Politica

La secessione tra nord e sud c'è già stata

L'ultimo libro di Francesco Bonazzi dimostra come il divario in Italia tra nord e sud c'è e sia incolmabile

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E venne il giorno di Della Cananea. Che detta così sembra un profeta dimenticato, uno che arriva dopo i supplizi di Geremia e prima che Giona venga sputato sulla spiaggia dalla balena. Lunedì 14 maggio 2018, dopo 70 giorni di inutile balletto per dare vita a un governo, lo spread è insospettabilmente fermo a 129 punti, cinque in meno della vigilia delle elezioni. Ce la faranno Lega e Cinque stelle a formare un esecutivo? Quel giorno Il Corriere della sera apre così: «Lega e Cinque stelle: siamo pronti». In realtà per la nascita del governo Conte ci vorranno ancora 20 giorni, il braccio di ferro su Paolo Savona al Mef, lo sfortunato incarico a Carlo Cottarelli (con spread fino a 303 punti) e una quantità mai vista di «auto-gufate» sulla tenuta dell’Italia. Da qualche settimana, dunque, è comparso in mezzo al deserto Giacinto Della Cananea, allievo di Sabino Cassese, ordinario di diritto amministrativo a Tor Vergata. È stato scelto da Luigi Di Maio per esaminare i programmi elettorali di M5s e Lega e trovare i punti di contatto sui quali stringere poi il famoso «contratto».
Nato nel 1965, Della Cananea viene invitato dall’Associazione della Stampa estera per spiegare in che cosa consiste il suo lavoro. C’è grande curiosità, perché al di là dei tecnicismi e delle astrazioni della politica italiana, è interessante capire se «i nuovi barbari» abbiano o meno accesso alle migliori intelligenze del Paese. Un piccolo dettaglio personale: sono lì perché iscritto da qualche mese alla Stampa estera come corrispondente dell’agenzia di stampa inglese Alliance news, per la quale scrivo di Borsa e, in buona parte, purtroppo, di «rischio Paese». Della Cananea argomenta bene. Non sbaglia un congiuntivo. Non annuncia purghe. Cerco di astrarmi da quello che sta raccontando e ho la quasi matematica certezza che potrebbe annunciarci con uguale pacatezza la nazionalizzazione del risparmio privato, o l’invasione della Grecia. E invece, a un certo punto, interviene un collega del Sud Europa e gli fa una domanda densa di preoccupazione, nel corso della quale sostiene che «l’Italia è purtroppo un Paese deindustrializzato».

Mi sveglio dal mezzo torpore in cui mi ha parcheggiato l’eloquio forlaniano del profeta del governo gialloverde, e lì per lì non ragiono sul fatto che siamo la settima economia del pianeta, la seconda potenza manifatturiera d’Europa, o che le nostre macchine utensili sono vendute in tutto il mondo. No, penso all’autostrada Torino-Milano-Venezia, o alla Padana superiore. Penso che basta guardarsi intorno, dai finestrini. Penso che stare a Roma sia meraviglioso, ma dopo un po’ di anni finisci per credere che il Pil dell’Italia si regga sul Festival del cinema e sulla Rai «prima azienda culturale del Paese». È stato grazie a quel breve momento surreale, «l’Italia deindustrializzata», che ho deciso di scrivere il libro Viva l’Italia! Perché non siamo il malato d’Europa. Per provare a spiegare che siamo un Paese disordinato, ma che non siamo «il malato d’Europa». Dove la ricchezza finanziaria privata è quasi il doppio del debito pubblico e il patrimonio immobiliare vale 3,8 volte il Pil. E con una caratteristica ulteriore che ho cercato di dimostrare nel capitolo qui a fianco. Da noi nessuno minaccia più la secessione: e sapete perché? Semplicemente, perché la secessione c’è già stata.

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