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Esposito ai falchi Pd: «Sull'art. 18 rischiate le elezioni»

Il senatore avverte i pasdaran di casa in vista della direzione di lunedì. Dissidenti in cerca di mediazioni, ma al Senato partita a alto rischio

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Paola Sacchi

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«Fino a lunedì è giusto discutere e cercare di trovare una mediazione, ma se questi falchi dell’articolo 18 insistono fino a sfiduciare al Senato Matteo Renzi, allora sarà bene farla finita e andare a votare. È chiaro che non sono per le elezioni, ma a quel punto saranno loro a prendersi la responsabilità del voto anticipato. E basta!».

Stefano Esposito, senatore pd, un uomo che viene dalla tradizione riformista del Pci-Pds-Ds, noto per le sue battaglie contro gli anti-tav, non è tra coloro che hanno votato Matteo Renzi alle primarie e lo ricorda ma su una cosa è fermo: «Si discute e si media fin che si può, poi ci sono dei luoghi dove si decide. E se lunedì la direzione voterà sì al jobs act di Renzi, i dissidenti devono ritirare i 7 emendamenti presentati al Senato». Sbotta: «Questi vogliono far diventare un caso di libertà di coscienza anche l’articolo 18, già e così il Pd diventerà partito della libertà di coscienza. Peccato, questi mi hanno addirittura fatto arrivare a essere d’accordo con Roberto Giachetti (ex radicale, renziano ndr)!».

Il premier dagli Usa a Pier Luigi Bersani e agli altri ha già risposto secco: vado avanti, «niente compromessi». E se lunedì si voterà, come si prevede, è chiaro che l’avrà vinta lui: ha il 70 per cento alla direzione pd. Ma una volta vinta la partita a Largo del Nazareno, resta quella insidiosissima del Senato, dove la maggioranza viaggia sul filo di 7 voti in più. Ed è chiaro che se fossero determinanti i voti di Forza Italia, cambierebbe il quadro politico. Un’ eventualità che fa dire a Esposito: «Si va a votare punto e basta».

I maligni in Transatlantico però già prevedono che alla fine da quella trentina di dissidenti (c’è chi dice anche quaranta, di cui una ventina sarebbero bersaniani e oltre dieci i civatiani) diversi si potrebbero sfilare. Ma i «falchi» sono guidati da bersaniani di ferro come Maurizio Migliavacca, esperto uomo d’apparato del Pci-Pds-Ds, nonché esponente di spicco del cosiddetto “Tortello magico”, ovvero l’inner circle di Bersani segretario. Un politico insomma navigato, le cui mosse non sono da sottovalutare. Alla Camera tra i falchi ci sono oltre allo stesso Bersani, Stefano Fassina e Alfredo D'Attorre. Tra i più duri anche anche Andrea Giorgis, uno degli esclusi più noti dalla nuova segreteria. E sul piede di guerra ci sono ex Margherita di peso come Rosi BIndi, che da un po’ di giorni conversa fitto fitto con l’ex segretario nel Transatlantico di Montecitorio. In mezzo c’è la cosiddetta ala dialogante rappresentata dai giovani turchi di Matteo Orfini, presidente dell’assemblea ds. E anche parte della cosiddetta Area riformista, capitanata dal capogruppo alla Camera Roberto Speranza. Dialogante, ma sempre a condizione che non si cancelli completamentente la reintegra dell’articolo 18 anche la minoranza di Gianni Cuperlo. Le intenzioni anche dei falchi sembrano meno bellicose di una settimana fa. Bersani ha già detto: «Se si vuole una sintesi si trova». Ma c’è anche l’altra lettura che si può adre alla dichirazione dell’ex segretario e cioè: se ci sarà la rottura, il responsabile è Renzi. Ma la novità è che il premier non sembra disposto ad andare a compromessi. Sul jobs act si gioca la faccia, e soprattutto è all’Europa e alla Troica che deve dare un segnale. È evidente che la minoranza pd non ha affatto interesse di andare a votare. Semmai l’obiettivo è logorare Renzi, magari per altri governi tecnici. Ma il gioco al Senato rischia lo stesso di farsi pericoloso. E sfuggire di mano anche ai dissidenti.    

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