Senato, nel Pd aumenta la fronda. Sposetti: "Ma Renzi, chi?"

E' soprattutto dal suo partito, dove la fronda bersaniana aumenta, che deve guardarsi il premier. E dentro FI Minzolini plaude a Fitto: "Con la fretta si fanno regolamenti di condominio".

UGO-SPOSETTI

Ugo Sposetti, ex tesoriere Ds eletto in Lazio, è già stato senatore e deputato per quattro legislature

Paola Sacchi

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“Renzi, chi?” nessuno aveva mai osato pronunciarlo. Eppure per la legge del contrappasso in un apparentemente sonnacchioso lunedì 14 luglio, giorno in cui dovrebbe iniziare la presa della “Bastiglia” della madre di tutte le riforme, a rompere il tabù è il senatore pd Ugo Sposetti. Incrocia il cronista in un corridoio di Palazzo Madama, dove è appena iniziata la discussione generale in aula sull’abolizione del Senato eletto direttamente, e osserva sornione: “Va bene, ve bene, in commissione abbiamo ottenuto cose importanti, fatto significativi passi avanti, ora si va avanti con calma”. Il cronista: “Ma il premier ha fretta...”. Il potente capo della Fondazione Ds, ultimo custode dell’ortodossia del vecchio Pci, esclama un “Chiiiiii....?” che toglie ogni dubbio sul fatto che lui non abbia sentito davvero la parola “premier”. “Chi, sarebbe Renzi”, precisa per obbligo il cronista. E Sposetti, ridendo sotto i baffi e allargando le braccia: “Ma chissenefrega...Oh ma questo tanto non  lo scrivete. Si fa per parlà...”.

Ecco, questo è il clima che si respira nel partito del “premier chi”,  proprio il giorno in cui tutti i riflettori sono puntati sulla presunta “fronda” di Forza Italia, dopo la lettera aperta di Raffaele Fitto,  mister preferenze azzurro alle europee, in cui mette sostanzialmente in guardia Silvio Berlusconi dalla fretta di un accordo sul Senato che alla fine rischia di sortire una legge elettorale diversa dall’Italicum concordato al Nazareno. Ma in realtà, Renzi rischia di più nel suo partito a causa di quella che viene definita “un’irriducibile fronda bersaniana” che rispetto alla tenuta azzurra sulle riforme. Tenuta che potrebbe essere messa a rischio essenzialmente dallo snaturamento dell’Italicum, come chiede il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Ncd in cambio dell’abolizione del bicameralismo perfetto  vuole che si abbassi la soglia di sbarramento. La   legge concordata al Nazareno e già approvata dalla Camera è dirimente perché Forza Italia resti sempre l’altro polo del Pd. Fitto usa parole nette, crude: “Sembriamo ipnotizzati da Renzi”, sottolineando che questo non  significa essere contro le riforme, men che meno contro Berlusconi, ma significa rivendicare la propria identità. A stretto giro di posta gli ha risposto Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia al Senato con un secco: “Non si capisce perché perdere altro tempo”. Ma al tempo stesso piovono su internet i consensi all’ex governatore pugliese ed ex ministro del governo Berlusconi. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta ( insieme ad altri esponenti azzurri da Renata Polverini e Daniele Capezzone) è con lui: “Osservazioni legittime”; “Cose di buon senso”.  E il capo dei senatori dissidenti azzurri, Augusto Minzolini: “Fitto dice cose giuste, con questa fretta al massimo si può approvare un regolamento condominiale”.

Lo scenario più scontato per le cronache è quello di una Forza Italia dilaniata, ma in realtà quella di Fitto “ è una lettera di stimolo”, confida un esponente azzurro di rango. Che aggiunge: “Berlusconi sa bene che ora sono decisivi i tempi: Renzi vorrebbe approvare la riforma del Senato prima di Ferragosto per arrivare all’approvazione definitiva al massimo i primi di gennaio, ora la cosa migliore è invece farla slittare a settembre, così Renzi è obbligato a darci l’Italicum così com’è”. E il fatto che Forza Italia voglia vender cara la pelle lo dimostrano anche le frecciate che al premier arrivano dal consigliere politico di Berlusconi Giovanni Toti (“Altro che svolta buona!” riferendosi agli indicatori economici) e dal capo della comunicazione Deborah Bergamini: “In Europa basta con i compiti a casa!”.  Ma il premier, secondo il senatore  socialista Enrico Buemi,  avrebbe già deciso: “Elezioni in primavera”. Meglio se con le riforme. E sennò cercherà di scaricare la colpa su altri. Ma è nel suo partito, dove i senatori dissidenti, secondo un boatos delle ultime ore, potrebbero arrivare a quota 35,   che dovrà mettere innanzitutto ordine, “Renzi, chi”.            

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