Politica

Siate seri

Le affermazioni di Di Maio e di Casalino in direzione di Tria rivelano, ancora una volta, l'incapacità dei pentastellati di cogliere la realtà delle cose

Luigi Di Maio e Rocco Casalino

Raffaele Leone

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Rocco Casalino non è Pietro Maso ma me l'ha ricordato. Sia chiaro: è un paradosso. Il primo è un abile grillino, il secondo uno squilibrato omicida. Casalino non è il primo ad abusare dello spoil system per mettere servi sciocchi nei posti di potere più che manager bravi per quanto di fiducia. Ma quando l'ho sentito in un audio promettere coltellate per eliminare uno a uno i "funzionari-merde" del ministero dell'Economia che non gli trovano subito i soldi per il reddito di cittadinanza, quando l'ho sentito imprecare dicendo "che cazzo saranno mai dieci miliardi!" mi è venuto in mente il ragazzotto di Montecchio di Crosara, in provincia di Verona, che nel 1991 fece fuori padre e madre.

Voleva le belle auto e una bella vita senza avere un euro per comprarsele. I risparmi del padre facevano al caso suo. Aveva due complici Pietro Maso, Casalino sembra averne molti di più, politicamente parlando, visto che è la voce del Movimento cinquestelle e del premier Giuseppe Conte

Luigi Di Maio
, uno dei complici più illustri, qualche giorno prima del suo sodale ha detto che "un ministro serio deve saper trovare le risorse". Deve cioè consentirgli di mantenere le promesse lunari che ha fatto agli italiani.

Ha detto proprio così: un ministro serio. Dunque Giovanni Tria, il professore che guida il dicastero dell'Economia non è serio, come non era serio Antonio Maso, papà di Pietro, che difendeva il suo bilancio familiare dalle mire del figlio incoscientee screanzato.

Io non conosco Tria, che proprio in questi giorni compie settant'anni (auguri), non ne avevo mai sentito parlare prima di vederlo giurare davanti al presidente Mattarella. Di primo acchito mi sembrò un tipo grigio e un po' all'antica. Quella prima impressione si  è rafforzata nei mesi a seguire, con l'aggiunta di un terzo aggettivo: serio. Nel senso che ha preso sul serio il suo compito. Per questo ho trovato insensata e volgare l'affermazione di Di Maio (quella del suo capo Casalino è inqualificabile).

Il fatto che mi sembri serio non vuol dire che io debba condividere ogni suo pensiero o che io debbo difenderlo a prescindere o che debba dargli sempre ragione. Vuol dire che lo ritengo un professionista che cerca di trasformare gli atti politici in leggi di bilancio sostenibili, che conosce i numeri delle finanze statali, le regole basilari, i vincoli, i limiti.

Se Casalino vuole la Ferrari che aveva promesso nelle sue televendite elettorali e Tria capisce che non può dargliela, quel no mi sembra difendere gli interessi di tutti noi, non gli interessi di nebulosi burocrati europei, di poteri forti sempre buoni da sventolare anche quando non si capisce chi siano, di manine complottarde che vogliono far cadere il governo benché il complotto sia poco evidente.

Ammetto di essere di parte: in un'epoca di protagonismo, di like social, di brillantoni a ogni costo, di sicurezza ostentata, di verità assolute, io preferisco il basso profilo. Preferisco le sfumature, il lavoro dietro le quinte, il senso del dovere per quanto impopolare, il grigiore perfino. Non inteso come colore insignificante ma come colore poco appariscente.

Sono di parte perché apprezzo quell'atteggiamento di Tria da secchione sul lavoro, quel vestirsi un po' démodé, quei suoi occhiali d'antan, quel fare i conti con la realtà per migliorare la realtà senza sfasciare i conti. Sono di parte perché un po' mi ci riconosco perfino. Nella mia breve parentesi di vicedirettore di Grazia, giornale che si occupa di moda, di stile, di tendenze, mi presentavo in una redazione vivace e variopinta con le mie giacche e cravatte di sempre, col mio grigiore da uomo-macchina, con la mia fronte spesso corrugata. E sapete come mi avevano soprannominato alcune colleghe poi diventate amiche? Il 2 novembre.

Quando arrivavo la mattina pensieroso si davano di gomito e dicevano: "È arrivato 2 novembre". Avevo una zio molto caro, presidente di sezione in Cassazione, che ogni qualvolta mi capitava di interpellarlo per aspetti giuridici da chiarire, si sedeva pensieroso, tirava fuori codici, commi, sentenze pregresse, interpretazioni, e si dilungava in ragionamenti astrusi ma efficaci. Per quanto potesse sembrare un po' grigio, era uno serio lo zio Bigio (guarda un po', si chiamava proprio così). Un amico con cui parlavo di questo mio debole per il grigio, mi ha corretto: "Più che grigi mi pare che tu stia parlando dei tipi schivi, quelli che pensano al loro dovere, nona stare in prima fila. Un po' comei mediani nel calcio".

Il mediano è in effetti il mio giocatore preferito, quello che non si prende la gloria del gol ma che è fondamentale nel coprire la difesa e nel passare i palloni a chi va in rete.

Ligabue ha dedicato una bella canzone a quelli così. Alcuni big grillini, invece, mi sembrano attaccanti che stanno sempre fermi sotto la porta avversaria in fuorigioco e che protestano col loro mediano che non passa la palla. Ma se siete in fuorigioco che ve la passa a fare la palla? Sarebbe non solo inutile ma dannoso.

Rientrate dal fuorigioco, smettetela di promettere il 4 a 0 prima del fischio d'inizio, fate i conti col campo e con le regole, con gli avversari sul terreno, con l'erba bagnata o asciutta. Siate determinati ma con umiltà e serietà. Magari qualche palla la riceveretee se siete bravi potrete anche arrivare in porta.

Non soltanto a Porta a Porta sorridenti davanti al modellino del ponte Morandi con i suoi 43 morti.

raffaele.leone@mondadori.it

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