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Politica

«La sicurezza è un vessillo conservatore»

Per Spartaco Pupo, studioso delle dottrine politiche, «il dibattito elettorale è incanalato nello scontro tra Giorgia Meloni ed Enrico Letta»

La sicurezza, sempre più ricorrente nelle campagne elettorali “politiche”, è il tema che fa la differenza. La leader di FdI Giorgia Meloni non perde occasione per ingaggiare su questo terreno una lotta dura alla violenza nelle città in buona parte causata, a suo dire, dal mancato controllo dell’immigrazione clandestina; il segretario del Pd, Enrico Letta, rilancia sul tema dei diritti alla privacy, alla tutela della dignità personale contro il sensazionalismo politico. Ma se per la sinistra è ancora un tabù, per la destra la sicurezza è un valore.

Spartaco Pupo, politologo all’Università della Calabria, evidenzia come la campagna elettorale si sia incanalata lungo uno dei suoi temi classici, e Panorama.it lo ha incontrato per capire perché.

Professore Pupo, la sicurezza è un tema valido per tutte le stagioni politiche?

«Era facilmente prevedibile, dal momento che più di altri intercetta il comune sentire. La destra italiana vanta una tradizione importante che l’ha vista coltivare l’ideale della sicurezza come insopprimibile bisogno di certezze. La sinistra si trascina un pregiudizio ideologico che la porta a vivere la sicurezza come una specie di tabù. Vero è che certi fatti avvengono sempre più frequentemente: i casi di donne stuprate e molestate in pubblico, cittadini rapinati, picchiati e uccisi spesso per futili motivi, abitazioni occupate abusivamente e molto altro suscitano non solo un moto di indignazione generale, ma anche un senso di abbandono da parte delle istituzioni. La politica non può esimersi dal dare risposte».

Ma l’effetto boomerang è dietro l’angolo…

«Enfatizzare gli effetti più deleteri della mancanza di sicurezza in campagna elettorale, come è accaduto nel caso del video dello stupro a Piacenza rilanciato dalla Meloni, può apparire demagogico, ma non sminuisce l’importanza primaria della sicurezza, sia essa urbana, interna o internazionale, come imprescindibile principio di solidarietà».

Di solidarietà addirittura?

Certo, nella misura in cui essa rinvia al bisogno di protezione dell’integrità personale e della vita sociale dalle minacce più svariate. Il Pd, nel tentativo di evitare di inseguire FdI su questo terreno corre il rischio di marginalizzare la visione riformista che questo ambito di questioni pure richiede».

A sinistra espressioni come “tolleranza zero” e “sicurezza urbana” suscitano forte perplessità, quasi fossero dei residui del fascismo…

«Diciamo che vengono per lo più identificate nel vecchio slogan “legge e ordine”. Ma se, come pare, la sicurezza è un bisogno avvertito principalmente tra i ceti popolari, i residenti nelle periferie, i cittadini più deboli, insomma, i quali non hanno mezzi di protezione diversi da quelli forniti dallo Stato, allora dovrebbe essere una priorità anche a sinistra. Per non parlare dei problemi di sicurezza in campo energetico. Qui, più che il richiamo alle utopie, serve una buona dose di pragmatismo politico».

Eppure chi difende l’ordine pubblico dalla violenza e dalle “devianze” viene accusato di autoritarismo. È accaduto proprio a Giorgia Meloni.

«Ma la sicurezza ingloba, non esclude, il problema dell’educazione e della prevenzione delle devianze, intese come crisi del rapporto tra norma e comportamento, come venir meno alle regole del vivere civile. Se le regole che si trasgrediscono sono quelle del codice penale si parla di criminalità, più che di devianza, ma i due concetti sono strettamente collegati perché in gioco c’è sempre l’adattamento alla regola sociale. Non so quanto convenga agitare il fantasma della sicurezza come simbolo di repressione illiberale o antidemocratica. La tutela dell’ordine pubblico è sancita dalla Costituzione: l’ordine democratico è fondato sul “diritto alla sicurezza” insito nel catalogo tradizionale dei diritti umani».

La tutela del bene comune, in altri termini, dipende strettamente dalla salvaguardia della sicurezza.

«L’obbligo positivo dello Stato di garantire la sicurezza è uno dei diritti civili classici. Si può dire che lo Stato moderno sia nato primariamente a questo fine. Ma è un diritto fondamentale garantito dalla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dalla Costituzione del Canada, dalla Costituzione del Sud Africa e altre leggi in tutto il mondo. Il Trattato di Amsterdam del 1997 definì quale obiettivo specifico dell’Unione Europea la progressiva creazione di uno “spazio di sicurezza”, e il Trattato di Nizza del 2000 ha inserito la sicurezza tra i diritti fondamentali di ogni individuo».

Quindi dovrebbe essere appannaggio di tutte le forze politiche, trasversalmente, ma così non è, specialmente in Italia.

«La sicurezza è sempre stato il vessillo della cultura politica della destra italiana e dei partiti conservatori di tutto il mondo, che esaltano il valore primario della protezione della proprietà, della libertà e della vita. Si tratta di un’attitudine psicologica, più che di un dogma politico. Una ricerca di alcuni studiosi statunitensi di qualche anno fa ha dimostrato che le differenze tra “conservative” e “liberal”, negli Stati Uniti, sono incolmabili perché radicate in una opposta personalità».

Ci faccia capire, professore…

«Semplice: i conservatori sono portati alla ricerca di sicurezza e autorità più dei progressisti, i quali si sentono maggiormente a loro agio con le innovazioni e la complessità dei fenomeni. Ma anche dalla prospettiva ideologica e storico-politica la difesa conservatrice della tradizione, secondo la lezione di Edmund Burke, è sempre passata dalla conservazione, con piccole e mirate riforme, di quell’ordine costituito che il progressismo vorrebbe invece sovvertire».

C’è quindi continuità tra il neoconservatorismo di Giorgia Meloni e quello di altri leader conservatori in tema di sicurezza?

«Fratelli d’Italia e la sua leader non fanno che allinearsi ai principali programmi conservatori europei. Nicolas Sarkozy vinse le elezioni in Francia grazie alla popolarità raggiunta dopo i suoi tre anni da ministro dell’interno nel governo di Jacques Chirac, durante i quali impose una nuova gestione alla “gendarmerie” basata sulla “cultura dei risultati”, che portò a un forte calo della criminalità. Nel manifesto dei conservatori britannici del 2019 c’era l’incremento massiccio del numero di poliziotti in difesa delle città, che rimane una priorità del governo di Boris Johnson. Viktor Orban si è presentato alle elezioni dello scorso aprile col motto “pace e sicurezza per la nazione ungherese” e le ha stravinte. Ma potrei continuare».

E oltre Oceano cosa accade?

«Donald Trump si è dovuto più volte piegare alle richieste della base conservatrice del suo partito proprio in tema di sicurezza. Per non parlare dell’allora Presidente americano Ronald Reagan che fece della sicurezza un vessillo conservatore da esportare in tutto l’occidente. Ma, si badi, dappertutto il conservatorismo non mira solo a ristabilire l’ordine con il divieto di comportamenti immorali e distruttivi, ma invita anche a coltivare un sano scetticismo nei confronti delle “agitazioni” e a promuovere valori etici che consentano l’esercizio della moderazione».

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Spartaco Pupo, cosentino, classe 1974, politologo, è professore associato di Storia delle dottrine politiche all’Università della Calabria. Membro del comitato editoriale di riviste di cultura politica e di prestigiose società scientifiche nazionali e internazionali, è tra i massimi esperti italiani di conservatorismo e scetticismo politico, cui ha dedicato i suoi libri più importanti. È noto anche per i suoi studi sul filosofo scozzese David Hume.

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