Se il pm Di Matteo vuole fare il ministro della giustizia

A una tavola rotonda del M5S, intervistato da Travaglio sul suo impegno in politica, il magistrato antimafia ha fatto capire di essere disponibile, eccome

antonino-di-matteo

Il sostituto procuratore di Palermo Antonino Di Matteo, in una foto del 2014 – Credits: ANSA/MIKE PALAZZOTTO

Maurizio Tortorella

-

Un politico viene indagato? Deve dimettersi immediatamente, perché il precetto costituzionale della presunzione d’innocenza fino alla condanna definitiva viene usato come un alibi, un trucco ambiguo. E se non si dimette, dev’essere il partito a cacciarlo. Punto e basta.

No, non è soltanto pura teoria grillina della prim’ora (perché negli ultimi mesi, dopo essere finiti qua e là sotto inchiesta, anche i Cinque stelle hanno scoperto qualche sano dubbio garantista): questo è il cuore della filosofia che Antonino Di Matteo, sostituto procuratore a Palermo, ha distillato nell’incontro organizzato il 31 maggio dal vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio.

Nella vulgata giornalistica, l’intervento di Di Matteo ha segnalato la sua vicinanza al Movimento di Beppe Grillo. E c’è chi ha ipotizzato una sua candidatura alle prossime elezioni.

Grazie alla videoregistrazione del dibattito che Radio radicale ha messo online, è possibile osservare alla moviola il meeting dall’inizio alla fine.

E nell’intervento del magistrato, oltre 43 minuti, si scoprono dettagli interessanti, sfuggiti anche a chi era presente in sala quel giorno: dettagli che in certi casi sembrano rivelatori di qualche retropensiero, se non di una preparazione minuziosa all’annuncio.

Il momento clou arriva alla fine del convegno. Quando Marco Travaglio, il moderatore, chiede a Di Matteo se il "programma di governo che ha suggerito" sia "compatibile con un suo impegno politico" e soprattutto se si senta "pronto a fare il ministro della Giustizia".

A quel punto Travaglio sorride, e anche Di Matteo sorride: "Non rispondo alla domanda sull’eventuale mio impegno politico" dice. Ma subito aggiunge: "Però non voglio eludere completamente la domanda".

Ci arriva per gradi, il magistrato. Aggiunge: "Io non sono d’accordo con Piercamillo Davigo e con Raffaele Cantone (intervenuti prima di lui, ndr), né con chi pensa che l’esperienza di un magistrato non possa essere utile alla politica".

A questo punto, inforcati gli occhiali, Di Matteo abbassa lo sguardo, come a cercare un appunto, e comincia a leggere: "Se diciamo che la politica si deve riappropriare delle sue prerogative di primo baluardo contro la mafia e contro la corruzione, e contro ogni sistema criminale, non possiamo pensare che in certi casi l’impegno politico non possa rappresentare per un magistrato (…) una linea ideale di prosecuzione del suo impegno in toga".

Insomma, Di Matteo ci sta eccome, a passare in politica. Soprattutto, pare che si sia preparato alla domanda di Travaglio sulla sua discesa in campo. La sua risposta, malgrado l’imbarazzo manifestato, non è casuale: al contrario, sembra frutto di meditazione attenta e preventiva. "Questo è il mio pensiero" conclude Di Matteo, togliendosi gli occhiali "che completo con un’ulteriore considerazione. Non mi scandalizza l’impegno politico di un magistrato. Ma penso che una scelta di questo tipo debba essere una scelta fatta in maniera definitiva e irreversibile".

A questo punto, il sostituto procuratore un po’ s’intorcina nelle parole. È come se volesse far capire ai grillini, dentro e fuori la sala del convegno, quale sia il suo vero obiettivo.

Si capisce che non vuole sembrare sfrontato, così parla abbassando occhi e voce. Ma è evidente che fondamentalmente parla di se stesso: "…nel senso che credo che un impegno politico, come parlamentare o come assunzione di un ruolo nell’ambito del governo o comunque di un ruolo latamente politico, sia incompatibile con la pretesa di tornare a fare il giudice. Perché a quel punto, magari quel magistrato sarebbe più imparziale di tanti altri, ma non sarebbe più visto come tale dai cittadini".

Insomma, la "moviola" del video su RadioRadicale.it conferma che Di Matteo non punta a un seggio in Parlamento, ma al ministero della Giustizia.

Se dovesse riuscirgli il passaggio, i 43 minuti di programma che hanno preceduto l’autocandidatura sono puro "Terrore": nel senso di vicinanza al 1793, l’anno giacobino della Rivoluzione francese.

Di Matteo vuole pene più alte per corrotti e mafiosi. Vuole riempire le carceri di "colletti bianchi", svuotandole forse di quelli che chiama "i più deboli, gli ultimi, i diseredati, i disperati, che spesso delinquono per necessità".

Vuole che non sia contingentata la spesa per indagini e processi. Vuole "bloccare la prescrizione al momento in cui inizia l’esercizio dell’azione penale", quindi al rinvio a giudizio degli indagati.

Forse ignora che circa il 70% delle prescrizioni negli ultimi dieci anni è avvenuta prima di quel momento, e cioè durante le indagini preliminari affidate a pm e gip. Ma di certo, quando Di Matteo sarà al ministero dela Giustizia, gli daranno i dati.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

I magistrati possono far politica. I soldati neanche tatuarsi.

Servitori dello Stato più "uguali" degli altri: il fascio sul bicipite di un soldato no, le esternazioni delle toghe rosse sì.

La vilta’ della classe politica davanti ai magistrati

A pochi giorni dal voto sulla decadenza di Berlusconi, vi ripropongo questa intervista a Mauro Mellini su come nel ’93 la classe politica si consegno’ mani e piedi alla magistratura.
L’ho raccolta per il settimanale Panorama, poche settimane or sono.…

Commenti