Corte Costituzionale, pesa la ribellione di Renzi a Napolitano su Violante

Sul patratrac che ha visto bruciati, per ora, i candidati di Fi (Catricalà) e del Pd (Violante) alla Corte, prove tecniche per l'elezione del capo dello Stato

I candidati alla Corte Costituzionale e Csm – Credits: Ansa

Paola Sacchi

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E se fosse stato un replay in miniatura della carica dei 101 per l’elezione del capo dello Stato? Di più: anche una prova tecnica per l’elezione del presidente della Repubblica? Di "cariche dei 101" (è il numero dei franchi tiratori che affossò la candidatura di Romano Prodi al Colle) sul piano tecnico, durante le votazioni per l’elezione dei due candidati alla Corte costituzionale indicati ufficialmente da Pd e FI (Luciano Violante e Antonio Catricalà) ci sono state sia dentro Forza Italia, dove sono mancati moltissimi voti a Catricalà, ma anche dentro il Pd, dove ieri all’ex presidente della Camera secondo i conteggi sarebbero mancati una quarantina di voti. Meno di quelli per il candidato azzurro, ma forse ancora più pesanti, perché il Pd è il partito del premier. «Una cosa è certa se Violante viene bruciato così per la Consulta è chiaro che si indebolisce ancora di più anche una sua possibile candidatura a Capo dello Stato, perché di questo tra un po’ si tornerà a parlare», fa notare un deputato pd.

Secondo i maligni, Matteo Renzi quella candidatura più che scelta l’avrebbe subìta, perché, ma si tratta solo di boatos del Transatlantico, sarebbe in realtà gradita al capo dello Stato, che non disdegnerebbe Violante come suo successore, un uomo con il quale in passato non è andato molto d’accordo, ma che alla fine sempre del suo ex partito fa parte. Ma, si tratta solo di gossip ai quali è impossibile trovare conferma, e però sono voci insistenti. Ma è un fatto che mentre i due candidati venivano bruciati in una votazione dietro l’altra, ai cronisti non è sfuggito che il plenipotenziario renziano, Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, se ne stava tranquillamente a parlare con i cronisti, a salutare amici e deputati vari. Certo è stato sempre lì, per rimarcare la paternità della scelta Violante, ma insomma ai più non è apparso particolarmente affannato, «quasi una difesa d’ufficio», dicono, sotto anonimato alcuni bersanian-dalemiani. 

Non tutto è possibile spiegare secondo le coordinate del patto del Nazareno, e certamente la confusione e le divisioni di varia natura sono grandi sotto il cielo di Forza Italia, tant’è che il non candidato azzurro Donato Bruno ha riportato addirittura 120 voti, all’insofferenza per il «renzismo azzurro» si sarebbe aggiunta quella, barrano le cronache di una divisione tra falchi (Nicolò Ghedini) e Gianni Letta, vicino a Catricalà. Ma il sospetto che all’origine del patatrac ci sia la scarsa convinzione di Matteo Renzi sulla candidatura Violante è assai forte. Perché la sconfitta di Violante ( anche grazie al fuoco amico) è chiaro che ha dato la stura alle divisioni  dentro Forza Italia su Catricalà, secondo la logica: cade l’uno ma cade anche l’altro. L’week-end porterà consiglio a entrambi gli schieramenti. Il borsino del Transatlantico di venerdì pomeriggio scommette sull’accoppiata Francesco Barbera, ritenuto più gradito al premier, e Donato Bruno. A meno che non rientri Catricalà, questa volta sostenuto da un patto di ferro che porterebbe anche tutto il Pd a votarlo in cambio del costituzionalista di area Pd.  Ma se è vero che Renzi non ha sostenuto abbastanza Violante, e sempre se è vero che l’ex presidente della Camera sarebbe stato gradito al Colle, questo sarebbe il primo atto di disobbedienza a Giorgio Napolitano, sotto la cui tutela se non «commisariamento» Renzi  è finito nell’orribile estate 2014 con tutti gli indicatori economici drammaticamente in picchiata. «Come potevate pensare che il premier sulla Corte, per non dire un domani per il Colle, seguisse un metodo diverso da quello che ha portato alla nomina di Federica Mogherini in Europa? Il suo motto è asfaltare il passato e non avere gente che gli fa ombra», fa notare un deputato pd. Che aggiunge: «E poi Violante è in ottimi rapporti con l’”odiato” D’Alema». Ma in picchiata ora è anche la popolarità di Renzi, che, riporta «la Repubblica», va giù di quindici punti.     

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