
O il masochismo?
Le tendenze distruttive hanno prevalso in alcune città, come hanno mostrato le ultime amministrative. C’è però da fare uno sforzo di maturità. Queste elezioni sono state la prova che dobbiamo stare insieme. Anche perché pure gli elettori ormai ragionano in termini di coalizione.
Basta con il Papa straniero?
L’operazione dell’homo novus Berlusconi è irripetibile. Nessuno avrà mai il suo talento: ha costruito città, creato televisioni, inventato la vendita di prodotti finanziari porta a porta. Ogni emulazione è destinata a fallire. Quando abbiamo scelto dalla società civile l’uomo della provvidenza, Mario Monti, è stato un disastro. La classe dirigente del futuro deve invece venire dalla politica: assessori regionali, sindaci, parlamentari. Forza Italia ha circa 4 mila amministratori: lì in mezzo c’è gente bravissima. Del resto, Matteo Renzi ha preso i suoi dal territorio. Perché non dobbiamo trovarli noi? 
Avviso ai naviganti liguri: secondo mandato escluso, il futuro di Toti è a Roma.
E perché? Potrei pure ricandidarmi...
Lei confonde le acque. 
Mettiamola così, allora. In Liguria vinceremo anche la prossima volta. Con me o senza di me.

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