Che succede se salta il patto del Nazareno

"L'accordo come lo avevamo interpretato finora è rotto" ha dichiarato Giovanni Toti. Ma si aspettano i prossimi confronti in Parlamento

Silvio Berlusconi – Credits: Getty

Redazione

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La rottura del Patto del Nazareno rischia di costare caro ad entrambi i suoi sponsor. A Matteo Renzi che sull'intesa con Forza Italia ha fondato la sua strategia di medio termine per le riforme e che potrebbe trovarsi costretto a cercare al Senato l'appoggio dei 5 stelle o dei cosiddetti "responsabili"; a Silvio Berlusconi che non riesce a tenere unito il suo partito e che incrina la sua immagine di ''padre costituente'', esponendosi all'accusa di aver votato finora con il Pd solo per ''mandare un amico al Colle''.

Naturalmente bisognerà vedere se il ''congelamento'' del Patto, come lo ha definito Giovanni Toti, sarà confermato nelle prossime votazioni parlamentari. Ad essere diffidente è innanzitutto Raffaele Fitto, il capo della fronda azzurra, che per credere aspetta di toccare come san Tommaso. La sua principale richiesta, l'azzeramento delle cariche in Forza Italia, è stata infatti respinta dal Cavaliere il quale non ha nemmeno preso in considerazione le dimissioni offerte dai capigruppo. 

È chiaro che l'epicentro dello scontro è nel movimento berlusconiano che ormai non sembra rispondere più alle direttive del capo: tanto da far dire a Maria Elena Boschi che il governo non sta dietro alle correnti del Pd, figurarsi a quelle di Fi. Il Cavaliere ha rinviato alla settima prossima la riunione congiunta dei gruppi parlamentari per calmare le acque e schivare la richiesta dei fittiani di uscire dalla palude con meccanismi democratici come le primarie o un congresso. Ma in molti si chiedono quale sia la sua reale strategia: dal momento che sembra difficile che Berlusconi abbia voglia di rovesciare il tavolo dopo il triplice segnale ricevuto con lo sconto di pena, l'invito al Quirinale e le aperture sul decreto fiscale.

In realtà con la decisione annunciata da Toti di non voler essere dei kamikaze e di valutare il voto sulle riforme di volta in volta, resta un margine di ambiguità. In particolare nessuno ha sconfessato apertamente, al di là dei dichiarati malumori, il ruolo di mediazione con il premier svolto da Denis Verdini, al quale anzi Berlusconi ha ribadito la sua totale fiducia. In altre parole Forza Italia deve valutare attentamente le prossime mosse che non possono essere compiute solo all'insegna dell'onore tradito con l'arrivo di Mattarella al Quirinale. Il governo infatti ha numeri di tutta tranquillità alla Camera (e lo dimostra il calendario approvato per il varo della riforma del Senato) e potrà contare, come ha fatto sapere Alfano, sul pieno appoggio del Nuovo centrodestra.

Il ministro dell'Interno conferma la via imboccata con il voto favorevole a Mattarella e si augura un ''riaggancio'' di Forza Italia: lascia intendere insomma che i pasdaran del Ncd che minacciano la crisi non avranno spazio.

I problemi per la maggioranza potrebbero porsi al Senato. Ma in questo caso è da valutare il ruolo che potrebbero avere i senatori di Gal, gli ex M5S, forse persino i grillini che oggi hanno fatto sapere di aver chiesto un incontro con il capo dello Stato perché decisi ad intraprendere un percorso "costruttivo". Con il suo accenno ai ''responsabili'', inoltre, Renzi sembra alludere alla possibilità di nuovi apporti, magari guardando a quei forzisti che nella votazione per Mattarella non hanno consegnato la scheda bianca e che, secondo alcuni, potrebbero rispondere all'area del grande tessitore del Nazareno, vale a dire Denis Verdini. O a parlamentari meridionali a cui il capo del governo offre la rinascita del ministero per il Mezzogiorno.

Ciò spiegherebbe perché il segretario-premier non sia rimasto impressionato dalla rottura del Patto e sia convinto di portare presto a casa le riforme con un voto di sostegno anche dei cittadini nel referendum finale. Tuttavia non bisogna sottovalutare il pericolo del sassolino che rotolando a valle si trasforma in valanga, dando corpo al fantasma delle urne. Il tatticismo ha un limite e forse il Rottamatore lo ha superato nei toni usati verso i suoi alleati alfaniani.

Anche la raffica di secche dichiarazioni dei suoi sulla fine del Nazareno, da Lotti a Serracchiani e a Carbone, riassunte nel ''meglio così, ognuno per la sua strada'', rappresentano in fondo un giudizio negativo su una politica che il segretario-premier ha voluto per primo, investendoci tempo e litigi all'interno del Pd. Aveva avuto torto? Per la sinistra dem è facile dedurlo, tentando un condizionamento su Italicum e riforma del Senato. Ecco perché la Boschi lascia aperto uno spiraglio al ripensamento del Cav che forse non ci sarà nei rapporti parlamentari ma solo in quelli personali dei grandi tessitori. In attesa che il tempo risani la ferita del Quirinale. (ANSA).

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