Politica

Così "l'élite" ha perso il popolo

Ecco come, dalla rabbia di una "plebe" disprezzata, è nato lo tsunami che ha spazzato via tutto

Renzi Boschi

Conosco da trent’anni un italiano che vive in Australia, ci perde di vista per anni, poi torna ogni tanto e chiede cosa è successo da noi. Partì dall’Italia che c’era la prima repubblica, e sembrava destinata a durare per l’eternità. Tornò dopo un po’ di anni e non trovò più i partiti e i leader che conosceva sin dall’infanzia. Si trovò un paesaggio stravolto e un paese diviso tra berlusconiani e antiberlusconiani. Un paese diverso, non migliore o peggiore di quello precedente, ma diverso.

Gli accadde di tornare tre anni fa e vide ormai esautorato il vecchio re, archiviati i tecnici e si trovò davanti il nuovo regnante, Matteo Renzi; e visto il consenso, l’assenza di concorrenti e la giovane età, sembrava un regno duraturo. Ma tornato in questi giorni in Italia non ha visto più quei regnanti, nemmeno la bella principessa dagli occhi turchini, regina dei Boschi d’Etruria. Ha trovato invece questa strana alleanza di sarchiaponi napoletani e mandrilli lombardi, come lui li definisce. Sicché mi ha chiesto di spiegargli cosa è successo nell’ultimo anno. Impresa terribile, ma ci provo.

Diciamo che tutto è nato quando un paese a pezzi ha trovato un punto in comune che è diventato un passaparola: chi ha comandato finora non deve più comandare. Potenti, tecnocrati, sinistri, centrodestri, sovrani, eurocrati, vescovi, manager, ricchi, vecchi marpioni, intellettuali. Basta. A morte le élites e i privilegiati. Abbasso i media e i mediatori, non vogliamo più intermediari.

Per dirla meglio, si è rotto il patto sociale tra governati e governanti, tra media e utenti, tra élite e popolo. Il patto sociale era l’accordo sotterraneo che ancora sorreggeva, fino a qualche anno fa, la nostra democrazia. Logorato da svariate crisi, traumi e golpetti, il patto sociale reggeva su un residuo interesse reciproco a tenerlo in piedi, a criticarlo ma senza romperlo. Già con la seconda repubblica la società si era rivoltata contro la politica, ed era nato il berlusconismo; ora si rivolta e inveisce anche contro l’economia, contro i potentati europei e l’intera classe dirigente. Così il patto è saltato.
Cosa frenava la rottura del patto sociale? Un residuo interesse reciproco, generale, comune, tra governati e governanti; la percezione di benessere diffuso e di essere comunque sulla stessa barca e il sottinteso che se la classe dirigente s’arricchiva, sia pure in modi illeciti, i benefici raggiungevano a cascata un po’ tutti. Poi il flusso si è interrotto, e non solo a causa dell’Europa.

Ma insieme al venir meno di questo, è avvenuto qualcosa di traumatico di cui non si è ancora capita la portata micidiale: il sentire comune, il noi quotidiano, l’alfabeto elementare su cui reggeva la nostra società è stato sconvolto, mortificato, perfino criminalizzato. Nel giro di poco tempo abbiamo appreso che tutto quello in cui credevamo, le parole che usavamo, le cose a cui tenevamo da sempre erano infami, segni di arretratezza e razzismo, di sessismo e familismo, di xenofobia e di fascismo, perfino.

Ogni volta che sorge un dissidio tra l’Italia e l’Europa si deve essere dalla parte dell’Europa e mai dell’Italia, altrimenti si è retrivi, isolazionisti e sciovinisti. Ogni volta che si oppone l’assetto contabile della finanza alla vita reale della gente, si deve tener conto del primo. Ogni volta che sorgono contrasti tra italiani e migranti clandestini o rom si deve parteggiare per i clandestini o per i rom. Ogni volta che si oppongono delinquenti che entrano in casa a derubati, bisogna preoccuparsi di garantire i ladri, non i derubati. Ogni volta che ci sono le famiglie naturali e tradizionali, composte da padri, madri e figli, rispetto alle unioni omosessuali, si deve parteggiare per questi ultimi e far sparire anche nel lessico i riferimenti “trogloditi” alla famiglia e alla nascita. Ogni volta che si espongono i simboli religiosi che ci accompagnano da sempre - il crocifisso, il rosario, il presepe, i canti di Natale, i riti di Pasqua - bisogna provare ribrezzo o almeno imbarazzo nel nome dell’ateismo universale o delle religioni altrui. Provate a stressare su ogni piano gli italiani e insieme a far avvertire tutto il disprezzo verso di loro, plebe oscurantista, razzista, sessista e dentro di sé fascista, fino a separare - con vero razzismo - la minoranza dirigente illuminata dalla “trascurabile maggioranza degli italiani”: volete che alla fine non si rompa il patto sociale?

Se a tutto ciò aggiungi i privilegi e le scorrerie dei pescecani della finanza e della speculazione, che viaggiano sotto scorta politico-mediatica della sinistra e si mangiano o svendono quel che faticosamente è stato messo insieme negli anni, allora la rabbia schiuma e si fa gialla e verde.
Ma non solo: tutto questo era presentato al gentile pubblico come privo di alternative, o ti mangi questa minestra o sei fuori dall’Europa, dalla modernità, dal progresso, dall’umanità. Per istruirci fu adottata una zia severa d’origine inglese, si chiama Tina ed è l’acronimo di There is not Alternative, non c’è alternativa. Insomma il divario tra governati e governanti si era allargato, non c’era ricambio né circolazione delle élite e nemmeno ascensore sociale. Il perimetro in cui muoversi, nell’economia, nei giudizi, perfino nella storia, nei pensieri e nei comportamenti era prescritto e ristretto. E allora chiunque ci avesse detto ti porto via di qui, sarebbe diventato un salvatore. Capito, amico australiano, cosa è successo? Il futuro è un canguro, procede a salti e non si sa cosa porta nel marsupio.

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