Sergio Mattarella, che presidente dovrebbe essere

Post-ideologico e super partes. Popolare. Né anti-comunista, né anti-berlusconiano. Il suo passato non lo aiuta. Sul futuro, si vedrà

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Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana – Credits: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images

Marco Ventura

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Un presidente post-ideologico e super partes. Svincolato dagli scontri che hanno avvelenato la tormentata vita della Prima Repubblica. Un presidente che ha in cima alla propria scala di valori la massima estensione possibile della libertà (intesa proprio in senso liberale come libertà individuale e non di gruppo).

Un presidente non compromesso con i riti, i volti e le prebende di uno Stato che alimenta e foraggia se stesso a scapito dei comuni mortali. Un presidente né anti-comunista né anti-berlusconiano, perciò perfetto per traghettarci, come sul dirsi, nel futuro.

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Un presidente che non appartiene a conventi o conventicole, tanto meno alla fascia generazionale di chi ha la pensione privilegiata e cumulata (fascia o casta malvista da chi oggi, venti-trenta o quarantenne, deve conquistarsi la pagnotta giorno per giorno e sa che non avrà mai una pensione decente, tanto meno un “vitalizio”).

Un capo dello Stato dal profilo così elevato e prestigioso, da non dover dire grazie a nessuno, quindi libero da debiti di gratitudine verso chicchessia (fosse pure il suo predecessore, Giorgio Napolitano).

Un presidente noto e rispettato all’estero, con una lunga esperienza di relazioni internazionali al più alto livello. Un presidente sereno, empatico, che viene da una famiglia normale, non gravata dal peso di tragedie personali irrisolte. Un presidente sorridente, ottimista, capace di infondere fiducia, voglia di rinascita, spirito giovanile. Non legato a piccole o grandi correnti di partiti defunti, oggi riesumate dalle antologie della preistoria nazionale (De Mita-Andreotti).


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Un presidente dallo sguardo limpido, che guarda avanti e non indietro. Un presidente popolare, che in un diverso sistema istituzionale sarebbe stato anche eletto direttamente dal popolo. Un presidente che non divide, anzi aggrega, che beneficia di stima e consenso unanimi. Un capo dello Stato politico e non tecnico, ma dotato di una professionalità forte, con un lavoro alle spalle, una carriera, che non derivano né dipendono da convenienze di partito. Un presidente estraneo, per cultura ed estrazione ideologica, alle vecchie, purulenti contrapposizioni fascismo-antifascismo. Insomma, un uomo della Terza Repubblica.


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Ecco, tutto questo è ciò che Sergio Mattarella, nuovo acclamato capo dello Stato, non è.

Quanto a ciò che sarà, resta da vedere. Potrebbe fare bene il presidente, perché no. Dipende dall’intelligenza e autonomia con le quali interpreterà il proprio ruolo, emancipandosi da ciò che (non) è stato finora.

Del resto, si sarebbe mai pensato che un democristiano di destra come Oscar Luigi Scalfaro sarebbe diventato il presidente dell’“Io-non-ci-sto”, l’artefice del governo del ribaltone, delle condizioni imposte al capo del governo scelto dagli italiani (Silvio Berlusconi), il presidente di una parte? E al contrario, si sarebbe mai potuto immaginare che Francesco Cossiga, dopo una prima fase di “silenzio” istituzionale, diventasse il Picconatore, il capo dello Stato in sintonia con la gente che più di qualsiasi altro ha spinto per (sacrosante) riforme e poi si è dimesso?

Mattarella, nelle aspettative di chi l’ha scelto (cioè Renzi, su indicazione non smentita di Napolitano) dovrebbe essere un presidente finalmente o fintamente notarile, in realtà il miglior alleato nel pilotare le prossime crisi e transizioni nella direzione voluta da chi detiene il potere nel Palazzo.

Del resto, è uomo riservato, serio e serioso, professorale, opaco, sobrio (anche se a quei livelli il concetto di sobrietà è controverso, specie se la sobrietà è vissuta all’ombra di laute prebende). E con la schiena dritta, dicono. Ma dritta nel verso giusto.     

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