Riforma della scuola: le conseguenze dello slittamento a settembre

Il premier minaccia lo stop per bloccare le proteste e far ritirare gli oltre 3 mila emendamenti al Senato. Un attacco alla minoranza Pd e ai sindacati

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Matteo Renzi. Roma. – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Claudia Daconto

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Lo sfratto al sindaco di Roma e la minaccia di ritirare il disegno di legge sulla scuola comprese le 100mila assunzioni di precari. Spedito in panchina il “Renzi 2” istituzionale e attendista, il redivivo “Renzi 1”, decisionista e rottamatore, evocato ieri dal premier, si palesa con due iniziative di rottura. Ma se la prima fa male soprattutto a Marino, sulla scuola il primo a soffrire è proprio lui.

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"Quest'anno con tremila emendamenti in commissione non si riesce ad assumere i 100mila precari a settembre". La minaccia di far saltare tutto è diretta soprattutto alla sinistra dem che in queste settimane si è unita al coro di dissenso nei confronti della "Buona scuola", la riforma che il premier ha più a cuore, quella annunciata per prima il primo giorno d'insediamento del suo governo. Tra i 3mila emendamenti, infatti, ci sono anche quelli dei dissidenti Pd. Il premier avrebbe potuto annunciare di voler mettere la fiducia sul ddl. Fino al giorno prima dei risultati degli ultimi ballottaggi l'intenzione sembrava questa. Ma adesso è cambiato tutto. E il messaggio alla minoranza è chiaro: o rientrate nei ranghi o la responsabilità di aver lasciato a casa 100mila persone sarà solo vostra e delle opposizioni.

Corsa contro il tempo

La commissione Istruzione di Palazzo Madama ha già dovuto rinviare alcuni voti per mancanza dei numeri necessari (Tocci, Mineo, Rubbia contrari, Ncd in subbuglio). Giorni fa il ministro Stefania Giannini aveva annunciato che per riuscire a far entrare i precari in servizio entro il 1 settembre non si sarebbe potuti andare oltre il 15 giugno. Si è già oltre. Adesso il termine ultimo è il 30. Opposizioni e minoranza sono avvisati. Poi ci sarà tempo per riaprire il dibattito sulla scuola con la conferenza nazionale, prevista per luglio, con i sindacati, i genitori, gli insegnanti. Ma intanto bisogna correre. La proposta degli uomini di Bersani, sostenuta anche dai 5Stelle, di un decreto ad hoc solo per le assunzioni è stata prontamente rispedita al mittente. Il "Renzi 1" non è quello delle vie di mezzo. Prendere tutto o lasciare.

Proteste inattese 

Una terapia d'urto tanto dolorosa quanto necessaria a rimettere in riga il partito e far capire a tutte le altre forze politiche (nessuna delle quali tifa per tornare alle urne in tempi brevi) che o si va avanti con decisione sul cammino delle riforme o ci si ferma tutti. Anche perché con la "Buona scuola" il premier era davvero convinto di rilanciare l'azione di governo e rafforzare il feeling con un pezzo importante dell'elettorato di sinistra, quello degli insegnanti. È stato invece un boomerang. Le regionali e le amministrative, poi, hanno fatto il resto. Il governo è stato tradito addirittura da quelli ai quali avrebbe assicurato una cattedra: gli insegnanti delle gae, le graduatorie a esaurimento che sarebbe entrati per primi in servizio. Anche loro hanno contestato la riforma. L'adesione al blocco degli scrutini da parte dei prof. è stata massiccia. Una delusione cocente per il Nazareno che prima di decidere di minacciare lo stop, è rimasto per giorni a chiedersi: “dove abbiamo sbagliato?”. Ma anche: “chi ce lo fa fare?”.

Vendetta e provocazione

Oggi c'è chi legge il possibile ritiro del ddl come una resa ai sindacati, alle opposizioni, a Fassina che ha addirittura minacciato di lasciare il Pd senza modifiche al testo. Non è detto. È vero, i tempi sono strettissimi e i numeri in Senato davvero risicati. Ma l'iniziativa del premier assomiglia di più a una provocazione estrema nei confronti della sua minoranza e a una “vendetta” (come ha detto la segretaria della Cgil Camusso) verso gli insegnanti che hanno scioperato contro di lui. Le assunzioni infatti non saranno in alcun modo scisse dalla riforma. Prendere o lasciare. "Renzi 1" è tornato.

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