Politica

Russiagate, più che una spy-story, una storia incredibile

Cosa c'è dietro la vicenda "Salvini-Savoini" ed i presunti soldi che la Russia avrebbe fatto arrivare alla Lega

Salvini-Savoini-Russiagate

Maurizio Belpietro

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«Ma ci prendono per fessi?». L’amico che ho al telefono ce l’ha con i giornali che parlano dei presunti fondi alla Lega. Lui non è un tifoso di Matteo Salvini. Anzi, da quel che mi risulta, cova una segreta passione per Maria Elena Boschi e infatti tutte le volte che ho preso di mira la primadonna del Giglio magico mi ha sempre rimproverato, dicendo che non avrei dovuto attaccarla. Perfino Renzi so che gli è piaciuto, per lo meno fino a che non s’è montato la testa e ha cominciato a straparlare come se davvero si considerasse uno statista. Tuttavia, nonostante le opinioni facciano sembrare che il suo cuore batta a sinistra, il mio amico, che non è un politico ma un imprenditore, alla storia dei barili di petrolio usati per mascherare una tangente alla Lega non ci crede. «Si capisce lontano un miglio che un affare del genere non lo si fa nella hall di un albergo, ma lontano da orecchi e occhi indiscreti. E si capisce anche che questa storia debba servire, secondo qualcuno, a far abbassare le penne a Salvini, il quale per merito suo e demerito degli avversari, in cinque anni è passato dal 4 al 40 per cento».

Nelle pagine interne ovviamente troverete tutti i dettagli di quella che pare una spy story internazionale. Gli ingredienti per condire un affaire losco all’ombra del Cremlino, in effetti, ci sono tutti. C’è il travet che con i suoi completi grigi da orfanello passa dalle ristrettezze di una collaborazione con La Padania a una transazione da 1,5 miliardi di dollari. C’è l’avvocato d’affari che forse nella sua vita di grandi affari non ne ha mai fatti, visto che lo hanno appena sfrattato perché non paga l’affitto. C’è l’ex politico della Margherita, uno che ha lasciato lo sportello di una banca nella speranza di riuscire a inserirsi nel giro giusto. E poi ci sono gli oligarchi russi, veri o inventati, con tutto il coté di misteri che da sempre Mosca si porta dietro: Putin, i soldi, il petrolio.

Non importa che la spy story puzzi di trappolone a chilometri di distanza, perché al momento non c’è traccia né dei barili che dovevano essere venduti in Italia tramite l’Eni, né della maxi mazzetta che doveva arrivare nelle casse vuote della Lega. Non importa neppure che la società del cane a sei zampe abbia negato di aver mai avuto a che fare con i personaggi di cui si parla, né che la banca tirata in ballo scarichi il legale che dice di averci lavorato: di questi tempi, le aziende del petrolio e quelle del credito non godono di ottima reputazione e dunque qualsiasi sospetto è lecito. E poi, anche prendendo per buone le obiezioni di chi, come il mio amico, la faccenda non se la beve, resta sempre la registrazione.

Quell’audio captato a Mosca è la prova regina, anzi la pistola fumante che ha colpito Salvini. Lì si sente l’avvocato che parla di percentuali e di milioni. Lì c’è Savoini che discute di futuro dell’Europa e di alleanza tra partiti sovranisti. Lì c’è l’ex sportellista della banca che invita a fare in fretta, perché le elezioni sono alle porte e non bisogna perdere il treno, anzi la petroliera. È vero, ci sono le voci dei protagonisti della trattativa Stato (russo)-Lega, un documento che in una transazione fra corrotti mai si era udito. Che chi si sta per spartire i soldi si registri per avere la prova della propria corruzione è una cosa che neppure ai tempi di Tangentopoli si era vista, nemmeno  quando Antonio Di Pietro provava a usare qualche imprenditore taglieggiato come esca.

Chi ha fatto la registrazione del Metropol? Uno dei sei (o sette) che hanno partecipato all’incontro, con l’intenzione di fregare o ricattare gli altri? Oppure, come ha scritto qualcuno, è stato Putin perché voleva fare un dispetto a Salvini che, dopo averlo illuso di essere dalla sua parte, ha flirtato con Trump? No, forse è stato il presidente americano che non ha gradito tutte quelle visite a Mosca e così ha voluto dare un avvertimento al capitano leghista. Ma l’inquilino della Casa Bianca non era quello che voleva usare l’Italia come ariete contro l’Europa e la Germania? E Putin non era colui che aveva messo a libro paga i sovranisti affinché l’Europa gli togliesse le sanzioni? Ma forse il tiro mancino è di Macron, a cui il ministro dell’Interno leghista non è mai stato simpatico e per questo non vede l’ora di disfarsene. Oppure, la grande trattativa per il petrolio russo, è una storia messa in piedi da una banda di piccoli truffatori, che speravano di ricavare qualche cosa. Una storia molto simile a quella di Totò che cerca di vendere la Fontana di Trevi o del Gatto e la Volpe con il povero Pinocchio.

Che si tratti di un intrigo internazionale o di una più modesta bufala locale, una cosa però appare certa ed è che la vicenda terrà banco ancora a lungo, perché tra rogatorie all’estero, accertamenti bancari e giudiziari, prima che sia fatta luce sulla trattativa del Metropol passeranno mesi. E questo, come dice l’amico a cui piace la Boschi, servirà a qualcuno per far abbassare le penne a Salvini. Che resterà per parecchio sulla graticola. n         © riproduzione riservata

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