Renzi contro la minoranza Pd: la resa dei conti

Dopo il "fuori fuori" gridato alla Leopolda, appuntamento al 5 dicembre quando, referendum ultimato, lo scontro interno sarà inevitabile

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Il premier Matteo Renzi alla Leopolda a Firenze, 6 novembre 2016 – Credits: ANSA/Maurizio Degl'Innocenti

Redazione

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"Gli stessi che decretarono la fine dell'Ulivo 18 anni fa, stanno provando ora a distruggere il PD. Hanno perso il congresso e ora usano il referendum come strumento per giorcarsi la partita della rivincita". Matteo Renzi, segretario PD e presidente del Consiglio, chiude la Leopolda con un attacco diretto, pesante e mirato alla minoranza PD. Tra le righe si leggono chiaramente i nomi di Pierluigi Bersani, di Massimo D'Alema e di Roberto Speranza, schierati sul fronte del NO a differenza di Gianni Cuperlo dopo le recenti aperture sull'Italicum.

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Poi l'attacco finale: un coro "fuori fuori" alla fine della convention rivolto a chi al referendum sta dicendo "no" che ha lasciato l'amaro in bocca a molti.

"Fuori fuori? I leopoldini possono risparmiarsi il fiato, vanno già fuori parte dei nostri. Io sto cercando di tenerli dentro, ma se il segretario dice fuori fuori bisognerà rassegnarsi... Ho provato
una grande amarezza. Vedo un partito che sta camminando su due gambe, l'arroganza e la sudditanza. Cosi non si va da nessuna parte" ha detto Bersani da Palermo. Ma ha poi tagliato corto: "Il partito è casa mia e non lo lascerò mai. E per cacciarmi non basta una Leopolda, ci vuole l'esercito".

La frattura appare però ormai insanabile.

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Pier Luigi Bersani durante un incontro sul Referendum costituzionale, Napoli, 17 ottobre 2016. – Credits: ANSA/CIRO FUSCO

Coro da stadio a parte (comunque non una bella scena) il cuore del problema resta la posizione di Bersani davanti alle modifiche proposte da Renzi a Cuperlo sull'Italicum: l'insieme di "rinunce" ipotizzate (nulla è certo, ovviamente, e tutto dovrà essere discusso dopo l'esito del voto del 4 dicembre) non sono bastate e la battaglia è rimasta dunque "personale".

Il Partito Democratico è protagonista più che di una frattura insanabile, di una metamorfosi a cui la "Ditta" non ha saputo opporre nessun freno nè visione. Renzi ha sparigliato le carte e portato la maggioranza del partito verso un nuovo modo di vedere la poltiica di centrosinistra (che piaccia o meno): quello che è stato definito il PdR, il partito democratico renziano.

Alla minoranza PD il plauso politico di voler resistere al PdR. Ma anche la responsabilità di non aver avuto la forza e la capacità di saper dare valore rilevante alle proprie posizioni.

Appuntamento dunque, al 5 dicembre quando la resa dei conti sarà (in qualche modo) certa.

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