Renzi e la battaglia per la flessibilità in Europa

L'Eurozona rivela tutti i suoi limiti soprattutto nei momenti di crisi, e i problemi non sono soltanto quelli dell'Italia

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Il premier Matteo Renzi in conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine del Consiglio dei Ministri – Credits: ANSA/FABIO CAMPANA

di Lookout News

La Grande Recessione, che in Italia dal 2008 al 2014 ha fatto cadere il Pil di oltre il 10%, la capacità produttiva del 30% e ha fatto crescere il tasso di disoccupazione al 13%, ha evidenziato al di là di ogni ragionevole dubbio i limiti e i rischi di un’area monetaria non ottimale come l’Eurozona. A differenza di altri Paesi (USA e Regno Unito) – dove la Banca Centrale ha il controllo delle grandezze monetarie e il Tesoro di quelle fiscali – che hanno subito avviato politiche fiscali e monetarie espansive (anticicliche) capaci di riavviare la crescita economica, nell’Eurozona l’assenza di simili istituzioni ha determinato ritardi (come l’avvio del Quantitative Easing della BCE) e vere e proprie ingerenze (gli ultimatum della Commissione Europea ad alcuni dei Paesi membri, Italia compresa).
 
Esemplare l’ultimo evento: la Commissione Ambiente del Parlamento di Strasburgo chiede di boicottare il memorandum di accordo sui limiti delle emissioni inquinanti dei motori diesel, la Commissione si oppone e invita il Parlamento a salvare il suo accordo con la Germania e le sue case automobilistiche coinvolte nel dieselgate. Risultato, il 3 febbraio PPE (Partito Popolare Europeo) e nazionalisti votano contro il bando e salvano Volkswagen, Audi e altre aziende a scapito dei costruttori in regola, come Fiat Chrysler Automobiles per esempio.
 

I problemi di Portogallo e Spagna
In questi giorni di polemica al calor bianco tra il presidente del consiglio Matteo Renzi e la Commissione, altri Paesi dell’Eurozona sfidano i dettami dell’austerità in nome della flessibilità nell’applicazione dei parametri del Patto di Stabilità e Crescita. A sostegno della posizione di Renzi vanno citati i comportamenti del Portogallo e della “Spagna dei miracoli”, ancora nel luglio scorso magnificate dal ministro delle Finanze della Germania Wolfgang Schäuble, che sforano i limiti concordati di crescita del deficit pubblico.
 
Il Portogallo ha un tasso di disoccupazione del 12%, la Spagna del 21%, seconda solo alla Grecia. Entrambi hanno subito una riduzione del Pil a doppia cifra e salvato le banche nazionali con imponenti prestiti per finanziare il deleverage (riduzione della leva finanziaria, ndr). Nel 2011 il Portogallo, con l’allora primo ministro José Sócrates, ottenne dalla Troika un prestito di 78 miliardi in cambio di una politica di lacrime e sangue. Ora il nuovo primo ministro António Costa presenta a Bruxelles una finanziaria che ricorre ampiamente alla flessibilità e mantiene il rapporto deficit pubblico/Pil vicino al 4% nel 2016 e 2017 (era oltre il 4% nel 2015). La Spagna ha portato già nel 2015 il rapporto deficit pubblico/Pil vicino al 5% (dovrebbe essere attorno al 4% nel 2016), per finanziare la ripresa dei consumi e degli investimenti. Entrambi i Paesi mostrano un rapporto debito pubblico/Pil stabile: il Portogallo 129% nel 2015 (127% nel 2017) e la Spagna 100% nel 2015 (100% nel 2017).
 
Le politiche della Troika prevedevano per il Portogallo una riduzione del deficit al 2,7% nel 2015 fino allo 0,6% nel 2018 e un debito in flessione dal 124% del 2015 al 112 nel 2018. Mentre per la Spagna il Patto di Stabilità prevedeva un rapporto deficit/Pil del 4,2% nel 2015 e del 2,8% nel 2016 con un debito in flessione dal 98,9% del 2015 al 93,2% nel 2018.
 
Un’unica soluzione per l’Italia
Come si vede, la flessibilità per qualche decimale non è una prerogativa italiana, ma una necessità di tutti i Paesi dell’Eurozona alle prese con la più imponente crisi del dopoguerra. Da questa crisi si esce solo con la crescita economica che nelle attuali condizioni di trappola della liquidità, tassi d’interesse negativi e aspettative deflazionistiche (stagnazione secolare?) può avvenire solo con imponenti investimenti pubblici in infrastrutture di rete ed energia.
 
Irrigidirsi per qualche decimale indica solo una miopia che non potrà che condurre all’esplosione dell’Unione Europea con danni inimmaginabili per tutti.

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