Politica

Il grande gioco di Renzi

Italia Viva è nata per pesare nelle nomine dei prossimi mesi, mettendo in mezzo una enorme rete di potere e persone

renzi facce sconfitta

Simone Di Meo

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La rosa dei venti del Giglio magico segna quattro punti cardinali: finanza, imprese, nobiltà e politica. E il nuovo partito, Italia viva, è l’ago magnetico che orienterà alla ricerca del potere perduto Matteo Renzi e le sue legioni. Quelle che già lo sostengono apertamente, e quelle in sonno che stanno iniziando a riposizionarsi. Malgrado i tre anni lontano da Palazzo Chigi, i rapporti sono saldi. E, come vedremo, i rapporti sono soprattutto soldi.

La creatura dell’ex rottamatore ha bisogno, e subito, di risorse per crescere. Negli ultimi tre mesi, proprio lui che attaccava la Bestia di Matteo Salvini per le costose sponsorizzazioni sui social network, ha speso su Facebook 40 mila euro per promuovere i suoi videomessaggi. Più di tutti gli altri leader politici messi assieme.

A ben guardare più che un partito, è un derivato: Italia viva assomiglia a un fondo di investimento politico ad altissimo rischio. Chi crede nel suo successo deve puntare forte, e farlo in fretta, se ha intenzione di incassare sostanziosi dividendi. Renzi si lancia in questa avventura con una manciata di parlamentari e pochissime truppe sui territori, molti dei suoi stessi (ex) fedelissimi, a partire da Luca Lotti e Lorenzo Guerini, stanno facendo di tutto per contenere la crescita dei gruppi parlamentari (che potranno contare, intanto, su un contributo di un milione di euro) eppure c’è chi, per riconoscenza o per amore del rischio, ha messo e metterà mano al portafoglio per finanziare il partitino neocentrista, versando il proprio contributo alla cassaforte del progetto renziano.

Parlamentari, imprenditori, semplici cittadini: i finanziatori di Renzi, attraverso i Comitati di Azione Civile, sono tanti e molto ottimisti, e pure buoni profeti, visto che i versamenti aumentano di consistenza man mano che il quadro politico sul quale si reggeva il patto Lega-M5s si destabilizza. Basta un’occhiata al sito internet dei Comitati di Azione Civile - Italia viva (sezione Trasparenza, dove vengono resi noti i finanziatori per più di 500 euro) per verificarlo.

Nel gennaio 2019, il governo del Cambiamento sembra veleggiare tranquillamente, dopo che la procedura di infrazione è stata scongiurata. Partono reddito di cittadinanza e Quota 100, provvedimenti bandiera di Lega e M5s, che vengono presentati in conferenza stampa dal premier Giuseppe Conte e dai vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Le «erogazioni liberali» ai Comitati di Renzi sono tutti inferiori ai 500 euro ciascuno, il totale è di 2.654 euro.

A febbraio, il governo procede spedito e ottiene la fiducia sul secreto Semplificazioni. I Comitati raccolgono in tutto il mese solo 603 euro. A marzo, la maggioranza è compatta nel respingere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il «caso Diciotti»; Conte accoglie il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping a Villa Madama, i due leader firmano il memorandum sulla Via della seta. I Comitati raccolgono in totale 1.465 euro. Anche il mese di aprile fila liscio per il governo, tra l’approvazione del decreto Crescita e la partecipazione di Conte al Belt and Road Forum a Pechino, dove il premier incontra di nuovo Xi Jinping e ha un bilaterale con il presidente della Federazione russa Vladimir Putin. I Comitati raccolgono 3.933 euro. Il mese di maggio invece è caratterizzato dalla campagna elettorale per le Europee. Il M5s inizia a massacrare la Lega, in particolare sulla vicenda giudiziaria del sottosegretario Armando Siri. Le elezioni fanno registrare il boom del Carroccio e il flop dei pentastellati, ma nulla lascia pensare a una imminente crisi di governo. I versamenti ai Comitati di Renzi restano in linea con quelli del mese precedente: 3.134 euro in totale. La svolta è a giugno, quando il clima tra Lega e M5s non si rasserena nonostante la conclusione della campagna elettorale.

Le schermaglie tra Di Maio e Salvini sono all’ordine del giorno, la sensazione diffusa è che le fibrillazioni in maggioranza siano destinate ad aumentare. In molti pensano che la Lega, forte del successo elettorale, posa staccare la spina al governo. Le erogazioni liberali ai Comitati, inferiori ai 500 euro, salgono a un totale di 4.108 euro, e fanno la loro apparizione le prime due donazioni superiori alla soglia che consente di restare nell’anonimato. Il 13 giugno Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli, versa 10 mila euro; il 28 giugno la Tci Telecomunicazioni Italia del deputato del Pd, Gianfranco Librandi, finanzia i Comitati di Renzi per 6.710 euro. Luglio è il mese del picco, e anche in questo caso le coincidenze sono stupefacenti. Il 2 luglio i 28 capi di Stato della Ue, su indicazione del presidente francese Emmanuel Macron in piena sintonia con la cancelliera tedesca Angela Merkel, propongono la tedesca Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea. Il giorno dopo, il 3 luglio, Daniele Ferrero, amministratore delegato della Venchi, tra i big del cioccolato, versa in un colpo solo 100 mila euro ai Comitati di Azione Civile. È evidente che la formazione di una maggioranza antisovranista e antipopulista in Europa, seppure con numeri più risicati della precedente legislatura, galvanizza i fan di Matteo, ai quali probabilmente l’ex rottamatore ha già illustrato i suoi piani.

Il ruscello dei finanziamenti diventa un fiume in piena: il 4 luglio, Lupo Rattazzi versa altri 40 mila euro, il 15 Davide Serra, amico di vecchia data di Renzi, elargisce un generoso contributo di 90 mila euro. Serra è il fondatore di Algebris, una società di gestione di risparmio che nel solo 2017 ha realizzato circa 110 milioni di euro di profitti. Algebris è una galassia che comprende circa 20 società, molte delle quali con sede in Inghilterra, Lussemburgo, che fino al 2014 aveva la sede alle isole Cayman.

Il mese di luglio vede piovere nelle casse dei Comitati altre generose donazioni: Gabriele Cipparrone, manager della società finanziaria britannica Apax Partners, con sede a Londra e specializzata nei settori di private equity, hedge funds e investimenti di capitale, elargisce 10 mila euro, la Tci 5 mila, Quintessentially Concierge 10 mila. Sommando gli altri contributi di minore entità, il mese di luglio porta nelle casse dei Comitati di Azione Civile ben 261 mila euro.

Ad agosto esplode la crisi di governo e anche i finanziamenti ai Comitati: solo quelli inferiori ai 500 euro, e quindi anonimi, ammontano a ben 35.348 euro. Passando ai versamenti non anonimi, Giancarlo Aliberti, anche lui di Apax, versa 25 mila euro, come Susanna Costa. Lupo Rattazzi elargisce altri 10 mila euro, lo stilista Bruno Tommasini 20 mila, Energas 10 mila. Molti parlamentari passati poi con Italia viva versano chi mille, chi 1.500 euro. Anche Matteo Renzi decide di dare il buon esempio e stacca un assegno da 10 mila euro. Il totale di agosto è 216.848 euro. A settembre si parte, e Italia viva viene presentata negli stessi giorni in cui Serra organizza gli investors day di Algebris in Lussemburgo e a Londra per trovare nuovi investitori. Coincidenze.

Se bisogna riconoscere a Renzi un’abilità, insomma, è quella di raccogliere denaro per le sue attività politiche. Dal 2007 al 2015, con le associazioni Link e Festina Lente e le fondazioni Big Bang e Open (sostituita dalla Matteo Renzi Foundation) ha rastrellato circa 6,7 milioni di euro, di cui solo il 30 per cento in chiaro. Il resto è rimasto avvolto dalla cortina fumogena dell’anonimato.

Si sa che finanziarono l’allora sindaco di Firenze – e non è detto che restino estranei al nuovo progetto, oggi – l’ex manager Fiat Paolo Fresco, l’immobiliarista Alfredo Romeo (coinvolto nell’inchiesta Consip insieme a Luca Lotti), la famiglia Grande Stevens (attraverso la Simon Fiduciaria), il presidente della Cassa di risparmio di Firenze Jacopo Mazzei, consuocero di Paolo Scaroni e cugino di Lorenzo Bini Smaghi. Sostanziosi contributi arrivarono da ambienti bancari (Flavio Valeri, numero uno di Deutsche Bank Italia; Vincenzo Manes, patron della finanziaria Intek spa; Carlo Salvatori, presidente di Lazard Italia), da storiche casate fiorentine (Giovanna Folonari; la famiglia Fratini, proprietaria di Palazzo Tornabuoni nel capoluogo toscano, e i Frescobaldi) e da imprenditori del made in Italy di successo (Nerio Alessandri, fondatore della Technogym; Luca Garavoglia del gruppo Campari; la famiglia Lunelli, proprietaria delle cantine Ferrari). Oltre che da imprenditori come Vincenzo Onorato (Moby lines), Carlo Feltrinelli (editoria) e i fratelli Marcello e Pietro Gavio (logistica) e da multinazionali come la British american tobacco.

Vicini all’ex rottamatore anche i vertici di alcune delle più grandi reti di distribuzione nazionali. Massimo Baldi, figlio di Ugo, ad di Conad Tirreno e buon amico di Andrea Bacci, fedelissimo della famiglia Renzi, è consigliere regionale in Toscana. I vertici dell’Associazione nazionale cooperative dettaglianti si spesero personalmente per sponsorizzare il «sì» al referendum del 2016. Anche Esselunga ha sostenuto, a suo modo, l’ascesa del renzismo, al di là della «simpatia» per Matteo esternata dal defunto fondatore Bernardo Caprotti, con numerose commesse affidate all’azienda di babbo Tiziano e mamma Laura, la Eventi6, che con Matteo alla guida del governo ha visto crescere il bilancio da 1,9 a 7,3 milioni di euro.

Un po’ senatore semplice un po’ fundraiser, l’ex premier, nel maggio scorso, ha costituito una srl, la Digistart, con 10 mila euro di capitale che si occupa di «consulenza aziendale e assistenza nella pianificazione strategica a favore di imprese» oltre che di «ricerca investimenti» e di «individuazione di possibili partners e/o sinergie per creare valore». Il domicilio della società è lo stesso della Carfin, la holding dell’onnipresente Carrai. Attività di lobbista che si affianca a quella di conferenziere globetrotter che gli consente di stringere nuove relazioni che sicuramente torneranno utilissime per lanciare Italia viva. Nel giugno scorso, Renzi è stato ospite dell’annuale riunione del Club Bilderberg, a Montreux in Svizzera, insieme a 130 leader occidentali. E subito si è affrettato a chiarire sui social: «Altro che complotti e logge internazionali: un luogo di alta discussione, di confronti su intelligenza artificiale e cybersecurity, rapporti con la Cina e conquista dello spazio, futuro dell’Europa e relazioni con gli Stati Uniti». Dov’è stato, nel gennaio di quest’anno, ospite della prestigiosa Stanford University di Palo Alto in California per annunciare la fine del populismo in Europa. La Stanford University ha anche aperto un suo programma a Firenze, presso il Breyer Center for overseas studies.

Renzi si è impegnato a intensificare i rapporti con il mondo arabo – nonostante la vicinanza a Israele mediata da Carrai che dello Stato ebraico è console nel capoluogo toscano – con ripetute visite negli Emirati Arabi (Dubai) e, soprattutto, in Qatar. Nella penisola affacciata sul Golfo Persico può contare sull’amicizia dell’emiro Tamim Bin Hamad al Thani e su una vasta rete di contatti che gli consentirono, quando sedeva a Palazzo Chigi, di firmare con la Qatar Foundation un accordo da un miliardo di euro per il rilancio dell’ospedale sardo Mater Olbia. A Doha si rifugiò anche dopo le dimissioni da capo del governo, nel gennaio 2017. E in seguito ci ritornò con Carrai – si disse – per trattare la vendita della Fiorentina. Sempre Carrai, in Qatar, è interessato agli appalti per la cybersicurezza in vista dei mondiali di calcio del 2022.

Il canale del business calcistico mediorientale ritorna anche nell’inchiesta a carico del pm Luca Palamara, indagato a Perugia per corruzione, il cui cellulare, infettato da un virus trojan, ha raccolto voci su un analogo tentativo condotto da Luca Lotti per la cessione della Roma di James Pallotta.

Ma non è solo il fascicolo sulle manovre attorno alle nomine dei procuratori che mette in fibrillazione il Giglio magico. A Firenze, infatti, i pm Luca Turco e Giuseppina Mione hanno recentemente indagato per traffico d’influenze illecite l’avvocato Alberto Bianchi, presidente della fondazione Open e consigliere di amministrazione Enel, in relazione ad alcune prestazioni professionali che, secondo l’accusa, sarebbero servite a noti imprenditori per agganciare la politica. La Guardia di finanza ha perquisito lo studio legale e sequestrato il bilancio dell’ente organizzatore della Leopolda e la lista dei finanziatori. Sempre per traffico di influenze illecite Tiziano Renzi è indagato proprio a Firenze (come rivelato in esclusiva, nel marzo scorso, da Panorama) e a Roma, in uno stralcio dell’inchiesta Consip. Il gip capitolino, a luglio, ha rigettato la richiesta di archiviazione, avanzata dalla procura nei suoi confronti, fissando la camera di consiglio al 14 ottobre.

La grande battaglia del riposizionamento renziano, dunque, non prevede tempi supplementari. Interessante sarà la partita interna al comparto sicurezza, ancora di stretta espressione dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti, ma dove Renzi può contare su il vice dell’Aisi Valerio Blengini, dato verso il pensionamento ma ora in corsa per la sostituzione di Mario Parente il prossimo anno. Anche nella Difesa, nonostante il ritorno di Guerini, ha rianimato i vecchi manager della fase renziana, in particolare quelli che si occuparono di cedere Piaggio aerospace al fondo emiratino Mubadala.

Da un mese a questa parte, inoltre, sono tornati a squillare i telefoni del Giglio magico in vista del grande spoil system nelle aziende partecipate italiane di primavera. L’ascesa di Renzi a palazzo Chigi più di cinque anni fa, al posto di Enrico Letta, fu spiegata così anche da un fedelissimo dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il comunista Emanuele Macaluso disse infatti che il motore di quel governo erano appunto le nomine in Eni, Leonardo, Enel, Terna, Cdp e molte altre. A spingere il rottamatore era soprattutto l’esigenza di piazzare i suoi fedelissimi nel tessuto economico statale, occupandolo e formando così una classe dirigente di boiardi dipendente da lui.

Per comprendere i movimenti di allora, come quelli di questi giorni, bisogna sempre ricordare il matrimonio di Carrai a settembre 2014 con Francesca Campana Campanini. A quel ricevimento furono invitati banchieri, manager, uomini di prima e seconda Repubblica. C’era Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan, ma soprattutto ex ad di Eni. Carrai e Scaroni sono tuttora molto vicini. Il primo è consigliere di amministrazione di Iss Global Forwarding Italy, società mondiale della logistica, con sede principale a Dubai e in altri 100 Paesi. Il 92,5 per cento della società italiana è in mano a quella emiratina, mentre il 5 per cento è controllata dalla Paolo Scaroni Partecipazioni Srl, il restante 2,5 fa capo alla Marzocco investments. Parlare di Scaroni significa parlare di Eni, dove l’ex numero uno vanta ancora una classe dirigente cresciuta sotto la sua ala. La partita per i vertici dell’azienda petrolifera si giocherà nella primavera del 2020. Lì c’è Claudio Descalzi, il manager che ha fatto fortuna in Africa e fu scelto proprio da Renzi, ma che negli ultimi tempi non sarebbe più gradito al Giglio magico. E come lui anche Claudio Granata, altro manager di prima fascia e capo del personale a San Donato Milanese. In ogni caso in Eni Renzi può contare su Lapo Pistelli, attuale direttore alle relazioni internazionali e fiorentino. Difficile che l’ex premier non dirà la sua sulla successione a Descalzi.

Così com’è difficile che non lo faccia su Enel, dove c’è un’altra sua nomina, ovvero Francesco Starace, ora considerato molto vicino anche al mondo Cinque stelle. Diversa la situazione di Leonardo dove Renzi nel 2014 nominò Mauro Moretti. L’avanzamento di Alessandro Profumo nel 2017 fu invece una scelta di Paolo Gentiloni. Non a caso nella sua intervista a Repubblica, dove ha annunciato la scissione dal Pd, l’ex segretario dem ha parlato proprio della fusione Leonardo-Fincantieri, un pallino del presidente di quest’ultima, Giuseppe Bono. Nel progetto Capricorn rientra anche Cassa depositi e prestiti, dove però Renzi si ritrova sguarnito dopo l’uscita di Claudio Costamagna, un fedelissimo che potrebbe aiutare anche economicamente il senatore di Scandicci nella sua scalata al potere.

Nel mondo vicino a Eni c’è anche Francesco Micheli, attuale consigliere di amministrazione della Scala, storico banchiere e tra i pochi a Milano ancora vicino a Renzi. Il capoluogo lombardo si è mostrato al momento freddo nei confronti dell’ex premier. Lo stesso sindaco Giuseppe Sala, sostenuto dal governo Renzi durante Expo 2015 e alle elezioni comunali del 2016, è parso scettico sulle nuove strategie renziane (le ragioni politiche della scissione di Italia viva sono difficili da comprendere).

Milano è sempre stato un pallino dei renziani. La Cambridge management consulting di Carrai ha sede in centro. Lo studio legale di Francesco Bonifazi ha aperto negli ultimi anni una sede anche nel capoluogo lombardo. Uno dei soci dello studio è Federico Lovadina, ex consigliere di Ferrovie dello Stato, dal 2018 in Prelios, uno dei principali gruppi immobiliari privati europei (l’ex Pirelli real estate), presieduto da Fabrizio Palenzona, l’ex vicepresidente di Unicredit, già consigliere di amministrazione di Mediobanca, e tra gli invitati al matrimonio di Carrai.Piazzetta Cuccia, ago della bilancia nel potere bancario e industriale italiano, ha sempre mantenuto rapporti cordiali con Renzi. Nella primavera del 2015 l’allora presidente del Consiglio si recò in Iran con Alberto Nagel, ad di Mediobanca insieme a una folta schiera di manager, tra cui Stefano Cao, numero uno di Saipem. Nel mondo bancario non si può dimenticare Banca Finnat della famiglia Nattino dove vanta un incarico Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli, e tra i più attivi finanziatori della nuova creatura renziana.

A Milano a spingere sul vento renziano sono anche i salotti. Tra i recenti finanziatori risulta con 12 mila euro il contributo di Alessandro Fracassi, consigliere di amministrazione di A2a, socio della società Mutui online fondata con Marco Pescarmona, tra i soci del quotidiano online Linkiesta. Questo giornale è sempre stato tra i più vicini a Renzi, tanto che nel 2013 l’ex direttore Jacopo Tondelli se ne andò, dopo uno scontro con i soci editori sul «finanziere delle Cayman» Davide Serra. Linkiesta è ora in cerca di un nuovo direttore e tra i papabili ci sarebbe Christian Rocca. A metà ottobre nel frattempo rinascerà grazie all’imprenditore Romeo Il Riformista. Renzi quindi potrà contare su una buona schiera di piccoli giornali, anche Il Foglio è sempre stato un avamposto del renzismo. Non solo. Anche l’attuale presidente di Confindustria Vincenzo Boccia si sente di nuovo rafforzato in vista della prossima battaglia per la presidenza di viale dell’Astronomia nel 2020. Non va dimenticato che l’attuale board confindustriale, su tutti il direttore generale Marcella Panucci, decise di appoggiare il referendum del 4 dicembre del 2016. Per ritornare al potere c’è bisogno di tutto e di tutti. Soprattutto i vecchi amici.

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