Perché non ci sarà la riforma della giustizia

Angelo Panebianco, sul Corriere, racconta la differenze di "forza" più che di "poteri" tra politica e giustizia

Un'aula di tribunale (Credits: GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Riforma della Giustizia. Ecco perché è impossibile. E' l'impietosa analisi della situazione politica (e non solo) italiana fatta stamane per il Corriere della Sera da uno dei suoi editorialisti, Angelo Panebianco.

Il punto di partenza non è una novità (e non è di certo legata alla recente condanna definitiva per Silvio Berlusconi): all'Italia serve una riforma della Giustizia come recentemente affermato anche dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano "...uno che di certo non si può definire di centrodestra...".

Il punto però centrale dell'articolo è la conferma di un sospetto che in molti hanno da anni, cioè che questa riforma non si farà, sicuramente adesso, forse mai. Perché c'è uno squilibrio più che di poteri (quello dei magistrati è enormemente superiore a quello dei politici) di forza. La giustizia è molto più forte della politica; la giustizia è molto più unita della politica. E' per questo che tutto resterà come oggi: una giustizia lenta, senza separazione delle carriere, senza una riforma del Csm e dei criteri di reclutamento e formazione dei magistrati.

Insomma. Più che di uno squilibrio di poteri è uno squilibrio di "potenza". L'unica via d'uscita è che la politica riacquisti la forza persa in questi decenni. Ma anche in questo caso si prevedono tempi lunghi.

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