Contestazione al ministro Boschi, Renzi non è più l'uomo solo al comando

Dopo l'assoluzione di Berlusconi, al Senato il clima politico è cambiato. E nel Pd ora c'è chi è tentato dal voto contro l'arresto di Galan 

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi – Credits: ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Paola Sacchi

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Probabilmente non c’è un collegamento diretto, ma i cori e i fischi nell’aula del Senato da parte dei Cinquestelle e di Sel contro il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi (leggi l'intervista a Panorama) , poco prima dell’inizio delle votazioni sulla riforma delle riforme, sono l’immagine plastica del fatto che, dopo l’assoluzione di Silvio Berlusconi al processo Ruby, c’è un Matteo Renzi più debole e un Cav più forte. È la prima volta che il governo Renzi viene contestato così platealmente. Questo non significa che Berlusconi non manterrà fede al patto del Nazareno nelle sue linee guida. Ma lo scenario rispetto a quello delle 13 di venerdì 18 luglio è mutato in un modo che neppure a Palazzo Chigi avevano messo in conto.

«Come hanno preso l’assoluzione nel Pd? Male. A Renzi avrebbe fatto comodo un Berlusconi più debole», commenta un deputato pd, sotto anonimato. Che osserva: «Il premier punta tutta l’attenzione sulle riforme per coprire così il problema dei problemi: l’economia che va a ramengo e che lo costringerà a fare una manovra correttiva di 18- 20 miliardi in autunno. Ecco perché secondo me ora sta rimuginando su come poter andare alle elezioni anticipate. Il punto però è che non sa più come uscirsene, perché prima deve approvare la legge elettorale, altrimenti va a votare con il proporzionale previsto dal Consultellum a lui sfavorevole». Ma, intanto, i tempi delle riforme si allungano.     

«A essere bravi ma bravi, bravi qui non si fa prima dell’ 8 di agosto. Ma non ci giurerei. Ci sono anche quattro decreti in scadenza». Il senatore del Pd Stefano Esposito, pur non essendo tra i dissidenti, fa un calcolo realistico dal quale emerge che i tempi per l’approvazione della riforma del Senato si allungano. Il sogno di Matteo Renzi di far approvare la riforma addirittura anche dalla Camera, prima della pausa estiva ormai è certo che andrà a infrangersi contro la muraglia di quei quasi 8000 emendamenti presentati soprattutto da Sel e dai Cinquestelle, ma anche dai dissidenti pd e di Fi. E la paura vera ora è che il governo vada a sbattere sulla mina del primo voto segreto.

Uno degli emendamenti più insidiosi è ritenuto quello che prevede la riduzione del numero dei deputati, da 630 a 500. Ma al di là di come finirà, la sensazione che non ci sia più l’uomo solo al comando nella politica italiana dopo l’assoluzione del Cav è palpabile. E nel Pd già emergono segnali di insofferenza per il potere assoluto renziano di questi ultimi mesi.

Sono più vistosi nell’ala della sinistra bersanian-dalemiana, che sotto sotto, secondo i maligni, si sarebbe fregata le mani dopo il verdetto di Milano. E non si sarebbe certo stracciata le vesti per le disgrazie europee di Renzi sulla nomina di Federica Mogherini a commissario per la politica estera. Il silenzio con il quale Massimo D’Alema sta reagendo alla sua estromissione da quella nomina è assordante. E, secondo alcune leggende da Transatlantico, l’influenza di Max, gran tessitore di rapporti europei anche per il suo ruolo da presidente della Fondazione degli studi progressisti europei, vicina al Pse, si sarebbe fatta sentire nella vasta ostilità incontrata ad Est da Mogherini, «tutti quei paesi che ogni giorno si aggiungevano al no alla ministra degli Esteri sembravano una carica da 101…», commentano i maliziosi. Ma leggende da Transatlantico a parte, dopo l’assoluzione del Cav, Renzi, non appare più come l’uomo solo al comando. E nel Pd addirittura ora c’è chi mormora in gran segreto: «Se accelerano così sul voto per l’arresto di Giancarlo Galan (è previsto, salvo slittamenti,  per domani 22 luglio ndr) va a finire che stavolta voto no».  

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