Politica

Sala, un nuovo conflitto d'interessi

Il giallo delle dimissioni da commissario unico di Expo. E ora la carica di consigliere della Cdp. Per il candidato Pd a Milano si profilano altri guai

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Antonio Rossitto

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Prolungare la linea della "lilla": per arrivare a Monza e forse più. Nel programma da candidato sindaco di Milano, c’è un punto cui Giuseppe Sala, da coriaceo brianzolo qual è, batte e ribatte: allungare la linea 5 della metropolitana meneghina fino alla Villa Reale. Un sogno che sarebbe reso possibile grazie a ingenti finanziamenti pubblici. Come quelli già ottenuti, in varie occasioni, dalla Cassa depositi e prestiti. Ovvero dalla società del ministero dell’E­conomia, guidata dal renziano Claudio Costamagna, che ha voluto Sala nel suo consiglio il 29 ottobre 2015.

Un potenziale conflitto d’interessi che si aggiunge ai dubbi sulla legittimità della sua nomina nella "cassaforte d’Italia" per un’autocertificazione sospetta. L’ennesima. Perché nella sua ultima dichiarazione pa­trimoniale l’elenco delle omissioni era già lungo: una magione a Pontresina, vicino a Sankt-Moritz; cospicui investimenti in un’immobiliarie in Romania e una parte­cipazione di 759 mila euro, scoperta da Pa­norama, nella Kenergy, che gestisce parchi fotovoltaici in Puglia. E adesso la nomina nella Cdp: un guazzabuglio che Panorama è in grado di raccontare nei dettagli.

Resta appeso a ricorsi, denunce e in­terpretazioni in punta di diritto l’altro caso sollevato da Panorama nello scorso nume­ro: Sala non è candidabile ed eleggibile perché è ancora in carica come commis­sario della società Expo2015? Un quesito legittimato dal controverso iter delle sue dimissioni. Letta l’anticipazione dell’in­chiesta, nella mattinata dell’11 maggio Palazzo Chigi ha fatto sapere: le dimissioni sono state presentate il 15 gennaio 2016 e protocollate tre giorni dopo. Una versione che non ha fugato le perplessità. Gianlu­ca Corrado, candidato sindaco a Milano per il Movimento 5 stelle, non ha dubbi: il governo avrebbe dovuto confermare le dimissioni con un decreto. Per questo ha presentato un ricorso al Tar, che il 17 maggio è stato dichiarato inammissibile: dell’ineleggibilità di Sala dovrà eventual­mente occuparsi il giudice ordinario.

II radicale Marco Cappato, anche lui in corsa per Palazzo Marino, ha invece inviato un esposto alla Procura di Milano, all’An­titrust e all’Anac. La denuncia complica la posizione del candidato del centrosinistra: dopo aver lasciato Expo, scrive Cappato, Sa­la il 3 febbraio 2016 ha firmato il rendiconto dell’esercizio 2015. Ergo: «L’ufficio com­missariale si trova ancora giuridicamente a suo carico». Circostanza ag­gravata da un atto sottoscritto, sempre da Sala, il 27 aprile 2016, pochi giorni prima del 6 maggio, termine ultimo per la presentazione delle candidature alle comunali. «Se ci sono atti compiuti in seguito alle dimis­sioni, questi le interrompono e dunque rendono incandidabile il commissario» ha spiegato al Fatto quotidiano il giurista Fran­cesco Saverio Marini.

Altri esperti di diritto am­ministrativo contattati da Pa­norama disegnano un nuovo, disastroso, scenario: quegli atti potrebbero addirittura essere illegittimi. II governo sostiene che le dimissioni sono state protocollate il 18 gennaio 2016. Allora a che titolo l’aspirante sindaco ha indossato nuova­mente la maglia di Mister Expo? "Sono atti formali che si fanno" è stata la sua prima autodifesa, l’11 maggio. Mentre qualche giorno più tardi, il 16 maggio, in un’intervista al Corriere della sera ha sottolineato «le polemi­che e le dietrologie che sareb­bero cominciate se non avessi firmato il bilancio di Expo". Intuibile sottotesto: quegli atti li ho dovuti adottare.

Il pasticcio, a onor del vero, l’avrebbe causato l’inerzia del governo. Al posto di Sala avrebbe dovuto chiamare un nuovo commissario. Come ha implicita­mente ammesso anche Raffaele Canto­ne, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, in una lettera inviata il 21 aprile 2016 a Claudio De Vincenti, sot­tosegretario alla presidenza del Consiglio. Dopo aver premesso che le dimissioni di Sala sono diventate operative l’1 febbraio 2016, Cantone esprime le necessità della «permanenza in vita della struttura com­missariale». Sollecita l’esecutivo a indivi­duare un sostituto «per il prosieguo della gestione». E si spinge, forse per accelerare l’iter, a suggerire il successore: Giovanni Confalonieri, già subcommissario di Expo. La deduzione è implicita: l’Expo è rimasto acefalo, senza una guida, con i problemi che ne conseguono. Urge correre ai ripari.

Un’interpretazione confermata da un articolo del 17 maggio 2016 sul Sole 24 ore: il governo è al lavoro su un testo per nominare Confalonieri nuovo commissario di Expo. Tecnicamente sarà adottato un decreto del presidente del Consiglio dei ministri: lo stesso tipo di atto che, secondo i dubbi di Panorama, sarebbe stato ne­cessario per confermare le dimissioni di Sala e indicare il suo sostituto. Per questo motivo, il quotidiano della Confindustria aggiunge un retroscena: il decreto potrebbe essere interpretato come un atto che sana il vulnus. E dunque "sarebbe formalizzato tra il primo turno delle amministrative e il ballottaggio del 19 giugno". Insomma: pur di non dar ragione a Panorama, si lascia l’Expo allo sbando per un altro mese.

Un pasticcio che copre un altro pa­sticcio. Cui si aggiunge la nomina nella Cdp. Sala viene indicato lo scorso ottobre, qualche giorno prima della chiusura dell’e­sposizione universale. Una designazione che sarebbe stata caldeggiata dal premier Matteo Renzi, per offrire al suo futuro can­didato sindaco di Milano una poltrona di prestigio, qualora le cose fossero andate male. Apparecchiare questo "contentino", però, avrebbe portato all’ennesima for­zatura. Il 28 ottobre 2015 Sala invia alla società una dichiarazione in cui assicura di non ricoprire ruoli incompatibili con quello di consigliere della Cdp: "Commissario straordinario del Governo", per esempio. Incarico che, di fatto, copriva per l’Expo.

Fonti interne della Cdp spiegano però a Panorama: Sala era perfettamente in rego­la. La sua carica era diversa: «Commissario unico delegato del governo». Peccato che, come premesso persino nei provvedimenti firmati da Mister Expo, al Commissario unico «sono attribuiti tutti i poteri e le funzioni già conferiti al Commissario stra­ordinario del governo».

Il garbuglio non sarebbe solo l’incom­patibilità. Il ruolo di consigliere della Cdp genererebbe anche una selva di conflitti d’interesse con quello di candidato a sin­daco. Il motivo è chiaro: la società ha rap­porti finanziari con il Comune di Milano. Ha permesso, per esempio, di realizzare opere pubbliche strategiche per la città. In novembre 2013 ha scucito 1,2 miliardi per realizzare la tangenziale esterna. Altri 274 milioni sono stati destinati alla linea 4 della metropolitana. Mentre ha prima concesso un mutuo da 143 milioni e poi stanziato 123 milioni nel 2014 per realizzare la linea 5. Cioè quella «lilla» che Sala promette in ogni occasione di portare fino a Monza: «Per una Milano più grande, integrata ed ecosostenibile». Uno dei pochi punti fermi del suo programma. Il prolungamento costerebbe altri 1,3 miliardi. E, visti i prece­denti, la Cassa depositi e prestiti potrebbe essere chiamata a fare la sua parte.

Il radicale Cappato solleva anche il caso della rinegoziazionedei debiti con la Cdp annunciata da Giuliano Pisapia. Il 5 maggio 2016 ha presentato un’interroga­zione al sindaco di Milano "per chiedere per quale motivo non abbia già richiesto a Giuseppe Sala di rimuovere, seppur tardi­vamente, i molteplici conflitti d’interesse". Pisapia non ha risposto. Mentre Sala, interrogato sul tema, ha annunciato: "È chiaro che se avrò il bene di diventare sindaco mi dimetterò il giorno stesso". Confermando implicitamente potenziali cortocircuiti e inopportunità politiche.

Se venisse eletto, dunque, Sala abban­donerà la Cdp. In caso contrario, invece, resterebbe nel cda dell’ente pubblico. A quel punto si troverebbe in una posizione paradossale. Da una parte, consigliere della Cdp: a decidere se accordare eventuali finanziamenti al futuro sindaco di Milano. Dall’altra, a Palazzo Marino: dove dovreb­be sedere come capo dell’opposizione. Sempre più surreale. Nell’ormai inegua­gliabile solco di Mister Expo.

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