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Renzi contro i fannulloni del pubblico impiego tra Jobs Act e sindacati

Dopo averlo escluso per i privati, il premier ipotizza il licenziamento per scarso rendimento per gli statali: le reazioni

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Redazione

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Il Jobs Act non sarà applicato ai dipendenti pubblici, ma anche in quel settore tante cose dovranno cambiare: questo in sostanza il messaggio inviato ai diretti interessati come al mondo sindacale e della politica dal premier Matteo Renzi durante la conferenza-stampa di fine anno. In particolare, il capo del governo ha puntato il dito contro i “cosiddetti fannulloni”, per i quali "vanno messe le condizioni per mandarli a casa… Oggi non si riesce a mandare via chi ruba o si assenta in modo vergognoso, magari facendo timbrare il cartellino all'altro".

Il problema, secondo il premier, sta nel fatto che "la sanzione del licenziamento è teoricamente prevista, ma non viene attuata per motivi vari". La soluzione? "Io sono tra quelli che credono che il sistema del pubblico impiego vada cambiato e non necessariamente per applicare esattamente quello che abbiamo fatto per il privato. Se abbiamo deciso di non mettere lo scarso rendimento nei licenziamenti disciplinari per i lavoratori privati, questo non vuol dire che non lo si possa prevedere nel pubblico", è l’idea espressa da Renzi di fronte alla platea di giornalisti. Idea che (come da copione) trova subito l’opposizione dei sindacati, a partire dal segretario Uil Pa, Benedetto Attili, che suggerisce al premier: "Andasse a leggere i nostri contratti, già prevedono queste cose, anche se non c'è scritto scarso rendimento e la formula è diversa, la sostanza non cambia e i casi di licenziamenti individuali nella pubblica amministrazione non mancano, a partire dalle agenzie fiscali". Posizione analoga quella espressa da Rossana Dettori, alla guida dei dipendenti pubblici della Cgil, che lamenta l'ennesima crociata - dopo quella siglata da Brunetta - contro i lavoratori statali.

Sul fronte politico, invece, il capogruppo al Senato di Area popolare, Maurizio Sacconi, replica invece a Renzi con una domanda: "Se non si ammette il licenziamento per scarso rendimento nel privato, è verosimile introdurlo nel pubblico?". Un punto interrogativo che, sempre secondo Sacconi, può anche nascondere il rischio di una possibile bocciatura in sede Ue per il diverso trattamento fra pubblico e privato.

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