Renzi nomina Calenda: rischi e vantaggi dello scontro con Bruxelles

Il braccio di ferro con l'Europa si complica con la scelta del nuovo rappresentante dell'Italia. Dove può portare la tensione con i potenti d'Europa

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Carlo Calenda e Matteo Renzi durante la conferenza stampa d'apertura della manifestazione Pitti Immagine Uomo 2014 a Palazzo Vecchio nel 2014. – Credits: ANSA/UFFICIO STAMPA COMUNE DI FIRENZE -

L'ultimo terreno di scontro riguarda la questione profughi: l'Italia ha messo in discussione la decisione di Bruxelles di concedere 3 miliardi di euro alla Turchia per controllare il flusso di profughi da Siria, Afghanistan e l'Iraq verso l'Europa (e soprattutto la Germania). Per il nostro Paese significherebbe dover tirare fuori circa 280 milioni. La richiesta è che questa cifra venga scomputata dal patto di stabilità. Jean Claude Junker si è impegnato in questo senso ma in cambio ci ha chiesto di abbassare i toni. Mai così alti come in questi giorni.

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L'affondo di Weber contro Renzi

Non è un caso che la reazione più forte all'aut aut italiano sia arrivata dal capogruppo dei popolari Manfred Weber. Tutti sanno che quando Weber parla lo fa per conto di Angela Merkel quindi quando durante la sessione plenaria a Strasburgo, dopo aver elogiato Federica Mogherini, sempre più vicina a Junker e per questo finita nelle mire di Palazzo Chigi, Weber ha accusato Matteo Renzi di mettere a repentaglio la credibilità dell'Europa avvantaggiando il populismo, tutti hanno capito che a parlare era la potente cancelliera tedesca.

Il botta e risposta sulla flessibilità tra Renzi e Junker

L'affondo di Weber contro il premier italiano arriva infatti al culmine di un periodo di forti tensioni tra Roma e Bruxelles che ha raggiunto l'apice nel botta e risposta di venerdì scorso proprio tra Renzi e il presidente della commissione Ue su chi tra i due avesse il merito di aver introdotto maggiore flessibilità nel bilancio dell'Italia e il monito a Renzi, da parte dell'ex premier lussemburghese, a non offendere la Comunità Europea “cercando di sminuirla ad ogni occasione”. Monito al quale il presidente del Consiglio ha replicato che “il tempo in cui si poteva telecomandare la linea da Bruxelles a Roma è finito”.

"Chi ci vuole deboli si rassegni"

Una svolta nell'atteggiamento tenuto dall'Italia nei confronti delle istituzioni europee che queste stanno facendo pagare a Renzi sottoponendolo a un fuoco incrociato di accuse e rimbrotti allo scopo, evidente, di ridimensionarne le ambizioni. In Europa - ne è convinto il premier - c'è infatti chi mira a far sì che l'Italia resti Italietta, che preferisce “averci più deboli e marginali, come purtroppo è spesso accaduto in passato”. Ma questo non sarà più possibile: “chi ci vuole deboli si rassegni, l'Italia è tornata. Se ne facciano una ragione”, l'avvertimento lanciato ieri su Facebook dal premier che ai 31 eurodeputati del Pd convocati a Roma per venerdì prossimo impartirà la lezione da ripetere dai banchi di Bruxelles e Strasburgo.

L'obiettivo del premier: sedersi ai tavoli che contano

E cioè che accontentarsi di strappare uno zero virgola di deficit aggiuntivo non basta più. Per cui ben venga mettersi contro tutto e tutti se ciò serve ad arrivare a sedersi ai tavoli che contano davvero, quelli dove si stabiliscono le regole del gioco e si cambiano quelle che stanno impedendo a Paesi come l'Italia di ricominciare a crescere davvero per via dei paletti imposti quasi tutti a uso e consumo della Germania, inflessibile con gli altri e fin troppo permissiva in casa propria.

La reazione dei padroni d'Europa

Un atteggiamento guerrafondaio che ha scatenato la reazione di Junker prima, di Weber poi e, quindi della stessa Merkel preoccupati dal fatto che il proprio predominio assoluto sul Vecchio Continente possa essere messo a repentaglio. Tanto che se fino all'altro ieri incensavano Renzi come il salvatore dell'Italia, l'unico in grado di fare le riforme necessarie al Paese, oggi lo spediscono nella black list dei leader noisier (più rumorosi).

La tentazione di un nuovo 2011

Una fonte anonima della Commissione Ue ha inoltre riportato il malcontento per l'assenza di una vera interlocuzione con Roma, quasi a voler suggerire l'esistenza di una crisi di governo ancora non visibile ma strisciante che potrebbe addirittura giustificare, come si spinge a ipotizzare qualcuno, la riproposizione della tattica usata contro Silvio Berlusconi nel 2011 al fine di cacciare l'attuale inquilino di Palazzo Chigi e imporre un nuovo governo tecnico gradito a Bruxelles.

La nomina di Carlo Calenda

Come che sia, il diretto interessato non ha alcuna intenzione di stare a guardare e la nomina di Carlo Calenda a nuovo rappresentante dell'Italia al posto di Stefano Sannino, considerato troppo “eurocentrico”, è un segnale chiaro di come Renzi intenda interpretare d'ora in poi i rapporti tra l'Italia e il resto d'Europa. Calenda è un europeista convinto, ma non è un diplomatico di carriera. Anzi, viene dall'impresa, da un mondo dove l'arma principale è la concretezza, la rapidità delle decisioni e dove si punta al risultato senza andare troppo per il sottile.

Chi è Calenda

Già viceministro dello Sviluppo economico nel governo di Enrico Letta, Calenda è entrato in politica con Mario Monti con il quale si candidò nel 2013 senza però venire eletto. Nel suo passato ci sono lunghi anni passati al fianco di Luca Cordero di Montezemolo in Confindustria, poi anche a Sky Italia. Negli ultimi tempi era stato il responsabile, per conto del governo italiano, del commercio con l'estero, colui che si occupava di promuovere il made in Italy e quindi il punto di riferimento per le nostre aziende fuori dall'Italia.

Perché lui

La scelta sarebbe ricaduta su di lui la settimana scorsa quando Calenda è riuscito, in sede europea, a far slittare di sei mesi la procedura di riconoscimento alla Cina dello status di paese ad economia di mercato che avrebbe avuto effetti disastrosi per la nostra industria e causato la perdita di quasi mezzo milione di posti di lavoro per via delle importazioni cinesi a basso costo caldeggiate invece proprio dalla Germania. Il messaggio da parte di Renzi è semplice: abbiamo smesso di dire sempre sì. Anche perché come tattica non funziona. Quindi cominceremo a badare molto di più ai nostri interessi.

La sfida interna

Quanto questa svolta decisionista sia dettata anche da calcoli interni è difficile stabilirlo. Certo è che guardando ai prossimi appuntamenti elettorali – amministrative, referendum di ottobre sulla riforma costituzionale che il premier ha presentato come un plebiscito su se stesso e poi nel 2018, se non prima, le politiche – Renzi sa che l'avversario da battere è soprattutto il Movimento 5 Stelle. L'idea del premier sembra quella di voler sfidare i grillini su un terreno che finora aveva fatto guadagnare a Grillo e ai suoi un grande consenso elettorale: quello dell'antieuropeismo. Un'arma elettorale da spuntare presentandosi come il più convinto degli europeista che ha saputo rendere l'Italia protagonista in Europa.

Il rischio da evitare

La difficoltà maggiore sarà calibrare questo nuovo atteggiamento muscolare nei confronti di Bruxelles con la salvaguardia di un rapporto necessario a sventare propositi bellici nei nostri confronti. Una speculazione finanziaria pilotata contro di noi è un rischio che nessuno può permettersi di correre. Nemmeno uno che ama il rischio quanto Matteo Renzi e ne ha fatto la propria cifra politica.

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