Politica

TeleRenzi, la riforma Rai è in onda

Approvata in Senato la nuova governance che dà poteri assoluti all'amministratore delegato scelto dal governo

Antonio Campo dall'Orto

Antonella Piperno

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Fuori i partiti dalla tv pubblica. E dentro il governo. E' una staffetta pesante che secondo le opposizioni mette a rischio la libertà di informazione, quella che esce dalla riforma della Rai approvata ieri sera. Quando i senatori si stavano già sciogliendo e sembrava che sarebbe stato tutto di nuovo rimandato (a gennaio), si è deciso di votare per alzata di mano, dopo l'approvazione della legge di Stabilità. Ed è nata così, ufficialmente Rai-Renzi, la tv dove da ora in poi, comanderà un sol uomo al servizio dell'esecutivo, il finora direttore generale Antonio Campo Dall'Orto, da domani amministratore delegato che tutto potrà.

Scenari futuri? Dipende dai punti di vista. Rosei, snelli e moderni secondo il Pd e il sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni Antonello Giacomelli, convinto che "con la riforma approvata la Rai diventa un'azienda di servizio pubblico più moderna, più efficiente e trasparente, con un vero amministratore delegato e un Cda non scelto dalla Vigilanza, ma da Camera e Senato con candidature pubbliche. Si rafforza il legame con le istituzioni e con il sistema-paese, non con i partiti".

La vedono molto più nera, invece, le opposizioni. Il grillino Roberto Fico, presidente della commissione di Vigilanza, si è subito sfogato su Facebook: "Non esiste nessuna riforma della Rai. Quella approvata poco fa al Senato è una Gasparri 2.0. E' la peggiore legge che si potesse congegnare per il servizio pubblico". E denuncia: "In pericolo ci sono il pluralismo e la libertà di informazione con gravi conseguenze per gli equilibri democratici".

Secondo Fico "Renzi vuole una Rai legata a doppio filo al potere esecutivo con la nomina dell'amministratore delegato da parte dello stesso governo. In qualunque democrazia sarebbe impensabile". Una Rai, aggiunge, "guidata da un uomo solo al comando. Un sistema molto caro al presidente del consiglio, che riflette una concezione del potere che respingiamo totalmente. Tutto questo significa non volere il meglio per il futuro dell'azienda e del Paese, ma considerare la televisione pubblica, finanziata dai cittadini, come una proprietà di cui disporre a proprio uso e consumo per accentrare e consolidare potere. In pericolo ci sono il pluralismo e la libertà di informazione con gravi conseguenze per gli equilibri democratici".

Se per i grillini quella uscita dall'Aula è una Gasparri 2.0, il senatore forzista che ne porta il nome, Maurizio Gasparri, contrario fin dall'inizio alla trovata governativa è convinto però che non avrà lunga vita: "E' una leggina che sarà stracciata per la sua palese illegalità. Un atto di protervia che sarà la Corte ad abolire. La legge Gasparri resta in vigore. Si modifica, in termini incostituzionali, la nomina dei vertici Rai. Comanda tutto un Amministratore Delegato scelto dal Governo, negando quattro sentenze della Corte Costituzionale".

E non si sentono tranquille neanche la Federazione nazionale della Stampa e l'Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai: "L'Italia è già da troppo tempo in fondo alle classifiche mondiali per la libertà di informazione. Ora c'è il concreto rischio di scivolare ancora più in basso". Lo scrivono il segretario dell'Usigrai, Vittorio di Trapani, il segretario generale dell'Fnsi, Raffaele Lorusso e il presidente Fnsi, Giuseppe Giulietti, in un comunicato sulla riforma Rai. Con la Legge di Stabilità, il governo si prende il controllo anno per anno anche dei finanziamenti del Servizio Pubblico, uno degli strumenti più forti per condizionare la gestione e le scelte editoriali della Rai".

Ma che cosa cambierà di fatto?

Dall'entrata in vigore della legge l'attuale dg Antonio Campo Dall'Orto acquisirà i poteri previsti dalla riforma per l'ad, mantenendo comunque quelli attuali. Può nominare i dirigenti, ma per le nomine editoriali deve avere il parere del cda (ma per fermare Supercampodallorto serve il parere contrario dei due terzi del consiglio, una chimera considerando la sua composizione). Secondo un emendamento approvato in commissione alla Camera, l'ad assume, nomina, promuove e stabilisce la collocazione anche dei giornalisti, su proposta dei direttori di testata e nel rispetto del contratto di lavoro giornalistico; può firmare contratti fino a 10 milioni di euro e ha massima autonomia sulla gestione economica.

Cambia anche il cda: i componenti del cda sono sette al posto degli attuali nove: quattro eletti da Camera e Senato, due nominati dal governo e uno designato dall'assemblea dei dipendenti.

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