Politica

Il nuovo Codice Rocco (Casalino)

Amato, odiato, ma soprattutto temuto. Ecco chi è l'artefice della metamorfosi del premier Conte

Rocco Casalino

Francesco Bonazzi

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Gennaio 2001, quando un anno inizia con qualcosa di letteralmente bestiale e anche un po’ inquietante. Nella cascina Malpensata di Pontevico, nel Bresciano, viene registrato il primo caso italiano di mucca pazza. Intanto a Londra la Camera dei Lord autorizza la clonazione di embrioni umani a fini terapeutici. Il settimanale Oggi inaugura l’anno nuovo con in copertina il bel faccino di un ex protagonista del primo Grande Fratello, per metà uomo e per metà truccato da donna. Se sarà clonazione, questa sarà a fini maieutici. Nelle pagine interne, questo giovane ingegnere di Ceglie Messapica, dopo aver negato per mesi la propria presunta omosessualità, questione alla quale pare fosse interessata l’intera nazione (almeno a giudicare dall’archivio dell’Ansa che vi dedica svariati lanci), partorisce una nuova categoria del pensiero: la verità tendenziale. «Sono solo tendenzialmente eterosessuale», dichiara al settimanale Rocco Casalino.

Tendenzialmente, adesso Rocco ha 47 anni, vive con il suo fidanzato cubano, Marco, e sussurra ogni mossa, ogni parola giusta, a Giuseppe Conte, il premier del quale è portavoce ufficiale e che è sopravvissuto a sé stesso sostituendo dopo 14 mesi il Pd alla Lega, con la stessa naturalezza con la quale in autunno si cambia la coperta leggera con il copripiumino.

Anche quando campava di ospitate televisive nei programmi più improbabili, Casalino è sempre stato un genio della comunicazione. Un professionista che si potrebbe dire capace di imporre un proprio stile di gestione mediatica dei personaggi che gli vengono di volta in volta affidati (ieri, legioni di imberbi deputati M5s, oggi il capo del governo che si nominò «avvocato degli italiani»), se anche la parola «stile» non suonasse tendenzialmente un po’ falsa, in questo mix di sorrisi plastificati, ferocia vendicativa, determinazione, ambizione e attenzione al risultato con il quale Casalino ha imposto in sei anni il suo personale Codice Rocco. Ovvero, un nuovo modo di gestire l’immagine del potere nel solo, unico e aridissimo interesse del potere stesso. A costo di passare sopra le forme più elementari e di calpestare il diritto dei cittadini a essere informati e che in fondo gli pagano, per usare una tipica semplificazione grillina, uno stipendio pubblico da quasi 170 mila euro l’anno lordi, un terzo in più dello stesso Conte che non essendo deputato si deve accontentare di 114 mila euro. Un scarsa educazione, come quella volta, era il giugno del 2018, in cui per evitare che al neo premier scappasse una qualche parola non perfettamente intonata alle sue candide pochette a tre punte, Casalino lo strattonò platealmente di fronte ai giornalisti, prendendolo per un braccio. Sembrava Lele Mora che porta via Fabrizio Corona dalla discoteca e invece era la riunione del G7 in Canada.

Dalla piccola sceneggiata di Charlevoix, nel Québec, alla recita impeccabile di Palazzo Madama, il 20 agosto scorso, nella quale un Conte perfettamente allenato dal Codice Rocco scopre improvvisamente, dopo 14 mesi, che il suo vicepremier Matteo Salvini non era Winston Churchill e gliene dice di tutti i colori, prima di dimettersi. L’avvocato pugliese, fedele a Padre Pio e a Santa Parcella, si gira verso il capo del Carroccio e spara ad altezza Capitano. «Se vuoi la crisi, ritira i ministri»; «Evita di accostare slogan politici a simboli religiosi, l’incoscienza religiosa rischia di offendere credenti e oscurare il principio di laicità»; «Non abbiamo bisogno di uomini con pieni poteri, ma con senso delle istituzioni»; «Matteo, non hai dimostrato cultura delle regole», «La vicenda russa meritava che tu venissi qui a condividere le informazioni» e così via. Ma il codice Rocco si apprezza dalla gestualità. Conte, un nuovo Conte, quel giorno si gira spesso verso l’ex sodale, lo guarda negli occhi mentre lo pugnala facendo finta di essere stato pugnalato e gli appoggia più volte la mano sulla spalla, manco fosse il suo fratello maggiore. Nel sottile linguaggio di una certa politica mediterranea, questi uomini che si prendono a braccetto, si abbracciano, si toccano con finta complicità mentre si combattono senza esclusione di colpi, farebbero felici Francis Ford Coppola e Abel Ferrara.

Per carità, la trasformazione del premier nel nuovo Il Grinta non è stata tutta opera del sulfureo Rocco, perché alle spalle dell’avvocato amministrativista c’è un giurista ancora più capace e implacabile di lui come il settantenne Guido Alpa da Ovada, Basso Piemonte, grande professore ed esperto di banche come Carige (della quale è stato anche consigliere). Simpaticamente chiamato «Gollum» dallo stato maggiore pentastellato, Alpa suggerisce la linea all’allievo Giuseppe, a cominciare dallo «stare sempre con il Quirinale», e Casalino elabora la strategia mediatica per portare a casa il risultato.

Nel 2013, a dire il vero, Rocco avrebbe voluto candidarsi alla Camera in Lombardia, ma per sua fortuna fu dissuaso. Da ingegnere-opinionista prestato alle tv (ha fatto anche l’inviato per Telenorba ed è diventato giornalista professionista) era passato ai meet-up grillini, ma non aveva una particolare popolarità né (ancora) un particolare rapporto con Gianroberto Casaleggio e la sua scuderia. Il Movimento però lo ripescò subito, dopo le elezioni del febbraio 2013 in cui le truppe di Beppe Grillo balzarono al 25 per cento, nel suo ruolo più appropriato, ovvero quello di esperto di comunicazione. Perché in quasi vent’anni, Casalino ha imparato alla perfezione come usare le televisioni e i media in generale, che cosa vogliono, come darglielo, concederlo, o negarlo. Portato in palma di mano da Vito Crimi, il suo vero primo sponsor in M5s, a Casalino affidano inizialmente i senatori, ma lui rapidamente diventa il capo di tutta la comunicazione, l’uomo che decide chi va in televisione e chi no. Tutto a suo insindacabile giudizio. Il suo potere è tale che quasi ogni volta che un grillino lascia il Movimento, da Federico Pizzarotti a Serenella Fucksia, lo mettono in cima alla lista dei cattivi, delle «anime nere» che avrebbero rovinato la bellezza e la purezza del proto-grillismo.

Sarà, ma Casalino il suo mestiere lo sa fare. Nella scorsa legislatura, quando ancora vigeva il divieto di andare in tv se non autorizzati «dalla Comunicazione», gestisce un potere enorme. Le televisioni, i talk show, i direttori di telegiornale, lo bombardano di richieste. E lui, con la scusa del fatto che il Movimento sarebbe continuamente vittima di «agguati» e «disinformazione», concede i suoi deputati a condizione di sapere in anticipo la scaletta della trasmissione e le domande che verranno rivolte. Loro, gli unti di Rocco, sono ovviamente grati e se ancora oggi gli riconoscono tutti una grande capacità è proprio per questo: per il fatto che li ha sempre tutelati e ha sempre dimostrato di avere rapporti diretti con tutti i direttori e i conduttori, a cominciare da Enrico Mentana e Bruno Vespa. E poi, quanta ipocrisia nella critica che gli viene rivolta più spesso dai giornalisti, ai quali mediamente non sta simpatico per i modi ruvidi con cui protesta quando vede qualcosa che non gli garba, ovvero di pretendere di conoscere in anticipo le domande che verranno rivolte ai suoi protetti. Non è decisamente una bella abitudine, però il problema non è lui che le chiede, ma loro che gliele danno.

Il Codice Rocco, intanto, cresce e si espande anche così, nell’incapacità di molti di fare il proprio dovere o di affermare uno stile diverso, meno muscolare e violento. Com’è emerso da qualche gaffe nella quale Casalino è comunque incappato, vittima di audio pirata e altre meraviglie di quest’epoca. Gli è stato rinfacciato di aver fatto il bullo con Salvatore Merlo, de Il Foglio che per aver scritto qualche pezzo sgradito è stato affrontato con rara eleganza: «E adesso che chiude Il Foglio che fai?». Per non dire della volta che un suo audio su WhatsApp, diretto a due cronisti, è finito su Huffington Post, facendo un bel casino perché lì il Codice Rocco si esprimeva in tutta la sua capacità coercitiva, annunciando «mega vendetta» contro i dirigenti del Tesoro, accusati di mettere i bastoni tra le ruote. Accadeva a settembre dell’anno scorso. Due mesi dopo, Dagospia ripesca il video di una lezione di comunicazione di Casalino, nella quale gli scappa: «Fin da bambino, da sempre, i vecchi mi fanno schifo. E tutti i ragazzi down... mi danno fastidio». Il filmato è del 2004, ma lui alla fine si scusa per le affermazioni decisamente sgradevoli. Il dato indicativo è che dopo ogni suo infortunio, lo stato maggiore grillino lo difende sempre come un sol uomo. Il Codice Rocco non si discute, insomma, o non si può discutere.

A Palazzo Chigi, Casalino gestisce una trentina di collaboratori che sopportano le sue scenate, lavora 12-13 ore al giorno, si muove ormai come il padrone di casa. Ogni tanto, si sussurra, arriva a trovarlo anche il compagno cubano. In un ambiente così ingessato e un po’ polveroso, fa anche bene. In questa fase in cui i rapporti con Luigi Di Maio e Beppe Grillo sono descritti come «ai minimi storici» (specie con l’ex comico genovese), Casalino si appoggia molto al campano Vincenzo Spadafora, ministro ai Giovani e allo sport, un passato da rutelliano e da assiduo frequentatore della corte di Angelo Balducci, l’ex capo della «Cricca» degli appalti condannato a sei anni. Altro forte legame è quello con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, siciliano trapiantato a Firenze, 43 anni, al quale deve l’ottimo rapporto con Maria Elena Boschi, la sfortunata madrina del renzismo che a Palazzo Chigi gli ha lasciato molti protetti che Casalino naturalmente tutela. Tra questi non c’è Augusto Rubei, lo spin doctor che ha preso il suo posto con Di Maio e che Casalino, letteralmente, non sopporta. Anche perché ha uno stile completamente diverso.

Attaccato spesso perché sarebbe alla guida di una «lobby gay», in realtà, dal punto di vista della democrazia, il problema non è Casalino, che ha fatto coming out ormai da tanti anni, ma coloro che occupano posizioni di potere e sono ricattabili perché a casa li aspettano mogli e figli. È stato anche accusato di gestire una specie di parco-fidanzate-finte, ma in un Paese che esce da vent’anni di Olgettismo e accompagnatrici di facciata non sarebbe esattamente una notizia.

Adesso sarà molto divertente vedere alcuni esponenti del Pd, che in passato hanno attaccato a testa bassa Casalino, doverci andare a nozze perché si sono imbarcati sullo stesso governo. Gente come Teresa Bellanova, l’ex bracciante appena diventata ministro dell’Agricoltura («Parole rozze e volgari non sfuggono per caso a uno che viene dal Grande Fratello», 22 settembre 2018), il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri («Casalino è un personaggio arrogante e indegno», 22 settembre 2018), Michele Anzaldi del Pd («È un arrogante ed è accusato dalle tv di usare metodi ricattatori», 13 luglio 2018).

Conquistata la piena fiducia del Conte bis, il Codice Rocco oggi appare invincibile. Eppure avremmo potuto salvarci. È successo per la precisione il 23 gennaio 2006, a Domenica in, quando Giucas Casella lo sottopose a un esperimento di ipnosi e lui ebbe un malore. Ma si risvegliò e adesso è Casalino che ipnotizza l’informazione e, soprattutto, Conte. 

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