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Renzi, la solitudine del numero primo

Per recuperare consensi gira l'Italia e fa il grillino. Ma non ci sono folle ad attenderlo, in Sicilia rischia una batosta, su Bankitalia è rimasto da solo

Matteo-renzi

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni con il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, a bordo del treno Direzione Italia - 28 ottobre 2017 – Credits: ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/TIBERIO BARCHIELLI

La sua campagna elettorale ha un titolo un po' antico: "Destinazione Italia". Tuttavia il mezzo scelto da Matteo Renzi per girare cento Comuni in otto settimane, cioè il treno, sa di novità. Certo, qualche difetto organizzativo è subito emerso. Per dire, i giornalisti al seguito stanno impazzendo. Il segretario del Partito democratico, infatti, si muove a grande velocità, ma chi deve scrivere per i giornali o preparare pezzi per le tv ha bisogno di fermarsi. Ed è già accaduto (in Umbria, per esempio) che il convoglio dell'ex premier ripartisse senza reporter, poi costretti a inseguirlo in ritardo, con mezzi di fortuna e decisamente arrabbiati.

I piccoli disagi dei cronisti sono però poca cosa. Dalla campagna pianificata fin nei dettagli con l'agenzia Proforma - e che Panorama è in grado di ricostruire grazie a un paio di fonti interne - emergono difetti ben più pesanti. Premessa. Matteo si muove su due binari, uno locale e l'altro nazionale, convergenti su altrettanti grandi obiettivi: da un lato (ri)avvicinarsi agli italiani dopo la batosta referendaria, dall'altro tornare al centro della scena politica a costo di sottrarre visibilità ai suoi sodali politici (il premier Paolo Gentiloni in primis).

Quotidianamente, infatti, il leader del Pd raggiunge una provincia dello Stivale, individua un paio di criticità che la riguardano e tenta di cavalcarle, ottenendo una straordinaria copertura mediatica da parte della stampa locale; in Umbria, per esempio, ha scelto le crisi industriali di Perugina e Colussi. Allo stesso tempo, ogni sette giorni (ma con l'avvicinarsi delle elezioni i giorni si ridurranno gradualmente a due-tre), Matteo lancia un tema nazionale dirompente per imporre l'agenda politica al Paese. È successo prima con la nuova legge elettorale (il Rosatellum) e poi con il documento parlamentare di sfiducia al governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco.

Purtroppo per lui, tale strategia sta subendo una serie di clamorosi incidenti di percorso. Sul piano locale, al netto delle contestazioni che in questi tempi grillini possono capitare a chiunque (anche ai grillini), il dato più preoccupante è la scarsa partecipazione di iscritti e militanti: in molte stazioni Renzi ha trovato pochi sostenitori; a Termoli (Campobasso) addirittura il deserto assoluto; altre stazioni ancora, per evitare di farsi fotografare nel nulla, ha preferito saltarle (Vasto, in provincia di Pescara).

Quanto al piano nazionale, beh, qui siamo davvero all'isolamento. Imponendo il voto di fiducia sul Rosatellum, Matteo non solo si è definitivamente distanziato dalla sinistra sinistra dei vari Pierluigi Bersani, Massimo D'Alema e Nicola Fratoianni; no, ha pure dovuto incassare le pesantissime critiche dell'intera intellighenzia italiana, compresi gran parte dei grandi giornali che ancora lo sostenevano.

Sulla (non) rinomina di Visco il segretario dem si è addirittura incartato. Cercando di tornare a imporsi quale "cane sciolto" della politica italiana contro i "poteri costituiti", ha sforato il grottesco. Per esempio, ha tentato di prendere le distanze dal governo Gentiloni, una diretta emanazione del renzismo. Ma come ben spiega lo storico Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della sera, "non si può recitare la parte dell'outsider quando si è il capo del principale partito della maggioranza"e "quando per anni si è stati al governo frequentando il potere in tutti i suoi saloni, stanze e sottoscala".

Il guaio più grande, però, è che Renzi ha pure aperto un fronte con il capo dello Stato Sergio Mattarella, il governatore della Banca centrale Mario Draghi e le più potenti cancellerie europee, a partire da quella tedesca di Angela Merkel. Detto che, più modestamente, Renzi ha litigato pure con la presidente della Camera, Laura Boldrini (ma questo non costituisce un problema) il risultato della sortita anti-Visco è che se pure miracolosamente il Pd dovesse vincere le prossime elezioni, Matteo avrebbe contro l'intero apparato istituzionale italiano ed europeo.

Come se non bastasse, all'ex premier è toccata pure un'altra mazzata, ovvero il referendum sull'autonomia in Lombardia e Veneto. Per mesi né lui (completamente silente) né il suo partito (quasi) hanno evitato di occuparsene. Lo schiaffone subito dagli elettori gli ha aperto gli occhi ma è troppo tardi. Al Nord il Partito democratico rischia seriamente di coprire il ruolo da comparsa nelle prossime elezioni politiche, ruolo che già si prospetta per le regionali siciliane del 5 novembre e persino nelle elezioni municipali di Ostia, la circoscrizione dalla quale Renzi fece partire la sua campagna di rinnovamento di un Pd romano ancora oggi ridotto ai minimi termini. Ciononostante, lui e i suoi collaboratori sono convinti che il Pd potrà ripetere il 40 per cento delle elezioni europee del maggio 2014 soltanto se il leader del partito "avrà tutti contro". Auguri, però nei sondaggi il Pd non si schioda dal 25 per cento. E se tra i "contro" ci fossero pure gli elettori?

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