Stato-mafia: Martelli denuncia un pentito

Carmelo D’Amico, ritenuto “altamente attendibile” dai pm siciliani, aveva indicato l’ex ministro socialista come il mandante delle stragi

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Falcone con Claudio Martelli nel 1991. Allora ministro di Grazia e Giustizia, era nel mirino di Cosa Nostra proprio per la fiducia in Falcone, che fu da lui chiamato alla Direzione Generale degli Affari Penali. – Credits: Olycom

Anna Germoni

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 Altra grana per la Procura di Palermo. Ieri l’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, ha querelato per calunnia il pentito Carmelo D’Amico, un ex boss della mafia barcellonese che negli anni Novanta aveva assunto il ruolo di “ambasciatore” tra le famiglie mafiose parlemitane e il clan catanese di Nitto Santapaola: "Quello che ho fatto contro Cosa Nostra lo sanno tutti" dice Martelli a Panorama.it. "Non è la mia denuncia per calunnia che delegittima la Procura, ma il loro prestare fede a un mafioso, assassino e calunniatore".

D’Amico, autore di oltre 40 omicidi dal 1989 fino al 2009, quando fu arrestato, aveva deciso di collaborare con la giustizia nel dicembre 2014, nel carcere di Bicocca di Catania: “Perché volevo cambiare vita” ha spiegato l’ex boss “sia per me, sia per la mia famiglia, e non ce la facevo più a fare quella vita e praticamente. E poi Papa Francesco aveva scomunicato tutti i mafiosi, e questo mi ha fatto riflettere tantissimo. Così ho deciso di cambiare vita”.

I magistrati palermitani che conducono l’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia avevano chiesto alla corte d’assise di Palermo di ammettere la deposizione di D’Amico, ritenuto “altamente attendibile”, allo scopo di portare riscontri alle dichiarazioni di altri mafiosi pentiti.

Così l'ultimo super testimone dell'inchiesta che ipotizza una trattativa tra uomini dello Stato e capimafia è stato sentito come teste il 17 aprile scorso. Ma le sue dichiarazioni si sono rivelate più che altro uno show. D’Amico ha dichiarato che quando era in regime di carcere duro il boss Nino Rotolo gli aveva raccontato tutta la storia della “trattativa” a volte anche “a gesti” dalle finestre delle celle” (peraltro controllate giorno e notte dagli agenti penitenziari, ndr).

D’Amico ha raccontato anche che “i mandanti delle stragi (di Capaci, di via D’Amelio e delle bombe del 1993, ndr) erano Nicola Mancino e Claudio Martelli”. E ha aggiunto che “i servizi segreti e Marcello Dell’Utri hanno fatto il doppio gioco per far scendere a compromesso il ministro Martelli con Mancino”, e che sono “stati portati con la mano da Vito Ciancimino per fargli fare questa trattativa”.

Più volte l’ex boss messinese si è vantato in aula che il boss Rotolo, usando a volte i gesti e a volte caricando il proprio labiale per farsi vedere da una cella all’altra, gli avrebbe raccontato di tutto: dai mandanti dell’assassinio di Giovanni Falcone (a suo dire, sarebbe stato ordinato da Giulio Andreotti) ai servizi segreti che avrebbero spinto Martelli e Mancino a rivolgersi a Totò Riina e a Bernardo Provenzano tramite l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. È per queste accuse infamanti che Martelli ha deciso di querelare per calunnia il pentito.

D'Amico, suscitando mormorii nell’aula bunker dell’Ucciardone, dove si svolgeva la sua deposizione, ha sostenuto anche che il "papello", ovvero il documento in cui sarebbero state elencate le richieste da parte di Cosa nostra allo Stato in cambio della fine delle stragi, fu scritto manualmente “da Provenzano sotto la dettatura di Riina” e venne consegnato dal Ciancimino direttamente a Martelli.

Evidentemente l’ex capomafia messinese non è a conoscenza che il papello non è altro che una copia di una fotostatica, visto che l’originale non è mai stato consegnato alla Procura da Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, nonostante siano passati sei anni dalla sua promessa di consegnare l'originale. Inoltre la Polizia scientifica ha analizzato quella copia, su mandato della Procura di Palermo, e ha comparato la grafia di 27 boss, tra cui Provenzano, Riina, Cinà, Bargarella, senza trovare alcun riscontro.

Nella denuncia, depositata ieri in 13 pagine, l’ex ministro socialista ripercorre la sua attività politica volta al contrasto alla criminalità organizzata, dall’istituzione del carcere duro all’antiracket: attività che dice essere stata “sempre svolta con il massimo impegno e nell'esclusivo interesse della res publica, facendo scelte e assumendo iniziative molto spesso scomode”.

Nel documento Martelli, che a sua volta compare nella lista testi della Procura, è molto duro contro il pentito: denuncia che “il comportamento di collaborazione con la giustizia assunto da D’Amico si è rivelato tutt’altro che spontaneo e trasparente” e che “è evidente che D’Amico ha volutamente mentito, fornendo dichiarazioni nuove e diverse rispetto a quelle previamente rese, al fine di usufruire delle agevolazioni previste per i collaboratori di giustizia”.  

Nella querela si legge inoltre che il comportamento di D’Amico “è risultato profondamente mutevole e privo di una coerenza logica, caratterizzandosi per reticenza, contraddizione e falsità” e che “non si spiega come mai abbia omesso di riferire queste circostanze durante i 180 giorni previsti dalla normativa per i collaboranti quanto poi dichiarato durante la sua testimonianza”.

 

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