Lo sdegno del prof Stefano Vanità

Offeso perché al Quirinale è andato Giorgio Napolitano e non lui, l'ex garante della privacy ha tutti i vizi e i tic degli antichi "indipendenti di sinistra"  

Stefano Rodotà (Ansa /Guido Montani)

Andrea Marcenaro

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Guardate che il professor Stefano Rodotà, anzi, «Rodotà-tà-tà», come l’ha soprannominato Giuliano Ferrara, è molto offeso. Moltissimo. Molto indignato. Indignatissimo. La vanità del professor Rodotà-tà-tà è stata ferita come raramente è capitato. Ritiene inspiegabile, il molto onorato professor Rodotà-tà-tà, considera un affronto personale che al Quirinale sia finito un altro. Non gli è parso possibile. Perché gioca brutti scherzi, la vanità. Sa aprire siparietti di geniale comicità: «Manco m’avete telefonato!» ha protestato il professore col Pd, che aveva candidato un altro, contro il quale Rodotà aveva fatto fuoco e fiamme, mentre Rodotà stesso si prestava a candidato di Beppe Grillo, che il Pd voleva asfaltarlo, eppure: «Manco m’avete telefonato!» ha avuto la faccia di lagnarsi. Mai a nessuno era venuto in mente che il condannato dovesse chiamare per sollecitare il boia alla puntualità. A Rodotà sì. Era serissimo, mentre mugolava. «Scusa, eh, non potevi chiamare tu?» ha chiuso la scenetta Eugenio Scalfari. E meno male, direte.

Certo, ma questo è stato il secondo manrovescio alla vanità di Rodotà-tà-tà. Perché? Come perché? Perché quelle come Rodotà sono figure indipendenti, monumenti a cavallo che non si mescolano alla gente di mano iscritta nei partiti. Vengono chiamate, blandite, promosse alle cariche più ambite. Loro non fanno telefonate, le ricevono. Talora rispondono, talora sbuffano. Erano i famosi indipendenti di sinistra. La cui caratteristica prima consisteva nel fatto che la loro indipendenza presupponeva la dipendenza di molti altri. In tanto rifulgeva l’indipendenza dell’indipendente, in quanto la dipendenza del volgare dipendente era certa e procurava, nell’ordine: voti, finanziamenti (talvolta ahum-ahum), sedi e potere, vale a dire quelle prestigiose poltrone su cui appoggiare poi l’indipendente sedere. Un vero e proprio miracolo, grazie al quale l’indipendente poteva agevolmente sputare sulla piattaforma da cui aveva spiccato il volo.

Vanità. Famosa è rimasta la sfuriata con cui Rodotà-tà-tà si dimise dalla presidenza del Pds perché non ottenne la presidenza della Camera, assegnata (tu guarda la combinazione) a Giorgio Napolitano. Era il 1992. Nel 1976 famoso era stato il repentino passaggio di Rodotà da un’incerta candidatura radicale a una garantitissima candidatura col Pci: «Noi siamo noti pazzi» lo apostrofò Marco Pannella «ed è risaputo quanto tu sia molto savio». Famosa restò una sua polemica con Francesco Cossiga nel 1990: «Il presidente insinua che ci sia voglia di Palazzo nei giuristi che lo criticano. Un solo Palazzo mi ha sempre interessato: quello dell’università». Poi i tempi sono cambiati, i Rodotà-tà-tà sono diventati «i partigiani del Terzo millennio» applauditi dai popoli viola, prefigurano «forme di disobbedienza civile», vanno a Ballarò, incendiano d’indignazione quel poco o tanto di share, non si perdono un Palasharp. Altro modo di essere indipendenti. Quanto all’unico Palazzo che interessava il professore, non pare che si trattasse solo di quello dell’università-tà-tà.

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