Riforma della Scuola: l'ultimo compromesso al ribasso prima della fiducia

Meno poteri per i presidi, meno autonomia, meno merito: la marcia indietro del premier sulla "Buona scuola"

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Migliaia di insegnanti e studenti sfilano in corteo per le vie del centro di Torino per protestare contro la "Buona Scuola" del governo Renzi, 5 maggio 2015 – Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Claudia Daconto

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La riforma della scuola (I 10 PUNTI PRINCIPALI DEL DDL) su cui domani il Senato e la prossima settimana la Camera voteranno la fiducia – evitando il passaggio allla commissione Istruzione dove il governo non ha la maggioranza - è un compromesso al ribasso fatto più per "salvare" le assunzioni di 100mila precari che per riformare il sistema dell'istruzione e alzare il livello di preparazione di insegnanti e studenti.

E che, tuttavia, è riuscito a scontentare tutti: insegnanti precari, sindacati, opposizioni e la stessa minoranza dem alla quale il premier si è rivolto (il senatore Walter Tocci ha risposto a un sms di Renzi con tre pagine di annotazioni) per provare a riallacciare un dialogo dopo la minaccia di mandare tutto a monte ritirando il ddl. Una tentazione forte per Matteo Renzi, deluso e amareggiato dalle critiche feroci e inasettate e per essere stato costretto a mettere la fiducia su un testo che non soddisfa più nemmeno lui.

 

Precari: chi entra e chi no
Nonostante resti confermata l'assunzione di 100.701 precari, questi ultimi non saranno comunque contenti perché una buona parte di loro resterà comunque esclusa. Se 45mila otterranno la cattedra subito, entro il 15 settembre, per rimpiazzare i colleghi che vanno in pensione e coprire posti vacanti e altri 55mila (gli insegnanti in più dell'organico dell'autonomia) saranno chiamati nel corso dell'anno scolastico, tutti gli altri (abilitati con i Tfa, i tirocini formativi attivi, o con i Pas, i percorsi speciali) dovranno aspettare il concorso del 2016 per 60mila cattedre. Ma a differenza di quanto previsto prima dell'ultimo rimaneggiamento del ddl, non avranno una quota di posti riservati bensì gli sarà riconosciuto un punteggio aggiuntivo per il servizio già svolto.

Presidi depotenziati
Per quanto riguarda i presidi, questi si ritroveranno a essere giudicati più che a giudicare e la loro autonomia su quali insegnanti premiare e quali assumere sarà molto limitata. Il comitato che dovrà occuparsi di scegliere i criteri in base ai quali il preside potrà distribuire i premi ai docenti più meritevoli sarà formato infatti da ben 7 membri: oltre al dirigente scolastico ci saranno due genitori (un genitore e uno studente alle superiori) 3 insegnanti (erano 2) e un componente esterno nominato dall'Ufficio scolastico regionale tra docenti, dirigenti scolastici e dirigenti tecnici. I presidi, inoltre, non potranno più chiamare, per l'organico funzionale, chi ha un'abilitazione diversa rispetto a quella della classe di concorso richiesta se nell'ambito territoriale in cui si trova la scuola sono disponibili insegnanti che sono abilitati in quella classe di concorso. Anche la gestione delle risorse umane, finanziarie e materiali non potrà prescindere dal parere e le competenze degli organi collegiali. Mentre sul loro operato le verifiche diventeranno più stringenti.

Restano le detrazioni, tetto allo "school bonus"
Prese di mira da parte delle opposizioni e dalla sinistra dem, restano le detrazioni (fino a 400 euro) per le famiglie che iscrivono i figli alle scuole paritarie e viene fissato un tetto a 100mila per le donazioni dei privati di cui solo il 10% e non più il 30% sarà destinato a un fondo di perequazione per le scuole che ricevono meno contributi.

Renzi 1 non pervenuto
Il paradosso è che con queste modifiche Matteo Renzi si è dato una doppia zappata sui piedi: da una parte ha annacquato il testo originale facendo fare alla "Buona scuola" una decisa marcia indietro sul terreno dell'autonomia e della valorizzazione del merito, dall'altra è riuscito lo stesso a scontentare la sua minoranza che voterà la fiducia (tranne un manipolo di senatori come Tocci, Mineo, Ricchiuti, Ruta) ma resterà insoddisfatta perché si aspettava di più. Un compromesso mal riuscito cui il premier ha oltretutto sacrificato la promessa di tornare a essere il leader rottamatore e riformatore che non cede ai ricatti della minoranza come invece, da oggi e fino alle elezioni amministrative del 2016, sarà probabilmente costretto a fare sempre più spesso.

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