Renzi scommette sul referendum sulla riforma costituzionale

La scelta del voto sul ddl Boschi come prova su se stesso e il proprio governo. Ecco perché il premier ci conta molto

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Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, durante l'esame della riforma della Parte II della Costituzione, Camera dei Deputati, Roma, 13 febbraio 2015. – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Claudia Daconto

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“Le riforme sono nelle mani degli italiani”. Lo ha detto il premier nella sua prima e-news del 2016 confermando che a ottobre del 2016 ci sarà il referendum confermativo sulla riforma costituzionale apparovata alla Camera in quarta lettura. Poi, trattandosi di una modifica della Costituzione, è necessario un nuovo passaggio sia al Senato e di nuovo alla Camera, ad aprile.

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Che il 2016 sarà l'anno decisivo per il destino di Matteo Renzi è chiaro innanzitutto a lui. Gli appuntamenti chiave sono almeno due: le amministrative di giugno e appunto il referendum di ottobre. Ma se per quanto riguarda le prime il presidente del Consiglio ha voluto scindere il suo futuro personale dal loro risultato (anche se, evidentemente, così non sarà), sul referendum ha invece deciso di puntare tutto.

Renzi, che non è arrivato a Palazzo Chigi passando per le elezioni, cerca in quella consultazione a carattere confermativo una sorta di lascia condotto, un'investitura popolare, che lo traghetti verso le elezioni politiche del 2018 (a meno che non si voti già il prossimo anno). Il referendum, tuttavia, sarebbe necessario anche se Renzi non lo volesse. Scatterebbe comunque nel caso, molto probabile, che il ddl Boschi non raggiungesse almeno i tre quarti dei voti favorevoli.

Il fronte anti-riforma

Ma trattandosi appunto di referendum confermativo non sarà comunque necessario raggiungere il quorum. Basterebbe, insomma, anche una bassissima percentuale di elettori favorevoli a dare il via libera alla riforma. Per questo chi si oppone ad essa, per fermare Renzi che “di fatto sta riesumando il progetto di presidenzialismo berlusconiano dell'uomo solo al comando”, ha già cominciato ad affilare le armi e proprio oggi battezzerà il “Comitato per il no” che, a detta dei promotori (dal costituzionalista Alessandro Pace a Stefano Rodotà a Gustavo Zagrebelsy), avrebbe già raggiunto 126 firme tra i deputati (una novantina di grillini, una trentina di Sel e una decina del gruppo misto).

Anche dentro al Pd la minoranza scalpita affinché la riforma venga modificata. Nemmeno i vari Cuperlo, Speranza, Bersani vogliono che Renzi usi il referendum per chiedere un plebiscito su se stesso. Il timore è che, così com'è, il via libera al nuovo Senato getti le basi per un futuro Partito della Nazione nel quale molti dem non si sentirebbero più a casa. La speranza è che prima delle prossime letture si possa rimettere mano al testo per apportare aggiustamenti che molto difficilmente, anzi sicuramente, non sono però contemplati dal premier.

Le modifiche richieste

Si pensa in particolare alla modalità di elezione dei futuri senatori che ancora non convince del tutto nonostante l'accordo nella maggioranza raggiunto a settembre, grazie alla mediazione della presidente della commissione Affari costituzionali al Senato Anna Finocchiaro, e che prevede che essi siano eletti dai consigli regionali su indicazione degli elettori.

L'altra richiesta è inoltre quella di garantire maggiore rappresentanza agli elettori con un intervento sulla legge elettorale. Si tratterebbe, in sostanza, di reintrodurre le preferenze anche per i capolista, abbassare il premio di maggioranza e consentire gli apparentamenti almeno al secondo turno. Una modifica, quest'ultima, dalla quale il premier potrebbe essere tentato alla luce della perdita di consensi del suo Pd che, da solo, rischierebbe di non raggiungere l'agognato traguardo.

La posizione degli altri partiti

Per quanto riguarda gli altri partiti, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia vogliono ostacolare il ddl Boschi, voteranno contro e si impegneranno per far fallire il referendum. Il M5S farà l'opposizione urlata, ma dietro le quinte non si darà da fare più di tanto. Anche perché, a giudicare dai sondaggi, ad oggi le forze in campo che verrebbero maggiormente favorite dal combinato disposto tra riforma del Senato e nuova legge elettorale sono proprio il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico che ambiscono a governare con un ampia maggioranza parlamentare senza che questa coincida necessariamente anche con una maggioranza degli elettori e senza essere costretti a stringere alleanze.

Uno degli argomenti più forti che Renzi calerà sul tavolo della propaganda per far vincere le ragioni del sì è che, qualora la sua riforma venisse bocciata, la parola tornerebbe immediatamente agli elettori. Che si vada subito a elezioni anticipate non è però affatto scontato. In caso di scioglimento delle Camere, l'Italicum, che entra in vigore dal luglio del 2016, consentirebbe di eleggere solo quella dei deputati e non anche il nuovo Senato. Il rischio è dunque che il Paese si ritrovi di nuovo nelle mani di un governo tecnico. Un argomento a tutto vantaggio del premier.

Le altre questioni aperte

Il che non significa che la sua strada verso quell'appuntamento non sia irta di ostacoli. A parte le amministrative (con il rischio concreto di perdere sia Roma che Napoli), in mezzo c'è una serie di grane da risolvere. Innanzitutto quella relativa all'affare Banca Etruria. Renzi ha annunciato che sarà lui personalmente ad intervenire in aula alla Camera il 19 gennaio, quando si discuterà della mozione di sfiducia contro il governo presentata dalle opposizioni. Ma intanto la possibilità che dalla Procura di Arezzo arrivi nel frattempo un avviso di garanzia per il padre di Maria Elena Boschi non è affatto tramontata.

Ci sono poi le polemiche interne alla maggioranza e al suo partito sulle unioni civili con il tira e molla sulla stepchild adoption, il rapido retromarcia sulla cancellazione del reato di clandestinità sull'onda dei fatti di Colonia con le aggressioni subite da decine di donne da parte di uomini per la maggior parte nord africani e soprattuto le tensioni con Bruxelles. La commissione europea tiene i conti dell'Italia sotto stretta osservazione e ha ammonito il premier a non abusare troppo della flessibilità che può esser usata non più di una volta. Un monito che non promette nulla di buono.

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