Rompere il Pd e rifare la Dc

I nuovi piani di Berlusconi con il governo Letta: perché il Cav non è andato subito alle urne

Rompere il Pd e rifare la Dc

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di Keyser Soze

Il governo Letta, il ritorno alle liturgie democristiane, sono un affare? In un palazzo disorientato per l’insediamento di una nuova monarchia di rito Napolitano, se il Pd è arrivato a dare in modo travagliato il suo ok al giovane premier, che ha coniugato il pragmatismo andreottiano con le istanze del terzo millennio, il centrodestra ha dato un sì quasi rassegnato.

Anzi, c’è anche chi intravede un futuro nero tanto da indossare i panni della Cassandra. Come l’avvocato principe del Cavaliere, Niccolò Ghedini (nella foto a destra), che dal Veneto si è lasciato andare a una previsione non certo incoraggiante: «È la fine politica di Silvio Berlusconi».

Al netto della diplomazia di maniera, tre quarti del gruppo dirigente del centrodestra sono scontenti anche se non si lasciano andare a profezie così lugubri. C’è persino chi spera, non si sa se a ragione o perché rimasto senza poltrona, che il Cav dia poche chance all’attuale governo: «Avete visto la lista dei ministri?» confida con una punta di veleno Michela Brambilla «sono persone che Silvio può tranquillamente gettare a mare. Fra qualche mese andremo a votare».

Sarà, ma la realtà appare più complessa. E non di poco. Perché il Cav ha rinunciato all’opzione di andare subito a nuove elezioni che lo avrebbero visto trionfare? Capirlo direttamente dall’interessato è pressoché impossibile:sull’argomento dice cose diverse a seconda dell’interlocutore che ha di fronte. Non pochi ritengono che abbia perso una grande occasione.
Un po’ come Pier Luigi Bersani appena un anno fa: se nel gennaio del 2012 l’uomo di Bettola invece di dare il via libera al governo Monti avesse preteso il voto sarebbe ancora leader del Pd. Assecondò all’epoca Giorgio Napolitano e ora è rimasto con un palmo di naso. Al Cav, ragionano i critici, rischia di andare più o meno allo stesso modo. Certo,  per ora ha sondaggi confortanti: quelli di Alessandra Ghisleri (Euromedia Research), commissionati subito dopo il via libera a Enrico Letta, assegnano al centrodestra il 28 per cento, a Beppe Grillo il 24 e al Pd un misero 20.

Ma sono quasi la copia, con percentuali capovolte, di quelli che 6 mesi fa vedevano il centrosinistra vincente alle elezioni di febbraio. Senza contare che con questa scelta il Cav ha messo in forse anche la possibilità di rigiocarsi la partita del Colle con un Parlamento più amico, un’occasione che si era conquistato con la conferma di Napolitano: se il capo dello Stato difficilmente avrebbe potuto dare le dimissioni nel caso che la crisi non fosse andata a buon fine («Sicuramente avrebbe prima sciolto il Parlamento» fa presente un amico del presidente); ora, dopo aver reso quest’ultimo servizio al Paese, ogni momento è buono. Anche perché sulla soglia dei 90 anni si desidera sempre il meritato riposo: «Io debbo dare retta innanzitutto a mia moglie e al mio cardiologo» si schermisce Napolitano con i suoi ospiti al Colle, riferendosi ai consigli del suo medico personale. Né tantomeno la svolta fiscale di Letta può rassicurare più di tanto il Cav: il pagamento dell’Imu, per ora, è solo rinviato e nel frattempo il governo deve trovare 10 miliardi.

Dove reperirà queste risorse? Farà i tagli necessari al bilancio dello Stato (incubo della sinistra) o si inventerà altro? Insomma, la manovra è ancora una scommessa.

E allora perché Berlusconi si è accollato il rischio di far partire il primo governo Letta?
La prima ragione è perché vuole che i tribunali emettano le sentenze che lo riguardano in un clima meno incandescente nel Paese. «Immaginatevi cosa sarebbe successo se i giudici avessero dovuto decidere in piena campagna elettorale?» si è lasciato andare il Cav in un momento di sincerità. Sull’annosa questione, però, Berlusconi in questa occasione la pensa in modo assolutamente diverso dal suo avvocato. «Il presidente» è la posizione di Ghedini «rischia una condanna di 5 anni sul caso Ruby (vedere anche l’articolo a pagina 80).

Si tratta di una condanna politica che i giudici avrebbero pensato due volte a emettere alla vigilia di nuove elezioni».
In più ci sono altre due ragioni che alcuni consiglieri del premier elencano sulla questione: se esiste davvero un «partito dei giudici» cui il nuovo equilibrio politico sta stretto, si concentrerà sul bersaglio grande per farlo saltare, cioè sul Cav; in secondo luogo, non è detto che il Pd possa tenere a bada la sua base di fronte a una condanna del suo principale alleato. Argomenti che però non hanno convinto un Berlusconi in piena fase
onirica. A questi ragionamenti, infatti, il Cav. contrappone una nuova politica che appartiene al novero delle sue visioni, della sua capacità di interpretare il futuro. «Questo governo» ha spiegato al suo stato maggiore «ci offre l’occasione di scomporre e ricomporre lo scenario politico. Dobbiamo operare in modo da favorire una scissione nel Pd tra ex comunisti radicali ed ex Dc.
Cosa c’entrano i vari Letta e Dario Franceschini con Nichi Vendola? E poi con questo nuovo soggetto politico possiamo mettere in piedi un’alleanza di governo stabile.
Un’alleanza tra un centro moderato e uno più di sinistra». Insomma, il Cav immagina un ritorno agli equilibri che piacevano tanto alla Dc. Non per nulla è tornato a incontrare Mario Monti e Pier Ferdinando Casini, e a scoprire Enrico Letta. Del resto, lui non ha mai nascosto di essere un democristiano.

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