Romano Prodi, l'uomo, il politico, la storia

La militanza nella sinistra Dc. La seduta spiritica per trovare il covo di Moro. Il ministero dell'Industria. L'Iri. La premiership. E ora la candidatura al Colle. Ritratto di un inaffondabile della Repubblica - la fotostoria di Prodi - le reazioni su twitter - il sondaggio -

Romano Prodi

Romano Prodi, candidato al quirinale del centrosinistra – Credits: EPA/JULIEN WARNAND

Giovanni Fasanella

-

Beh, di lui certo non si può dire che sia il “nuovo che avanza”, visto che (età a parte, ha 74 anni) è sulla scena dal 1978, e sempre in posizioni di primissimo piano. Democristiano, economista della scuola di Beniamino Andreatta, nel 1978 è stato ministro dell’Industria in uno degli innumerevoli governi guidati da Giulio Andreotti. Poi è stato presidente dell’Iri dal 1982 al 1994, con una breve vacatio di tre anni. Dal 1999 al 2004 ha guidato la Commissione europea. Nel 2006 è tornato alla guida del secondo governo dell’Ulivo. Poi, finita prematuramente (e ingloriosamente) quell’esperienza, si è dato alla politica internazionale con incarichi all’Onu. E adesso, rieccolo qui, prondo a succedere a Giorgio Napolitano, al Quirinale.

Romano Prodi detiene un record: è l’unico personaggio della politica italiana che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica e che ha ancora un futuro, e che futuro!, anche nella Terza. Certo, è un appassionato di bicicletta, e l’esercizio fisico lo mantiene in ottima forma. Ma può essere questo il segreto del suo successo? Come ha fatto, lui che ha gestito il potere –anzi, il Potere- ad attraversare indenne ogni bufera politica e giudiziaria che ha investito il Paese negli ultimi 35 anni? Come ha fatto, anche quando si è imbattuto personalmente in qualche guaio, a cadere sempre in piedi?

Il Professore (è Professore pure lui, come Mario Monti) E’ un uomo probo, e questo avrà il suo peso. Ma quanti uomini probi abbiamo visto rotolare nella polvere? Pensate al povero senatore Severino Citaristi, il tesoriere della Dc negli anni di “Mani pulite”, tanto per citare un esempio: «E’ l’uomo più candido e onesto che abbia mai conosciuto», diceva di lui Giovanni Pellegrino, mentre contava le richieste di autorizzazioni a procedere nei confronti del tesoriere che giungevano a centinaia dalle Procure di tutta Italia. E allora, dove risiede la forza di Prodi? Qual è la sua origine?

Una volta è capitato di porre queste stesse domande a Francesco Cossiga, uno che conosceva molto bene il Professore. Erano dello stesso partito, la Dc, e della stessa corrente interna, quella di sinistra. E poi si erano spesso incrociati anche negli stessi salotti internazionali, quelli anglofili: vera passione di entrambi. Il “picconatore” era un buontempone e quando gli capitava l’occasione per una battuta scherzosa, non se la lasciava certo sfuggire. «L’origine della forza di Prodi? E’ un mistero impenetrabile», rispose ridendo, «uno di quei misteri talmente impenetrabili da sconfinare nell’esoterismo». Scherzava, naturalmente. Anche perché il nome di Prodi non è mai apparso in nessuna Loggia, e dunque nulla autorizza anche solo a sospettare simili sue frequentazioni. C’è solo quell’episodio del 2 aprile 1978 che richiama vagamente atmosfere esoteriche.

Aldo Moro era “prigioniero” delle Br da 17 giorni. E mentre polizia, carabinieri e servizi segreti erano tutti impegnati nella ricerca del covo, Prodi e alcuni suoi amici, tra cui gli economisti Mario Baldassarri e Alberto Clò, si ritrovarono con le rispettive famiglie in una casa della campagna emiliana. L’Italia intera era in apprensione per la sorte di Moro, e i membri di quella comitiva di luminari, non sapendo come trascorrere il tempo, fatte accomodare le signore in salotto, si chiusero nello studio per una seduta spiritica. Si sedettero intorno a un tavolino rotondo, misero tutti il ditino indice su un piattino evocando delle “entità”. Che si manifestarono, a quanto pare. E alla domanda dove fosse la prigione di Moro, con la loro energia, gli “spiriti” fecero muovere il piattino su un foglio con tutte le lettere dell’alfabeto, scrivendo le parole: “Bolsena”, “Viterbo” , “Gradoli”. I Professori, sopresi, controllarono su un atlante e scoprirono che effettivamente esisteva un comune di Gradoli in provincia di Viterbo, sul lago di Bolsena. Un paio di giorni dopo avvertirono i dirigenti della Dc, che a loro volta passarono l’informazione al ministero dell’Interno. Che a sua volta mandò la polizia e i carabinieri a Gradoli, in provincia di Viterbo, invece che in via Gradoli 96, dentro le mura di Roma, dove c’era una delle basi brigatiste più importanti, frequentate addirittura dal capo Mario Moretti. Ma questo lo si sarebbe scoperto del tutto casualmente soltanto il 18 aprile, quando Moretti si era ormai volatilizzato.

Chi voleva che le forze dell’ordine si precipitassero nel Viterbese invece che nella via romana? Mistero. Come i tanti della storia politica italiana, compreso quello dell’origine della forza di Prodi. Il quale entrò nel governo dopo la morte di Moro, e da allora iniziò la sua irresistibile ascesa. Ma guai a domandargli di quella famosa seduta spiritica. Ci provò diversi anni dopo Giovanni Pellegrino, quand’era presidente della Commissione Stragi, ma il Professore non volle nemmeno sentirne parlare. Nel 2006, quando stava nascendo il secondo gabinetto Prodi, Pellegrino era già nella lista del governo, come ministro della Giustizia. Ma qualcuno si ricordò di quella sua vecchia impertinenza e all’ultimo momento lo depennò. Nessun altro ha mai più osato rivolgere a Prodi qualche domanda su Moro, “Bolsena”, Viterbo” e “Gradoli”. Forse sarebbe il caso di farlo adesso. O no?

© Riproduzione Riservata

Commenti