Lo stipendio dei commessi alla Camera. Uno scandalo (vecchio)

Il tetto a 240mila euro stabilito ieri li ha fatti infuriare; ecco la storia di uno degli scandali della politica cominciato 40 anni fa - L'intervista

Commessi alla Camera dei Deputati – Credits: Ansa

Sabino Labia

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Gli Uffici di presidenza di Montecitorio e Palazzo Madama, si sono riuniti in contemporanea, e hanno stabilito che il tetto massimo di retribuzione, relativo ai Consiglieri Parlamentari, non superi i 240 mila euro all’anno al netto della contribuzione previdenziale (l’8,8% della retribuzione). Naturalmente, la decisione non è stata presa bene e polemicamente i dipendenti di Montecitorio hanno accolto l'uscita dei componenti dell'ufficio di presidenza della Camera al coro di "Bravi, Bravi, Bis!" e "grazie!". Alla vicepresidente della Camera, Marina Sereni, che ha la delega sul personale, è stato riservato un: "Bel capolavoro, grazie!"

La questione delle indennità dei dipendenti di Camera e Senato ha vissuto per anni nel più assoluto anonimato, anche perché agli occhi dell’opinione pubblica quello che più urtava erano gli stipendi dei parlamentari. Tuttavia, anche chi lavora a stretto contatto con la Casta per antonomasia, gode dei suoi piccoli privilegi. Sin dal 1950 le retribuzioni del personale del Parlamento erano adeguate automaticamente al costo della vita attraverso l’utilizzo della Scala Mobile, più correttamente “Indennità di contingenza”. Era l’unico settore a usufruire di questo privilegio insieme a quello dei bancari. Per tutte le altre categorie di lavoratori, l’adeguamento automatico al costo della vita venne inserito, dopo contrattazione, soltanto nel 1975.

Nel corso degli anni oltre agli aumenti automatici che facevano lievitare gli stipendi, si registravano anche i doni da parte de benefattori come Amintore Fanfani, che nel 1970 quando ricopriva la carica di presidente del Senato decise di fare un regalo a tutti i dipendenti di Palazzo Madama deliberando un anno d’anzianità valevole a fini pensionistici. Il motivo del dono era per celebrare il centenario di Roma Capitale.

Nel 1974 con l’Italia che era costretta ad andare a piedi la domenica e l’inflazione alle stelle, il nuovo presidente del Senato, Giovanni Spagnolli, decise di apporre una piccola modifica per cercare di dare il classico buon esempio e cioè che l’adeguamento al costo della vista fosse ogni sei mesi, invece di due. Tutto qui.

Un anno dopo, però, la situazione diventò insostenibile e così scoppiò lo scandalo degli stipendi d’oro dei funzionari del Parlamento. A provocarlo fu il vicepresidente del consiglio Ugo La Malfa, fustigatore dei mali della politica, che attraverso l’organo del suo Partito“La Voce Repubblicana”con un duro editoriale dal titolo“Il Parlamento centro della crisi nazionale”, denunciò senza mezzi termini“le posizioni di assurdo privilegio”di cui godevano i dipendenti di Camera e Senato. Fu tale lo sconcerto da parte dell’opinione pubblica, che il sindacato nazionale autonomo dei dipendenti dell’amministrazione scolastica (Snadas) inviò polemicamente un telegramma a La Malfa chiedendo, per conto di tutti i suoi iscritti, di essere assunto alla Camera dei Deputati. Passarono pochi giorni e, il 13 ottobre, Sandro Pertini, presidente della Camera e, anche lui come La Malfa, politico intransigente, si dimise perché, nonostante avesse tentato di modificare una situazione ereditata da precedenti presidenze, si sentì in dovere di assumersi ogni responsabilità. Qualche anno dopo, in un’intervista al settimanaleEpoca,dichiarò:“Io non ne avevo colpa, quella situazione l’avevo semplicemente ereditata. Tuttavia, mi dimisi perché ho sempre pensato che chi sta in un certo posto debba pagare di persona, non trincerandosi dietro alle responsabilità di altri”.

Il 16 ottobre 1975 gli uffici di presidenza di Camera e Senato decisero di bloccare la Scala Mobile. L’indennità integrativa speciale di dipendenti e funzionari del Parlamento aveva toccato il 50% in più rispetto agli stipendi base di altre categorie di lavoratori. Per giunta, fino a quella data, ai cittadini italiani, non era dato sapere quanto realmente guadagnassero i dipendenti del Palazzo. Si stabilì allora di realizzare un bollettino dei servizi dove pubblicare le retribuzioni del personale e le relative variazioni.

Trascorsero altri cinque anni e, nel 1980, a scatenare la polemica ci pensò Vittorio Gorresio suLa Stampac he, a seguito della richiesta della Corte dei Conti di poter controllare le spese del Parlamento, svelò l’esistenza di una commissione interna a Montecitorio che aveva stabilito nuovi aumenti per i vertici dell’amministrazione della Camera: il segretario generale passava da 3mln e 874 mila lire lorde mensili a 5 mln e 25 mila lire; il vice segretario da 3mln e 345 mila lire lorde mensili a 4mln e mezzo lorde. Tutto ciò per 15 mensilità. Più di ministri, sottosegretari, deputati e senatori. La sua conclusione fu, e potrebbe essere presa in prestito anche oggi, vista la situazione del Paese:“Il problema è politico e morale”.

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