Se immigrazione fa rima con improvvisazione

La confusa gestione italiana degli sbarchi si è trasformata in un disastro continentale in un’Europa sempre più litigiosa ed egoista

Calais

Un uomo sudanese si guarda in un pezzo di specchio rotto nel campo profughi vicino al porto di Calais – Credits: Rob Stothard/Getty Images

Claudio Martelli

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L'autore dell'articolo, Claudio Martelli, è stato ministro della Giustizia negli anni 1991-1993

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Per il secondo anno consecutivo l’Italia è alle prese con imponenti ondate migratorie dal mare e dal Sud. L’anno scorso furono salvati e sbarcati circa 170 mila tra profughi, richiedenti asilo e clandestini. Le previsioni per quest’anno sono analoghe, ma bisognerebbe aggiungere i dati (purtroppo solo presunti) degli abituali ingressi illegali dalle frontiere di terra e quelli degli stranieri che, già residenti da noi, per i più diversi motivi non si vedono rinnovato il permesso di soggiorno e dunque cadono in una condizione d’illegalità.

Una parte indeterminata di tutti costoro ha lasciato l’Italia per il Nord Europa, attratta da maggiori opportunità di lavoro e da sistemi sociali più generosi del nostro. Fino a poco fa questi trasferimenti sono stati più favoriti che ostacolati dalle nostre pubbliche amministrazioni, paghe di liberarsi di ospiti indesiderati. Esattamente fino a quando Austria, Germania e Francia non hanno reagito applicando il trattato di Schengen, cioè bloccando le frontiere ai clandestini e ai profughi provenienti dall’Italia. Resta il fatto che la presenza crescente di una massa umana diseredata, senza fissa dimora che oscilla tra la precarietà, la devianza e microcriminalità è sempre meno sopportata.

Lo Stato, le amministrazioni pubbliche che pure hanno profuso un impegno encomiabile nei salvataggi in mare, sembrano impreparati e inadeguati, nei mezzi e nel personale, nel gestire i passaggi successivi. Ma è soprattutto il governo che si mostra incapace di mettere in campo tanto le risposte all’emergenza quanto un piano, un programma di medio periodo. Eppure, è chiaro ed evidente (e da vent’anni in molti lo ripetiamo) che non si tratta di eventi eccezionali e isolati: siamo di fronte a un fenomeno epocale, che ha cause potenti nel disfacimento di molti Stati, nelle guerre, nelle crisi economiche e nell’esplosione demografica di una parte grande del sud del mondo.

Non può stupire che questo tipo d’immigrazione susciti paura, allarme, reazioni sempre più aspre e, ormai, non solo nella parte più esposta della nostra popolazione. Un tempo si diceva: i ceti benestanti che hanno rapporti con l’immigrato regolare al lavoro, con la badante o la colf in casa, non temono gli immigrati. Anzi, li apprezzano e si rallegrano del contributo dei lavoratori stranieri all’equilibrio dei costi previdenziali e a compensare la nostra crisi di natalità e il nostro declino demografico. Viceversa sono gli italiani poveri, quelli che abitano nelle periferie e nei quartieri degradati e che tirano avanti nella precarietà, a soffrire la concorrenza degli ultimi arrivati, a vivere la guerra tra poveri e ad aver paura. Ma ora siamo oltre.

Oggi s’impone l’esperienza sempre più diffusa, condivisa da tutte le classi sociali, dalle famiglie e dai singoli (soprattutto gli anziani e le donne) del degrado della convivenza in troppe strade e quartieri, nelle spiagge, nei mezzi di trasporto pubblici, nelle stazioni. Come sorprendersi e rammaricarsi che un acuito senso d’insicurezza prevalga sulla solidarietà? È questa la contraddizione: i nuovi immigrati sono deboli, sono poveri, sono disperati; ma suscitano paura, sono vissuti come una minaccia insidiosa e quotidiana alla nostra sicurezza.

Non basta dire che non è un problema solo italiano e che altri Paesi più grandi e più prosperi registrano tensioni analoghe o peggiori. Se negli Stati Uniti, la massima potenza mondiale fatta grande anche da decine di milioni di immigrati e Paese storico dell’accoglienza, stanno erigendo alla frontiera con il Messico un muro alto tre-quattro metri e lungo 3 mila chilometri (tre volte la lunghezza dell’Italia) per bloccare i clandestini; se la Francia dei diritti umani decide di costruire a Calais (con soldi inglesi) un immenso reticolato per fermare i clandestini che vogliono andare nel Regno Unito e il premier David Cameron non vuole accogliere nemmeno uno dei migranti salvati nel Mediterraneo; se ovunque nell’Europa satura e litigiosa prevalgono gli egoismi, che cosa possiamo e dobbiamo fare noi italiani?

Qual è la strada giusta, quali sono le politiche adeguate? Cominciamo col riconoscere gli errori fatti e col richiamare al rispetto delle leggi vigenti soprattutto coloro che hanno responsabilità di governo. Papa Francesco che invoca l’accoglienza totale, senza se e senza ma, non c’entra. Francesco è a capo di una Chiesa globale e predica valori universali che meritano ascolto, ma fuori dal Vaticano non esercita responsabilità di governo. Diverso è il caso di Federica Mogherini che parlando, non si capisce se a nome dell’Italia o nel suo ruolo di commissaria europea, ha annunciato: "Non respingeremo neanche un migrante". Tutti uguali i migranti? Non dubito che a Bruxelles qualcuno l’abbia redarguita perché parlava in contrasto con le direttive europee. E in Italia? Possibile che nessuno le abbia fatto osservare che le nostre leggi impongono il respingimento dei clandestini e l’accoglienza solo di chi ha diritto all’asilo politico? Non si può e non si deve respingere in mare, ma si può e si deve farlo dopo, un volta tratti in salvo e identificati i migranti.

Matteo Renzi, baldanzoso, ci aveva annunciato che le avrebbe suonate ai burocrati di Bruxelles avari di solidarietà. Al ritorno è parso molto più accomodante: probabilmente anche a lui avevano spiegato che i clandestini vanno rimpatriati. Ci vorrà tempo? Certo che sì, e lui purtroppo ne ha già perso molto in chiacchiere. Anche il ministro degli Interni Angelino Alfano ha perso molto tempo e dopo aver vanamente battagliato per evitare controlli e identificazioni fatte in comune da italiani ed europei nei centri di accoglienza per distinguere i profughi dai clandestini, ha dovuto cedere su tutta la linea una volta che gli hanno chiarito che quella era la precondizione perché gli altri Stati europei accogliessero volontariamente almeno una parte dei soli richiedenti asilo già presenti in Italia. L’immigrazione scotta e chi la maneggia in modo maldestro si brucia.

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