Renzi e i rischi dell'uomo solo al comando

Si allunga la lista dei critici del premier e della sua corte

Renzi

– Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Sabino Labia

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Come avrebbe detto Agatha Crhistie “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Di indizi, il presidente del Consiglio Matteo Renzi, da quando ha fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi, ne sta accumulando in serie, tanto da cominciare a suscitare un leggero scetticismo anche tra coloro che continuano a ritenere che lui rappresenti l’ultima spiaggia per il nostro Paese. Nonostante Renzi continui a dichiarare, nelle sue numerosissime apparizioni televisive, ultima a Virus di Nicola Porro, che lui non si cura di chi lo critica, abbiamo voluto selezionare tre giudizi espressi da autorevoli esponenti del mondo accademico, industriale ed editoriale, e che in principio si erano anche spesi per il presidente del Consiglio, per capire se l’uomo solo al comando possa essere un bene o un male in questo momento per l’Italia.

Il professore Roberto D’Alimonte, direttore del dipartimento di Scienze Politiche della Luiss ma, soprattutto, colui che in principio aveva messo a punto la legge elettorale voluta dallo stesso Renzi, in un suo intervento sul Sole 24 Ore del 5 ottobre scorso ha analizzato l’azione del Capo del Governo dal giorno in cui è entrato a Palazzo Chigi a oggi e, insieme ai pregi, quel che si nota sono particolari difetti: “Il premier ha sicuramente fatto molti errori da Febbraio a oggi: nella composizione del governo, nella tempistica delle riforme, nella sottovalutazione della complessità del processo legislativo, nel rifiuto di costruire intorno a sé uno staff di collaboratori che non siano solo gli amici fidati. E chi più ne ha più ne metta”.

Pochi giorni prima, il 2 ottobre, Diego Della Valle, ospite di Michele Santoro a Servizio Pubblico, ha tuonato: “Mi ha chiesto consigli, e io sono stato contento di darglieli. Ma gli avevo detto di occuparsi del partito e non fare fuori Letta. Invece l’ho sentito dire Enrico stai sereno e dopo qualche giorno l’ha mandato a casa. Certi ministri non sono all’altezza. Oggi abbiamo bisogno di gente preparata. Con quelli carini ci andiamo a cena”.

Il 25 settembre il direttore del Corriere della sera, Ferruccio De Bortoli, non è stato meno tenero nel suo editoriale: “Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Una personalità ipertrofica. La sua squadra di governo è in qualche caso di una debolezza disarmante. Il sospetto diffuso è che alcuni ministri siano stati scelti per non far ombra al premier”.

Ciò che emerge, da questi tre autorevolissimi interventi è che, non vengono messe in dubbio le abilità politiche e comunicative del nostro premier, tutt’altro, e cioè la decisione di circondarsi di determinati collaboratori scelti non per una particolare preparazione culturale, intellettuale e politica, ma solo ed esclusivamente per non ostacolare il suo operato; il rischio più grande che ne consegue per il nostro Paese, che di esperienze simili in passato ne ha avute a sufficienza, è proprio quello di ritrovarsi con il classico uomo solo al comando.

Dal punto di vista storico un atteggiamento simile produce nel breve periodo ottimi risultati, soprattutto dal punto di vista del consenso popolare, e gli ultimi sondaggi dimostrano che Renzi continua a riscuotere un enorme consenso tra la gente, a differenza del Governo che lui stesso guida e di cui non si ha traccia. Alla lunga, però, questo tipo di scelta si è sempre rivelata deleteria e suicida per l’uomo in questione ma soprattutto per il Paese che ha deciso di conseguire questa strada, basta sfogliare un qualsiasi libro di Storia per avere l’imbarazzo della scelta.

Il 16 settembre, mentre illustrava alla Camera il programma dei Mille giorni, Renzi ha definito coloro che si erano permessi di esprimere una critica al suo operato come “professionisti della tartina”.

Esiste un libro, tra i tanti meravigliosi scritti in questo nostro bistrattato Paese, che è il più letto al mondo da politici e non, e si tratta de “Il Principe” di Niccolò Machiavelli. I capitoli XXII e XXIII sono dedicati proprio all’importanza della scelta dei ministri del governo e al pericolo che il Principe corre quando si circonda di adulatori. A buon intenditor…

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