Politica

Renzi: il profilo del politico con l'azzardo del giocatore

Un dominatore che insolentisce gli avversari e vince come sanno fare i "grandi cattivi italiani": "Quando non convinci, confondi"

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Carmelo Caruso

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Il pugnale per detronizzare Enrico Letta e il veleno per incoronare Sergio Mattarella. E infatti, mentre Matteo Renzi spargeva olii e unguenti al Nazareno e firmava il patto sulle riforme con Silvio Berlusconi, intrugli d’amore offriva a Pierluigi Bersani, e un filtro preparava per Angelino Alfano che ha dovuto ingoiare l’elezione a presidente di Mattarella “che ci piace come persona, ma il metodo con cui è stato eletto ci offende”. E si capiva che il risentimento di Alfano schiarisse il trionfo di Renzi che a ogni voto per Mattarella si ingigantiva perchè ne perfezionava il suo disegno e ne attestava la sua intuizione.


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Renzi separando univa, nascondendosi cercava il nome di Mattarella “perché su lui non si può dire di no” e non era solo dissimulazione ma il richiamo all’ordine, la tromba che serra i ranghi prima della polvere. Insomma, c’era bisogno di questa elezione perfetta perché il renzismo come rito di formazione esaurisse la sua carica eversiva e di tempesta e si trasformasse in discorso sul metodo, la cartesiana regola che distribuisce cariche e amministra poteri.

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E forse solo oggi comprendiamo quanto Renzi diceva pochi anni fa quando era un terremoto d’aspirazioni e voleva prendersi il Pd prima, il paese poi: “Decidere non significa non ascoltare nessuno. Al contrario: è importante ascoltare tutti. Ma poi bisogna agire. Altrimenti la discussione politica diventa il bar dello sport: tutti dicono la loro, ma alla fine non cambia nulla”. Avevamo imparato con Aldo Moro, Bettino Craxi, Massimo D’Alema, che la politica fosse una tavola di elementi infiammabili, pozione di coraggio e di superbia, ma chissà se l’Italia avrebbe mai immaginato che quel sindaco che parlava facile si sarebbe rivelato un tormento di tranelli, un diplomatico che preferisce la guerra lampo, appunto il tweet irridente che azzanna, ai caminetti di partito, ai vertici di maggioranza che stancano e non sbrogliano.

Renzi ama “House of Cards” che è non un manuale di rettitudine, ma un libro fortunato dell’americano Michael Dobbs, un e-book agile per il politico smaliziato e cinico, perché come dice il protagonista Frank Underwood, interpretato magnificamente da Kevin Spacey nella versione televisiva “è il potere il monumento di pietra più durevole che io conosca”. E non serve ricordare che in un anno Renzi non solo è riuscito dove Bersani e Letta si fermarono: una nuova legge elettorale ottenuta con la non belligeranza di Forza Italia, una riforma costituzionale che semplifica e velocizza, la centralità di sistema che oggi ha il Pd, un partito che prima della sua segreteria si esprimeva in lingua difficile ed era subalterno alla sinistra girotondina.

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Non è solo un lavoro perfetto questa elezione del galantuomo Mattarella, ma il baccellariato di Renzi a nuovo “grande cattivo italiano”, la famiglia degli uomini di sottile concetto che fanno ombra alla storia, Cavour, Mattei, Andreotti, Marchionne, tutti corsari e maestri del farsi detestare in Italia e amare all’estero, l’uomo dal pelo sullo stomaco che divide e insolentisce. E dunque si deve a Renzi questa intronazione arrivata al quarto scrutinio senza imbattersi in franchi tiratori, ma che addirittura ha sancito per la prima volta la nascita della nuova figura politica: il franco soccorritore, l’infermiere democratico che tradisce per samaritana necessità e aiuta il nemico.

Certo, Renzi è burbanzoso, non trattiene il silenzio come fa Mattarella, anzi utilizza la parola solo per colpire e mai per pacificare: “ce ne faremo una ragione”, “sulla riforma anche senza Forza Italia si va avanti comunque, se non vogliono andiamo avanti anche senza”, “anche da soli abbiamo i numeri”, “chi deve leccarsi le ferite lo faccia” e il riferimento è a Ncd. E però, non esiste grande gioco già dai tempi di Kipling, quando gli inglesi avevano fatto dell’India un campo di delatori e spie, che la politica non abbia avuto i suoi giocatori d’azzardo, la faccia maschia di Denis Verdini che dopo il disastro di un’elezione ammette “uno si delude delle proprie fidanzate” o la barba cinta di spine di Graziano Del Rio che oggi accarezza Forza Italia “su Italicum e riforme non cambia nulla”, ma soprattutto i nei di Renzi che oggi vince e domina anche senza convincere con la legge più antica che si conosce, quel tweet di realismo, il vero hastag della rottamazione: "Se non riesci a convincerli, confondili".

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