Politica

Tiziano Renzi e la lobby romana

Nuova indagine sul padre dell'ex premier. Sotto controllo i pagamenti ed il suo presunto ruolo di "facilitatore"

Tiziano-renzi

Giacomo Amadori

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’è un nuovo fascicolo d’inchiesta che riguarda gli affari della famiglia Renzi e di cui Panorama può dare conto in esclusiva. Il fascicolo è il 3.103 del 2019 ed è un modello 21: ciò significa che coinvolge persone note all’autorità giudiziaria e già iscritte nel registro degli indagati. La vicenda ha come «convitati di pietra» anche l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi e il suo fedelissimo ex sottosegretario Luca Lotti. Tutto ruota infatti intorno a Palazzo Chigi. Venticinque mesi fa la Procura di Roma aveva inviato a Tiziano, padre dell’allora premier, un avviso di garanzia con l’accusa di traffico di influenze illecite. Nell’ottobre scorso ha chiesto l’archiviazione, non essendo riuscita a dimostrare che il genitore dell’ex premier avesse cercato denaro promettendo favori con la pubblica amministrazione. Adesso tocca alla Procura di Firenze (la stessa che a febbraio ha ottenuto l’arresto di Renzi senior e della moglie Laura Bovoli) contestare a Tiziano Renzi lo stesso presunto reato.
A commetterlo è chi, approfittando delle proprie relazioni con pubblici ufficiali, si offre come mediatore in cambio di utilità. Chi procura queste ultime concorre nell’illecito. Secondo gli inquirenti sarebbe il caso di Luigi Dagostino, ex socio dei genitori di Renzi e coimputato con loro in un processo per due fatture considerate false, pagate alla madre e al padre dell’ex segretario dem. L’attuale procedimento lascia immaginare che adesso gli inquirenti ritengano quel denaro il corrispettivo per un’attività di lobbying più o meno lecita di Tiziano. Del resto, nei mesi scorsi, con il quotidiano La Verità, lo stesso Dagostino aveva ammesso di aver retribuito Renzi senior anche per «il suo lavoro, quello della lobby».
La nuova inchiesta punta dritta a Roma e più precisamente alla sede del governo, limitatamente al periodo in cui Matteo Renzi ne era l’inquilino. In quest’ultima pagina giudiziaria entrano imprenditori chiacchierati, fatture false, una società di lobbying, il Teatro comunale di Firenze e persino gli abiti di James Bond. Ma soprattutto Tiziano Renzi.

L’ANNUS HORRIBILIS
Per capire di che cosa stiamo parlando bisogna riavvolgere il nastro al 2014. Matteo Renzi è appena diventato capo del governo, «pugnalando alle spalle» politicamente il collega di partito Enrico Letta. Intanto, a Rignano sull’Arno, i suoi parenti hanno da poco trascorso il loro annus horribilis. La Eventi 6 l’azienda di famiglia ha visto crollare il proprio fatturato sotto la soglia di guardia dei due milioni di euro e, dicono i loro amici, i Renzi fanno fatica ad arrivare a fine mese. Non va meglio a uno dei collaboratori più stretti della famiglia, Patrizio Donnini, editore e fondatore della Dotmedia, agenzia di pubblicità che aveva seguito la campagna per le «primarie» di Matteo e le prime edizioni della «Leopolda». Nel 2012, grazie a un finanziamento della Eventi 6 della famiglia Renzi (che nello stesso anno si rimise un po’ in sesto con un cospicuo mutuo) aveva potuto liquidare un’azienda a rischio crac.
In quel clima di sconfitta, l’arrivo dell’allora Rottamatore sulla poltrona di premier eccita gli animi e aguzza gli ingegni. Per esempio quello di Andrea Conticini, il braccio operativo della Eventi 6. Il genero di Tiziano Renzi e Laura Bovoli - indagato per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta Unicef - a fine del 2014 decide di dar vita a una società di servizi di consulenza alle imprese con la moglie Matilde. Ma il nuovo corso suggerisce altre iniziative. Conticini e Donnini apparecchiano una stanza con annessa sala riunioni a Roma, dietro a piazza del Popolo, al terzo piano di via degli Scialoja 18, dove apre ufficialmente la propria sede capitolina la Dotmedia. Nelle trasferte romane, come hanno riferito a Panorama diversi testimoni, li accompagna spesso Renzi senior.
Gli aspiranti lobbisti toscani trovano ospitalità non casualmente negli uffici della Reti-QuickTop. Essa ha una ragione sociale molto particolare, come si legge sul sito Internet e sulla targa all’ingresso dell’ufficio: «lobbying e public affairs». La società offre aiuto, si legge nella presentazione, «per dialogare con le istituzioni nell’epoca della complessità, della decisione debole, dello Stato stratificato, dei network sociali decisionali. Per fare le politiche, invece di subirle». Ed ecco la chiave dell’improba missione: «Reti, grazie al lavoro di intelligence politica svolta dai propri analisti, è in grado di identificare i passaggi chiave del processo decisionale e (…) cura ed aggiorna le mappature dei decisori, mettendo in evidenza i soggetti che possono risultare decisivi per i temi che impattano il business del cliente».

un’aspirante al giglio magico
Ma chi c’è dietro questa società capitolina? La Reti è stata fondata tre lustri fa dal dalemiano, e successivamente «turborenziano», Claudio Velardi. Oggi è in liquidazione. Il testimone è passato alla Quicktop una «costola» della casa madre che ha rilevato il marchio. All’inizio lo stesso Velardi possedeva il 5 per cento delle quote, ora è tutto in mano alla 39enne salernitana Giuseppina Gallotto, figlioccia di Velardi, il maestro da cui dice di essersi resa indipendente («È vero, ho tagliato il cordone ombelicale» dichiara sorridendo). Giuseppina è sveglia e, dopo essere stata segretaria di una sezione Ds e aver fatto la delegata di Pierluigi Bersani alle «primarie» contro Matteo Renzi, ha avuto un colpo di fulmine. Il suo cuore ha iniziato a battere per il Giglio magico.
Lei che crede che «vivere vuol dire essere partigiani», nel triennio di Matteo ha combattuto tutte le battaglie del Renzismo, a partire da quella per il referendum costituzionale. «Non avevo incarichi ufficiali, era una condivisione della causa» assicura oggi a Panorama. Ha sostenuto la candidatura del governatore campano Vincenzo De Luca e si è spesa per ottenere la regolamentazione da parte del governo «dell’attività di rappresentanza degli interessi». Cioè del lobbismo. Con Velardi e Fabrizio Rondolino ha pure animato il sito ilrottamatore.it, dedicato, ça va sans dire, all’ex segretario dem. «Per il sito ci davano una mano anche Conticini e Donnini» ricorda. «Con loro abbiamo collaborato su alcuni progetti, anche se hanno lavorato soprattutto con Velardi. Avevano un contratto di domiciliazione nel nostro ufficio. Non so se in quella stanza passasse anche Tiziano Renzi. Io personalmente non l’ho mai incontrato, ma non controllavo entrate e uscite». Nel maggio 2018 è stata nominata membro della direzione provinciale del Pd di Salerno, ma ha rinunciato: «Io non posso avere incarichi di partito per il mio tipo di lavoro. Non ho più neanche la tessera».
Con Renzi a capo del governo, in via degli Scialoja inizia un’intensa attività di pubbliche relazioni. Là dentro ci si occupa di tutto e si gettano le basi per il rilancio degli affari della famiglia di Rignano, che nei tre anni successivi vede crescere il fatturato della Eventi 6 da 1,9 a 7,3 milioni di euro. Andrea Conticini e il suocero Tiziano fanno la spola con Palazzo Chigi e l’adiacente Galleria Sordi, dove Renzi senior riceve i suoi clienti al tavolino di qualche bar. «Nella sala d’attesa della QuickTop c’era la fila come dal medico» ricorda Dagostino.

come un testimone di geova
La loro conoscenza risale proprio al 2014 quando i Renzi si offrivano come soci o fornitori nei settori più disparati a ogni tipo di imprenditore. «Conticini mi propose per gli outlet che gestivo un sistema di telecamere di un suo cliente. Avevano idee di qualsiasi genere. Tiziano mi chiese di andare con lui in Cina a fare affari al seguito di un ragazzo orientale che aveva conosciuto a Firenze. Mi propose pure di rilevare con il gruppo Kering, con cui collaboravo, la Borsalino che stava andando verso il fallimento. Mi garantì che era un affare. Era diventato un tuttologo, un vulcano. Era come un testimone di Geova, bussava a tutte le porte». Renzi senior portò personalmente Dagostino «un paio di volte a Palazzo Chigi a incontrare il figlio e l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti». Quando Matteo si dimette da capo del governo, anche gli occupanti della stanza di via degli Scialoja 18 traslocano. «Se ne sono andati un paio di anni fa» confermano Gallotto e il portiere dello stabile.
Visto l’attivismo di quei mesi non deve sorprendere che i magistrati di Firenze abbiano aperto un fascicolo, ipotizzando il traffico di influenze illecite. Giovedì 21 marzo, è stato ascoltato per più di tre ore come «informato sui fatti» Andrea Bacci, imprenditore da decenni legato alla famiglia Renzi e già collaboratore di Matteo, nonché la persona che ha ristrutturato la sua villa Pontassieve. A quei tempi Bacci frequentava Dagostino e Tiziano, era spesso in trasferta con loro a Roma e, quando serviva, dava pure qualche consiglio all’ex premier.
seguendo le FALSE FATTURE
La nuova indagine, come detto, parte dall’inchiesta per false fatture che ha portato alla sbarra i genitori di Renzi e il loro ex socio Dagostino (il processo è iniziato il 4 marzo scorso). Al centro del procedimento, due bonifici ad altrettante aziende dei Renzi concordati con lo stesso Dagostino.
Il totale dei versamenti ammonta a 195.200 euro e, secondo gli inquirenti, sarebbero stati pagati a fronte di prestazioni inesistenti. La prima tranche di 24.400 euro viene inviata a Rignano sull’Arno il 17 giugno 2015. La data, per una strana coincidenza, è la stessa in cui Dagostino porta in visita a Palazzo Chigi tre personaggi a lui cari: il magistrato Antonio Savasta, l’avvocato Ruggiero Sfrecola e il tributarista Roberto Franzé. Ad attenderli c’è il sottosegretario Luca Lotti e l’incontro è organizzato proprio da Renzi senior. Savasta (arrestato il 14 gennaio scorso per corruzione in atti giudiziari) è il pm che in quel momento sta indagando su un giro di fatture false collegato proprio a Dagostino.
Secondo gli inquirenti che ne hanno chiesto l’arresto, il magistrato stava facendo un’indagine all’acqua di rose in cambio di soldi e di quella visita a Roma, con cui sperava di entrare nelle grazie di Lotti e di ricevere un qualche incarico ministeriale. L’avvocato Sfrecola è un ex compagno di liceo di Savasta e in quei mesi sta difendendo i futuri coindagati di Dagostino. Il terzo ospite della visita a Palazzo Chigi è Roberto Franzé, il quale il 5 maggio 2015 era stato nominato consigliere d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti - Investimenti società di gestione risparmio Spa, controllata dal ministero dell’Economia.
È lo stesso Franzé a raccontare la sua scalata al successo alla pm Christine von Borries, nell’interrogatorio dell’11 aprile 2018: «Un giorno Luigi Dagostino (questo avveniva nei primi 3-4 mesi del 2015) mi disse che si rinnovavano per scadenza naturale i consigli d’amministrazione di alcune società partecipate dallo Stato. Il Governo cercava quindi degli esperti in varie aree, tra cui la mia che è il diritto tributario e anche immobiliare, da segnalare alle società incaricate di valutare i vari curriculum e di segnalarli a chi doveva nominare i Cda». Franzé sostiene di essere entrato in Cdp tramite «cv». In realtà il suo nome era stato raccomandato da Dagostino a Lotti, il quale aveva chiesto referenze nel «circolino» del Giglio magico, per esempio ad Andrea Bacci. Ma questa parte il tributarista non la racconta: «Io mi dissi interessato e inviai il curriculum». La mail parte il 2 maggio e che cosa poi accade lo racconta ancora Franzé: «Poco dopo fui contattato dall’avvocato Benedetta Sanesi della Cdp investimenti Sgr che mi comunicò che il mio nominativo era stato selezionato dal socio Cdp spa per ricoprire un posto all’interno del Cda e sono stato nominato consigliere il 5 maggio 2015 fino all’aprile 2018».

L’INCONTRO (E LE MAIL) CON LOTTI
Franzé, il 17 giugno 2015, viene ricevuto direttamente da Luca Lotti a Palazzo Chigi. «Fu Dagostino a propormi quest’incontro sapendo delle mie conoscenze in materia tributaria e così appresi che lui conosceva Lotti». Ecco il resoconto dell’abboccamento: «Il mio colloquio con Lotti durò circa 10 minuti e io mi presentai dicendo quali erano le mie qualifiche e il mio settore di studi e lui manifestò l’interesse da parte del governo a ricevere segnalazioni volte alla modifica della legislazione tributaria al fine di renderla più vicina al cittadino e io manifestai la disponibilità a supportare il governo nell’analisi di testi normativi in materia». Secondo Franzé l’incontro ha come conseguenza una mail di Lotti del 10 luglio 2015, in cui si legge: «Gentile Franzé che cosa ne pensa delle proposte in allegato (contenente un’ipotesi di modifica della legge sul diritto di successione, ndr)? Terrei molto a un suo parere. Saluti». Il 14 luglio il legale calabrese risponde con un messaggio d’approvazione in cui, però, suggerisce alcune modifiche. Da allora, giura il tributarista, i due non avrebbero più comunicato.

Un TEATRO a prezzi di SALDO
Il nome di Franzé spunta anche in un’altra vicenda. In una richiesta di proroga delle intercettazioni della Guardia di finanza di Firenze del dicembre 2017 viene segnalata l’«operazione Teatro comunale» di Firenze. Le Fiamme gialle ricordano che l’immobile era stato ceduto il 27 dicembre 2013 dal Comune, all’epoca guidato da Matteo Renzi, a Cdp investimenti Sgr Spa al prezzo di 25 milioni di euro (anche se nei mesi precedenti l’allora Rottamatore aveva raccontato di volerne incassare almeno il doppio). Sul teatro mette gli occhi Dagostino, il quale, cinque giorni prima che il suo amico Franzé invii il curriculum che lo porta nel consiglio di amministrazione della stessa Cdp investimenti Sgr, fonda la Corso Italia Firenze srl.
Tra i proprietari figurano pure due società panamensi, riconducibili secondo i magistrati a Carmine Rotondaro. Quest’ultimo è un avvocato cosentino in affari con Dagostino, ma anche con Franzé di cui è amico e collega (i due hanno recentemente pagato 750 mila euro di multe alla Consob per attività di insider trading).
In data 31 luglio, annotano sempre gli investigatori, la Cdp investimenti Sgr stipula un contratto preliminare di compravendita dell’ex Teatro comunale con la società di Dagostino, al prezzo di 25 milioni di euro, di cui 2,5 di caparra. Nel Cda che dà il via libera siede pure Franzé.
La coincidenza viene evidenziata dalla pm Christine von Borries e l’avvocato, a verbale, replica: «Io non ho mai suggerito al dg o ad altri alcunché in merito a tale vendita».
Alla fine l’affare non si conclude: «So che nel corso del 2017 il preliminare è stato risolto» conclude Franzé, «sia per questioni di opportunità perché il nome di Dagostino era uscito più volte sulla stampa collegato ad indagini in corso e perché c’erano delle condizioni anche urbanistiche che non si erano verificate e alla cui verifica era subordinata la stipula del definitivo». Dunque la cessione non sarebbe andata in porto anche per colpa dei giornali. Quattro anni dopo pure l’«operazione Teatro comunale» è sotto la lente degli inquirenti. Evidentemente c’è il sospetto che le cose non siano andate come sostengono i protagonisti.
I registri degli ingressi di Palazzo Chigi rivelano che in quel periodo nella sede del governo è tutto un via vai di personaggi che hanno rapporti con Rignano sull’Arno. È un habitué anche il cognato di Matteo, Andrea Conticini, che viene ricevuto piuttosto spesso dalla segretaria di Lotti, Eleonora Chierichetti, rignanese doc raccomandata all’ex ministro da mamma Laura. Ma vi entra pure Rotondaro, all’epoca manager del gruppo Kering. Nel 2017 è stato licenziato in tronco dalla multinazionale per presunti malaffari e, dopo essere stato indagato dalla Procura di Milano, è diventato «collaboratore» dei pm. Ma questa è un’altra storia.
Grazie ai buoni uffici di Tiziano, Rotondaro e Dagostino erano andati insieme a Palazzo Chigi per far prendere a un sarto della Brioni le misure di Matteo Renzi. Era il 18 settembre 2014. Della pimpante comitiva faceva parte anche l’amministratore delegato della maison abruzzese. Rotondaro aveva bocciato il guardaroba dell’ex segretario dem e aveva chiesto a Dagostino di potergli far preparare su misura alcuni abiti del celebre marchio italiano del gruppo Kering. Completi che sono stati indossati anche da Barack Obama, Tony Blair e dagli interpreti di James Bond.
In Abruzzo prepararono i completi, ma nel 2015 l’aria era già cambiata ed erano usciti i primi articoli su Dagostino e Rotondaro. Il 3 ottobre la Brioni inviò una mail per far sapere che gli abiti erano pronti, ma nessuno rispose. Forse Matteo temeva, a causa del nuovo look, di trasformarsi, come 007, in un «bersaglio mobile». n
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