Sindacati e privilegiati

Viaggio nella giungla di leggi e leggine che hanno creato e consolidato il superpotere delle organizzazioni di categoria

TRIPLICE

Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, il segretario generale della Uil Luigi Angeletti e il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni – Credits: ANSA/FABIO CAMPANA

Stefano Caviglia

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Laura Maragnani

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Domanda: qual è l’unica grande «ditta» in Italia che può tranquillamente infischiarsene dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? La risposta è così paradossale che chi non la conosce in anticipo non ci arriverà mai. È il sindacato. Cgil, Cisl e Uil insieme hanno circa 20 mila addetti, ma l’obbligo di reintegrare il dipendente licenziato senza giusta causa non li riguarda. «La norma non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori, che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto» dice la legge approvata nel 1990, quando sulla poltrona di ministro del Lavoro era seduto, guarda caso, l’ex sindacalista Carlo Donat Cattin.

È vero che i sindacati non hanno finalità lucrative nei loro statuti. Però, a differenza di partiti ed enti di culto, guadagnano eccome: svolgendo attività assai ben remunerate (con i Caf, Centri di assistenza fiscale, e con patronati e centri di formazione) e non di rado in condizioni di notevole vantaggio sia competitivo che fiscale. Solo che nessuno sa quanto, perché non presentano bilanci consolidati. Ma questa non è l’unica perla nel vasto campionario di privilegi di cui godono le confederazioni, insieme con una quantità di sindacati autonomi che hanno capito l’antifona e si sono messi nella scia della cosiddetta «Triplice».

Di alcuni si avvantaggia il sindacato come organizzazione, altri vanno a beneficio personale dei sindacalisti. Troppi privilegi, in tempo di crisi, rischiano però di far colare a picco la popolarità di un soggetto finora considerato intoccabile. Infatti il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, di fronte all’offensiva del sindacato sulla riforma dell’articolo 18 non ha esitato a partire al contrattacco con un video in cui, senza peli sulla lingua, accusa il segretario della Cgil, Susanna Camusso, di condurre battaglie ideologiche di retroguardia, in difesa di pochi privilegiati.

E il gesto di Raffaele Bonanni di lasciare in anticipo la segreteria della Cisl può essere letto nella direzione di una necessità di rinnovamento.

Leggi ad castam
Un altro duro colpo all’immagine del sindacato era arrivato il 17 settembre dall’inchiesta televisiva delle Iene che ha denunciato i trattamenti pensionistici di favore, uno dei privilegi più odiosi dei sindacalisti. La storia è quasi incredibile: una professoressa a fine carriera viene assunta per poco più di sei mesi come dirigente dal sindacato autonomo Snals (dove il marito è già sindacalista) e così facendo si assicura una pensione nettamente superiore a spese dell’ente previdenziale. E come se non bastasse, nessuno pare averla mai vista allo Snals! Il bello è che in questa situazione (a parte la presenza fantasma, ovviamente) non c’è nulla di illegale. La legge 564 del 1996 (varata quando era ministro del Lavoro Tiziano Treu, assai vicino alle confederazioni) autorizza infatti i sindacati a incrementare, in proporzione allo stipendio, i trattamenti previdenziali dei lavoratori che sono stati distaccati (nel settore pubblico) o si sono messi in aspettativa (nel privato) per fare i dirigenti sindacali.

Il meccanismo è complicato, ma la conseguenza è semplice: se il sindacato riconosce, anche solo per un anno, una retribuzione molto più elevata della precedente, la pensione del fortunato neosindacalista spicca il volo, specie se proviene dal pubblico impiego e ha al suo attivo una lunga anzianità lavorativa. A titolo di esempio, un lavoratore pubblico che nel 1992 aveva 15-18 anni di anzianità e oggi, a fine carriera, guadagna 2 mila euro al mese di stipendio, se nell’ultimo anno di servizio fosse distaccato al sindacato con uno stipendio ipotetico di 5 mila euro, vedrebbe aumentare la sua pensione da 1.800-1.900 fino a 3.500-4.000 euro al mese.

Di questo fantastico regalo hanno beneficiato dal 1996 a oggi più di mille sindacalisti italiani di tutte le appartenenze. Un esempio? Lo fa Mario Giordano nel libro Sanguisughe (Mondadori): l’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni, classe 1946, dal 2001 gode di una pensione di oltre 5 mila euro netti al mese per l’attività svolta come docente universitario. Attività evidente mente marginale, visto che già nel 1977 era impegnato nella Cisl siciliana.

Assalto all’Inps
Prima ancora della Treu c’era stata, nel 1974, la legge Mosca, dal nome dell’ex sindacalista Cgil Gaetano Mosca. Doveva essere una sanatoria per poche centinaia di persone: i dipendenti di partiti e sindacati che dopo la guerra avevano lavorato in nero nelle rispettive organizzazioni, allora abbastanza squattrinate.

Un’occasione imperdibile, benedetta dal ministro del Lavoro Luigi Bertoldi: socialista e, guarda caso, lui stesso funzionario di partito. Della legge 252 hanno approfittato tanti sindacalisti. Tra gli altri, gli ex presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti, già leader della sinistra Cgil («Ho sanato un buco contributivo dal 1964 al 1970») e Franco Marini, già segretario generale della Cisl («Ma non ricordo i dettagli»). Di Ottaviano Del Turco ha parlato Stefano Livadiotti in L’altra Casta (Bompiani): «In base alla documentazione presentata, l’ex segretario generale aggiunto della Cgil avrebbe iniziato a lavorare a tempo pieno per il sindacato alla tenera età di 14 anni». Spiega un altro ex sindacalista della Cgil, Giuliano Cazzola: «L’intento della legge era lodevole, ma gli abusi sono stati infiniti: mogli, figli, fidanzate, suocere, centinaia di persone hanno portato a casa pensioni immeritate».

A furia di proroghe si è arrivati a 35.564 pensioni erogate dall’Inps (di cui 12 mila ancora in pa gamento nell’aprile 2014). «La legge Mosca si è rivelata una vera truffa ai danni dello Stato. E nell’omertà più totale è costata finora all’Inps oltre 12 miliardi» accusa Walter Rizzetto, del Movimento 5 stelle, vicepresidente della commissione Lavoro alla Camera e protagonista di un’accanita battaglia per abrogare la 252 e per chiedere la restituzione del maltolto a chi ha ottenuto la pensione truffando l’Inps. Risultati? Zero. «Sono rimaste senza risposta anche tutte le mie interrogazioni» lamenta. Compresa l’ultima, presentata il 28 aprile, per sapere se tra i beneficiari ci sia anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Distacchi d’oro
Altro teatro di interminabili battaglie è quello dei permessi e dei distacchi di cui i sindacalisti godono nel pubblico impiego, naturalmente a spese della collettività. Nel 2011 si scoprì che da anni tutti i sindacati sforavano largamente il numero di ore di permesso cui avevano diritto, tanto non li controllava nessuno. Per centinaia di migliaia di ore i sindacalisti avevano lasciato il lavoro senza averne diritto: 217 mila la Cgil, 95 mila la Cisl, 96 mila la Uil. Per un valore totale di quasi 10 milioni di euro. Credete che i sindacati abbiano restituito soldi alla pubblica amministrazione? Ovvio che no. Hanno preferito un piano di rientro graduale attraverso la decurtazione delle ore degli anni successivi e ancora oggi si stanno mettendo in regola.

Ed è qui che è intervenuta la riforma del ministro Marianna Madia che all’inizio di settembre ha tagliato (fra le proteste) il 50 per cento dei 3 mila distacchi sindacali. Come faranno ora i sindacati a restituire le ore in eccesso godute fino al 2011 con una dotazione annuale dimezzata? Facile prevedere che la virtuosa restituzione segnerà il passo, se non si arresterà del tutto. La regola è che per conquistare il diritto agli agognati permessi e distacchi, che matura insieme a quello di sedersi al tavolo delle trattative, bisogna superare il 5 per cento di rappresentatività, cosa che riescono a fare all’incirca 45 sindacati. Ma in pista ce ne sono ben di più. Il numero esatto nessuno lo sa perché nascono, muoiono, si scindono e si aggregano continuamente. Panorama ha contato quelli risultanti dall’ultima rilevazione dell’Aran, l’Agenzia per la contrattazione nel pubblico impiego: 495 sigle, senza contare Cgil, Cisl e Uil, che si contendono il superamento di quella mitica soglia.

Più Tasi per tutti
Il 30 settembre scade il termine per le dichiarazioni Tasi e Imu. Toccherà finalmente anche ai sindacati, stavolta, aprire il portafoglio? In quanto enti non commerciali, infatti, grazie alla legge istitutiva dell’Ici (anno 1992: ministro del Lavoro il dc Nino Cristofori, ex sindacalista anche lui) hanno praticamente goduto, come la Chiesa, di una totale esenzione per il loro vasto patrimonio immobiliare. Dopo l’accordo del 2012 tra Italia e Vaticano, però, anche per le sedi sindacali è scattato l’obbligo di pagare le tasse sugli spazi di «natura commerciale» come i Caf e i centri di formazione. Quanto pagheranno? «I dati di gettito disponibili non consentono di effettuare una stima puntuale» ammettono al ministero dell’Economia. Infatti non si sa nemmeno quanti immobili abbiano di preciso i vari sindacati, a cominciare da quelli ottenuti con la legge del 1977 che ha attribuito gratis a Cgil, Cisl, Uil, Cisnal (oggi Ugl, il cui ex segretario generale è accusato di appropriazione indebita) e Cida (confederazione dei dirigenti d’azienda) l’eredità delle vecchie corporazioni fasciste. Ministro del Lavoro e benefattore dei sindacati, che coincidenza, era un’ex sindacalista, la dc Tina Anselmi.

Il fondo dei privilegi
E che dire dei cosiddetti enti bilaterali, organismi costituiti da sindacati dei lavoratori e associazioni datoriali che si finanziano con la trattenuta dello 0,30 per cento sulle buste paga e con la quota annua versata dalle aziende? Queste risorse dovrebbero essere spese a beneficio dei lavoratori, ma spesso servono solo a far girare la macchina in cui lavorano i sindacalisti. Un esempio è quello dell’Ente bilaterale lombardo dell’artigianato (Elba), di cui Panorama ha avuto il rendiconto 2013. Ben 7,8 milioni sono stati impiegati in attività finanziarie, mentre solo poche centinaia di migliaia di euro vanno ad attività fondamentali come il sostegno al reddito o il mantenimento dell’occupazione. È corretto? «Non è illegale» risponde il segretario del sindacato autonomo del settore metalmeccanico Fismic, Roberto Di Maulo, «ma certamente immorale. Investire in titoli e ingrassare la rendita finanziaria in anni come questi in cui la crisi imperversa è una cosa indecorosa».

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